
Un dialogo a due voci quello di stamane nell’Aula II dell’Università
degli Studi di Bari “Aldo Moro” per presentare il film “La nave dolce” in
uscita domani nelle sale cinematografiche. Si sono alternati gli interventi del regista del film Daniele Vicari e
del sociologo Franco Cassano, i cui scritti a detta del regista hanno fortemente
influenzato il suo lavoro sul film.
“La nave dolce” documenta la
storia dello sbarco sulla costa barese di circa 20mila albanesi, avvenuto l’8
agosto 1991, dopo la traversata a bordo della Vlora, una nave di ritorno da
Cuba e occupata dagli albanesi nel porto di Durazzo.
Cassano ha subito sottolineato alcuni aspetti salienti del popolo
albanese, ricordando come esso è uno dei pochi popoli al mondo che conosce bene
la lingua italiana, imparata grazie alla televisione italiana che raggiungeva e
raggiunge massicciamente l’Albania. Quell’agosto del 1991, per molti mese di
vacanza di mare, di relax, per gli albanesi ha significato un diverso “sapore
di sale”. Crollato il regime di Enver Hoxa migliaia di cittadini albanesi hanno
deciso di scappare, abbandonare la loro nazione e partire verso l’Italia senza
alcun progetto, credendo di trovare il paradiso, senza portare via con sé né
una foto, né degli abiti per potersi cambiare. Quello che troveranno, dopo
essere attraccati gridando «Italia! Italia!» e mimando il gesto di
vittoria con le mani non sarà affatto un paradiso, né una vittoria.
Si è parlato di non non-luogo, di primo Cie, per descrivere lo Stadio
della Vittoria di Bari dove furono “reclusi” gli albanesi che non furono
rispediti immediatamente in Albania, e qui Vicari non può non fare un immediato
parallelismo con la caserma Bolzaneto di Genova, vista nel suo recente film Diaz.
"L’associazione - racconta - mi è subito venuta in mente, per la sospensione dei diritti umani della persona che c’è stata”, si è ricordato come alle persone nello stadio furono lanciati panini come fossero noccioline e il regista azzarda sostenendo che “il problema vero del nostro Stato è che non ha ancora digerito i principi democratici di cui si fa portatore”. Lo Stadio della Vittoria è stato giustamente rinominato da Cassano, per i motivi citati, Stadio della sconfitta, affermazione ripresa poi anche da Vicari. All’epoca la situazione politica vedeva Andreotti Presidente del Consiglio e Cossiga Presidente della Repubblica, nel frattempo a Bari vecchia alcune signore, senza chiedere tanti documenti accoglievano immigrati albanesi nelle loro case.
I discorsi di Vicari e Cassano poi si sono intrecciati sulla questione
del concetto di Altro.
"L’associazione - racconta - mi è subito venuta in mente, per la sospensione dei diritti umani della persona che c’è stata”, si è ricordato come alle persone nello stadio furono lanciati panini come fossero noccioline e il regista azzarda sostenendo che “il problema vero del nostro Stato è che non ha ancora digerito i principi democratici di cui si fa portatore”. Lo Stadio della Vittoria è stato giustamente rinominato da Cassano, per i motivi citati, Stadio della sconfitta, affermazione ripresa poi anche da Vicari. All’epoca la situazione politica vedeva Andreotti Presidente del Consiglio e Cossiga Presidente della Repubblica, nel frattempo a Bari vecchia alcune signore, senza chiedere tanti documenti accoglievano immigrati albanesi nelle loro case.
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| La nave Vlora sulla quale migliaia di albanesi approdarono al porto di Bari |
Il primo ha sottolineato come non vadano sottovalutati due importanti
fenomeni, e cioè che oggi vi è in Italia una sempre più massiccia emigrazione
interna, da Sud a Nord e che moltissimi giovani italiani emigrano all’estero
portando con sé la loro lingua, la loro storia, la cultura, la formazione e la
loro preparazione e il mondo occidentale considera quest’aspetto una ricchezza,
avere un insegnante italiano in un’università americana diventa motivo di
vanto. Il declino invece dell’Italia è quello di non valorizzare l’Altro,
Cassano ha ribadito il concetto di come non bisogna pensare che l’Altro sia
Altro, l’Altro siamo noi, solo riconoscendo nell’Altro se stessi si può
superare la nostra debolezza, ha sottolineato: “la partita ci riguarda tutti”,
ricordando l’esempio di Eva, la cui storia viene raccontata nel film, una donna
laureata in economia in Albania e che in Italia fa dignitosamente la badante.
Quanto siamo lontani noi da queste storie?
Daniele Vicari ha spiegato il perché ha deciso di raccontare la storia
della nave, a prescindere dalla sollecitazione giuntagli per il ventennale
dallo sbarco, egli racconta che “su quella nave c’ero anche io” e non fa
riferimento alla presenza fisica, bensì alla sua condizione psicologica, che
potrebbe essere anche quella di molti di noi oggi, di disoccupato, di studente,
di chi va in cerca di fortuna. Ecco il concetto di Altro che riemerge
prepotentemente. Dunque la storia della Vlora diventa l’emblema di tutte le storie di
emigrazione.
Seppur breve, l’incontro ha tirato in ballo molti aspetti
significativi di quella che può essere una vicenda ormai passata, il sociologo
ha giustamente ricordato come lo “schiaffo” avuto dallo sbarco albanese nel 1991,
lo chiama così per evidenziarne la dirompenza, abbia dato origine a una
vitalizzazione della cultura nella nostra regione, a un fermento che ha a sua
volta dato inizio a una generazione di prima linea di scrittori e registi che
in quell’occasione si sono trovati a distanza ravvicinata da una forte realtà
senza alcun filtro e che quindi avevano
delle storie importanti da raccontare.
Alcuni interventi della platea hanno arricchito ulteriormente la
discussione, come quello del fotografo Nicola Amato, il quale quello sbarco lo
ha vissuto da vicino, immortalandone le immagini con fotografie che per 20 anni
ha tenuto nel cassetto, e che ha tirato fuori per una mostra alla sala Murat
nel ventennale dallo sbarco e per il film. A tal proposito Vicari ha ricordato
che è stato grazie a fotografi e operatori che ha potuto documentare la storia della
Vlora e ha poi rimarcato come molti operatori e giornalisti che erano stati
mandati a Bari, essendo agosto non erano stati richiamati dalle televisioni
perché non c’erano altri eventi da seguire e quindi alcuni avevano smesso di
fare servizi per il telegiornale e avevano cominciato a fare cinema riprendendo
qualsiasi storia.
Il cinema di Vicari ancora una volta ci racconta la Storia che ci sta
attraversando e che noi attraversiamo.
Sara Fiorente

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