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mercoledì 11 dicembre 2013

La Gran Bretegna e la questione jugoslava. Rosario Milano presenta il suo libro

Chi mi conosce saprà di certo del mio amore per la Storia. Saprà anche, perché a volte mi capita di ripetermi (abitudine compulsiva mutuata dalla nonna), che mi sarebbe piaciuto fare un dottorato, ma che poi a causa del lavoro, che c'era e che ora manca, ho abbandonato gli studi specialistici e quindi, per adesso, anche l'idea di conseguire un dottorato di ricerca. 

Intanto per fortuna c'è qualcuno che, per quanto navighi in acque non calme, è riuscito comunque, grazie alla sua abnegazione, a portare a termine il dottorato di ricerca in Studi Storici, Geografici e delle Relazioni Internazionali, Storia dei Paesi del Mediterraneo - Storia delle Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’. Quel qualcuno è Rosario Milano, oggi cultore della materia (già dottore di ricerca). 

Rosario Milano ha, finalmente, dato alle stampe due sue fatiche, di cui martedì 17 dicembre a Gioia del Colle si terrà la presentazione. In questa occasione sarà presentato al pubblico il libro 'La Gran Bretagna e la questione jugoslava (1941-1947)edito da Adda (Bari, 2013). La serata avrà luogo presso il Mesalibre (ristorante spagnolo) in via Giovanni XXIII, n. 53 a di Gioia del Colle alle ore 18,00.

Per coloro che volessero fare un regalo inusuale a Natale o all'Epifania, a  questo indirizzo web è possibile acquistare una copia del libro. 

11.12.2013
V.S. 

venerdì 10 febbraio 2023

Foibe. A diciannove anni dalla legge si fatica a restare in equilibrio tra retorica e strumentalizzazione politica della storia

di Vito Stano

Approfittando dell’ultimo lavoro dato alle stampe dallo storico torinese Enrico Miletto dal titolo Le due Marie. Vite sulla frontiera orientale d’Italia (edito da Scholè, 2023), si è tenuto a Bari presso la biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo un incontro formativo in occasione del Giorno del Ricordo. L’evento è stato organizzato dall’IPSAIC (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) e dalla Biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo. È stato un momento di riflessione a proposito di temi storici che, nonostante siano trascorsi molti decenni, fanno ancora rumore: a destare l’attenzione ci hanno pensato per la parte relativa alla memorialistica Dionisio Simone, esule da Pola (Istria), e per la parte relativa ai rapporti internazionali dopo il secondo conflitto mondiale il ricercatore dell’Università di Bari Rosario Milano. Ha introdotto la dirigente della Teca la dottoressa Anna Vita Perrone, ha invece coordinato la discussione la professoressa Anna Gervasio direttrice dell’IPSAIC.
 
La memoria personale e familiare
Dionisio Simone, già insegnante, ha ripercorso le tappe della propria vita ricordando vicende personali e familiari legate all’esodo dalla terra natia, l’Istria. Il racconto emotivo, a tratti commosso, è stato interessante, poiché per quanto di natura memoriale ha avuto il pregio di mantenere un equilibrio non facile. Dunque nonostante al centro della narrazione ci fossero le vicende umane personali (la paura delle persecuzioni e il distacco dalla propria terra), è stato approfondito anche l’aspetto relativo all’esodo giuliano-dalmata, che, come ribadito a più voci, sconta ancora un disaccordo tutto statistico tra le pubblicazioni di carattere memoriale e le ricerche prettamente accademiche.  
 
L’analisi del contesto globale e l’uso strumentale della storia
A Rosario Milano, ricercatore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Bari, è toccato invece tracciare le linee del complesso quadro delle relazioni internazionali, naturale cornice di una narrazione globale, a volte di difficile interpretazione. L’impianto delle vicende storiche narrate, facendo riferimento ai fatti accertati, ha invitato a porsi ulteriori quesiti, utili quest’ultimi a leggere le vicende già analizzate dalla ricerca storica, tanto quanto capaci di interpretare le attuali circostanze (europee), di cui la guerra d’aggressione che la Russia sta conducendo ai danni dell’Ucraina e del suo popolo ne è un fulgido esempio. Su questo punto, interessante è stata l’intuizione del dott. Milano a proposito dell’uso strumentale della storia da parte della politica: il caso dei Paesi dell’ex blocco sovietico (vedi di nuovo il caso ucraino): «i governi hanno usato la storia per creare un sentimento nazionale» per sganciarsi dal passato comune gonfiando, in tal modo, un sentimento nazional-populista utile alla causa ma foriero di conseguenze dirompenti; al contrario del percorso che hanno (più o meno congiuntamente) compiuto i Paesi membri dell’Unione Europea (vedi il caso Italia-Slovenia-Croazia proprio relativo alla necessità di avere una lettura condivisa dei fatti accaduti a cavallo delle due guerre mondiali su quel lembo di terra conteso che noi italiani chiamiamo confine orientale).
 
Conoscenza dei fatti vs retorica ad uso politico-elettorale
Molte volte la verità sta nel mezzo, e se è vero che per opportunità di politica internazionale per molti anni ai fatti del confine orientale non si è dato grande risalto, è disonesto affermare che si è nascosta la verità, questo è dimostrato dalle pubblicazioni che furono realizzate a guerra appena conclusa e negli anni successivi; pubblicazioni che denunciavano i fatti atroci avvenuti nelle terre contese a cavallo tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945. Anche su questo punto la retorica «degli italiani infoibati solo perché italiani» non regge neppure nel racconto memoriale di un esule (che in effetti ne afferma la totale incongruità dell’assunto), figuriamoci nel resoconto dell’analisi storica, che (in modo largamente condiviso dai più) afferma che le esecuzioni (i cosiddetti infoibamenti) venivano perpetrati seguendo un disegno egemonico che andava oltre le nazionalità, poiché mirava a costruire un mondo (quello socialista jugoslavo) che avrebbe (come del resto poi ha fatto) messo insieme i popoli slavi, da sempre divisi e quindi vittime di Paesi “protettori”, e tutti coloro che guardavano al domani attraverso il prisma del socialismo reale per creare un Paese grande e autonomo (in quest’ottica si legge la strada di Tito al socialismo reale e la successiva rottura con Stalin).

Due giornate della memoria: unicum tutto italiano
Se una certezza c’è, è che delle vicende del confine orientale (e dunque di torture e violenze, di cavità carsiche ed esecuzioni, di opzioni più o meno “volontarie”, di esodo e di campi profughi) si è ricercato e pubblicato tanto quanto basterebbe a prenderne piena coscienza, se non fosse che la stessa giornata del ricordo (un unicum in Europa) nasce sotto la spinta di una destra che faticava (all’epoca) a rinnegare il fascismo, o lo faceva bisbigliando per non irretire i vecchi camerati ancora legati ai concetti di irredentismo e vittoria mutilata, facendo di un fatto locale (vissuto allo stesso modo al confine orientale d’Italia e in molte altre aree regionali della sventurata Europa) un fatto di importanza nazionale. Ebbene la storia è stata largamente accertata ma la retorica stucchevole continua, per proseguire (a fini politico-elettorali) quel infinito lavaggio di coscienza tipico degli italiani: che non hanno affrontato le responsabilità del colonialismo, dell’assimilazione forzata dei popoli alloglotti del confine orientale, vent’anni di dittatura fascista, le leggi razziali e il confino “concesso” agli oppositori politici del regime, fino alla comune volontà nazi-fascista di aumentare il numero di popoli da assoggettare all’idiozia della razza ariana con tanto spregio della vita umana come mai prima di allora era avvenuto.
 
A dimostrazione di tanta inutile retorica e di tanto uso strumentale della storia, in alcuni paesi del profondo Sud (che a volte faticano a conoscere la propria storia regionale) sono previste non una ma due manifestazioni nel Giorno del ricordo: la prima istituzionale e l’altra di partito (di destra). Tanto basta per domandarsi, ancora una volta dopo quasi vent’anni dalla legge che ha istituzionalizzato il 10 febbraio, a chi servono queste cerimonie?        

sabato 14 febbraio 2026

Dayton trent’anni dopo: cosa resta degli accordi di pace in Bosnia-Erzegovina

Questo pezzo è stato scritto a margine di un importante convegno di studi presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università 'Aldo Moro' di Bari solo qualche settimana fa; vede la pubblicazione solo ora a causa di una mancata pubblicazione su un quotidiano. 

di Vito Stano

Chi è nato agli albori degli anni Ottanta, avrà vissuto durante l’infanzia e la preadolescenza la guerra nei Balcani. La guerra vista in televisione: indelebili restano le immagini di cittadini di Sarajevo che corrono su quello che è passato alla storia come il viale dei cecchini. Cecchini di cui le recentissime cronache italiane hanno riproposto una storia sconcia e ancora senza nomi: alcuni facoltosi italiani che pagarono per sparare nelle vesti di cecchini in quello che fu un indegno safari umano consumato dalle alture di Sarajevo. Ennesima vergogna del Belpaese da archiviare. Intanto il 2025 volge al termine e con esso va a concludersi il trentesimo anno dalla firma degli accordi di Dayton. Accordi che ebbero come conseguenza una tregua, che fu l’inizio della fine delle ostilità nei territori dell’ex Jugoslavia.

Parlare oggi di questi argomenti non è cosa facile: un’occasione di riflessione ricca di spunti di approfondimento è stato un convegno organizzato dagli studiosi Vito Saracino, Rosario Milano, Rebecca Bowen, Antonella Florio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’. Questo evento rientra nel progetto di ricerca della Regione Puglia RES(e)T MED: Relazioni ESTrne e MEDiterranee: studi internazionali per una Puglia glocale. I protagonisti delle due sessioni di studio sono stati numerosi e hanno rappresentato alcune delle numerose realtà accademiche delle due sponde dell’Adriatico: Amir Duranovic (University of Sarajevo), Bogdan Zivkovic (Accademia delle Arti e delle Scienze di Belgrado), Nika Vrbek (Università di Maribor), Mario Gervasi, Università degli Studi di Bari, Tomas Migliarina (Radiotelevisione Svizzera Italiana), Elisabetta Zurovac (Università di Urbino), Rebecca Bowen (Fondazione Gramsci di Puglia), Gianni Galleri (Meridiano 13), Vito Saracino (Fondazione Gramsci di Puglia). A coordinare i lavori del primo panel dal titolo ‘La genesi degli accordi. La guerra di Bosnia (1992-1995)’ il prof. Rosario Milano dell’Università degli Studi di Bari. Il secondo panel dal titolo ‘La Bosnia-Erzegovina a 30 anni di distanza da Dayton fra percezioni e realtà’ è stata coordinata dal prof. Giuseppe Spagnulo dell’università degli Studi di Bari.

Il prisma attraverso il quale è stato osservato il complesso degli argomenti ha coinvolto storici delle relazioni internazionali, sociologi dei media che studiano la diffusione di contenuti di carattere nostalgico sulle piattaforme social, studiosi di storia sociale del cinema che analizzano come le produzioni cinematografiche hanno raccontato le tragedie del XXI secolo, giuristi impegnati a studiare le implicazioni della politica sul complesso del diritto internazionale, oltre che giornalisti e scrittori che hanno narrato storie del variegato mondo balcanico. A guardare oggi la realtà della Bosnia-Erzegovina si fatica (dopo trent’anni) a dare una identificazione giuridica alla conformazione statuale che fu creata con gli Accordi di Dayton del 1995: dunque si parla di modello consociativo per la caratteristica forzatamente inclusiva delle tre etnie all’interno del panorama politico e della pubblica amministrazione. Una della peculiarità più importanti è la presidenza a rotazione, che vede avvicendarsi ogni otto mesi un diverso presidente alla guida del sistema politico-rappresentativo della Bosnia-Erzegovina; in altre parole una politica etnicizzata. Altro dato importante è la larga autonomia degli enti locali. Interessante è la percezione a trent’anni dagli accordi di Dayton dell’efficacia degli stessi e della necessità a mantenerne inalterata la struttura, al fine di evitare destabilizzazioni e attriti tra i gruppi etnicamente individuati proprio dagli accordi. 

La percezione dei nazionalisti della repubblica serba di Bosnia per esempio è che la revisione degli accordi porterebbe ad uno sbilanciamento del complesso sistema che favorirebbe bosniacchi e croati (B. Zivkovic). La critica più dura è mossa nei confronti dell’Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, il quale viene percepito come esterno e longa manus degli occidentali. Il suo ruolo è fondamentale perché ha il potere di escludere dalla scena politica ogni individuo che potenzialmente operi contro l’efficacia degli accordi di Dayton, oltre che gestire un importante portafogli per la ricostruzione. Fatto sta che all’interno dell’intelligentia serba, sia nazionalisti che liberali, sanno molto bene che non c’è un’alternativa a Dayton e al sistema nato con esso nel 1995. Altro dato interessante che emerge è che fu lo stesso Milosevic ha caldeggiare gli accordi di Dayton: su questo punto potrebbe porsi un dubbio etico tra chi parteggia per la giustizia e chi parteggia per la politica. Del resto la pace si è sempre fatta tra coloro che poco prima insistevano a farsi la guerra. Quindi anche in questo caso niente di nuovo. 

Da un punto di vista giuridico invece le implicazioni più importanti restano quelle originarie: il ruolo dei garanti esterni, la marginalizzazione delle Nazioni unite, il ruolo dell’Alto rappresentante. Significativo è il peso degli allegati degli accordi, diversamente dalla prassi consolidata il contenuto di essi era così cogente da ritenersi imprescindibili (M. Gervasi). La stessa costituzione bosniaca è contenuta in uno degli allegati, solo per fare un esempio lampante. Il ruolo delle Nazioni unite nella vicenda bosniaca è ben noto, basti ricordare il ruolo che ebbe il contingente olandese a Srebenica. La Nato prima e l’Unione europea dopo con i propri contingenti sono subentrati alle Nazioni unite al fine di garantire la stabilità nelle aree di interesse. Il post-Dayton ha previsto la formazione di una commissione elettorale che vigilasse sullo svolgimento delle elezioni: dovevano essere eletti interi parlamenti oltre che i tre presidenti che a rotazione avrebbero guidato la consociazione bosniaca. 

Un altro importante fattore fu rappresentato dalla enorme massa di profughi che spostandosi dal luogo di residenza per rifugiarsi altrove, non si sapeva come e per chi dovessero votare. I serbi erano propensi alla soluzione che prevedeva che votassero i rappresentanti del luogo dove si erano rifugiati, ma alla fine ai rifugiati fu concesso di votare a scelta per coloro che rappresentavano i territori d’origine oppure per coloro che rappresentavano i luoghi di accoglienza. Fu registrata anche un’autopulizia etnica indotta dai capi etnici per ripulire le aree più periferiche ed evitare la convivenza (T. Migliorina). Infine gli aspetti più sociologici e culturali: la nostalgia jugoslava o jugonostalgia che serpeggia su instagram e tiktok, che mette in luce una curiosa mediatizzazione della memoria online della Jugoslavia (E. Zurovac). A questa mediatizzazione si è arrivati dopo altre due fasi precedenti: la confisca della memoria e il trauma culturale: per fare un esempio concreto basti citare il cambio di toponomastica. Così come la ricerca dei monumenti (Spomerik) che caratterizzavano la via jugoslava all’arte: cemento e grandi dimensioni a testimoniare la grandezza jugoslava e la differenza dall’arte sovietica, nettamente figurativa al contrario di queste astratte e aliene opere scultoree di stampo jugoslavo, di cui in Italia se ne custodiscono quattro, tra cui una è presente nel cimitero di Barletta (G. Galleri)

Infine la cinematografia, che attraverso le sue storie racconta la storia: anche in questo ambito la Bosnia-Erzegovina e le sue tragedie è ancella se paragonata alle altre tragedie del recente Novecento: il genocidio in Ruanda e gli attentati dell’11 settembre a New York. Un profluvio di film e documentari per la tragedia americana (circa 2mila vittime) contro un recente film visibile su Netflix per la tragedia bosniaca (100mila vittime). Lo sbilanciamento narrativo dimostra ancora una volta quanto sia vera la categorizzazione delle vittime in importanti e meno importanti (V. Saracino). In effetti a parte alcuni momenti particolari, anche l’informazione raramente guarda a est, dimenticando che Sarajevo non è poi così lontana.

sabato 23 marzo 2013

Conflitto israelo-palestinese e diritti umani: se ne parlerà martedì a Bari


La visita del presidente degli Stati Uniti d'America Barak Obama in Medio Oriente ha riportato l'argomento del conflitto tra arabi-palestinesi e israeliani nuovamente all'onore delle cronache mondiali. La necessità di riconoscere uno Stato al popolo palestinese è stata ribadita anche dal presidente Obama. Per il momento se ne ritorna a parlare, è già qualcosa.  

Martedì 26 marzo alle 15,00 presso l’aula Starace II piano facoltà di Scienze Politiche di Bari il gruppo di Link Scienze Politiche ha organizzato un incontro dal titolo «Cooperazione e diritti umani: il caso Palestina», a cui parteciperanno la onlus Kenda, la ong Ciss e il dottor Rosario Milano, cultore della materia in Storia delle relazioni internazionali.

Il seminario analizzerà la storia del conflitto israelo-palestinese, per poi spostare l’attenzione su quanto avviene al giorno d’oggi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, con la testimonianza delle organizzazioni umanitarie impegnate sul territorio. 

Agli studenti di Scienze Politiche che parteciperanno potrà essere riconosciuto il credito corrispondente al proprio ordinamento. Agli studenti che devono sanare il debito formativo derivante dal test d'ingresso sarà riconosciuto un credito formativo.

23.03.2013
Vito Stano

sabato 24 marzo 2012

a EST - Diario di viaggio di Fabrizio Rossiello

“a EST”
diario di viaggio di Fabrizio Rossiello

L’Albania di oggi è un’attesa, perenne e instancabile, a tratti immobile. L’attesa di un ingresso nel gran galà europeo; l’attesa di lasciarsi alle spalle quel passato fatto di privazioni. Ma anche l’immobilità della tradizione, caratterizzata dai miti storici e leggendari e dalla pigrizia apparente di un Paese di frontiera. Un Paese che guarda dalla finestra l’orizzonte, tutt’intento a sembrar migliore, ad assomigliarsi il meno possibile. 

Fabrizio Rossiello si racconta attraverso il linguaggio della luce; un diario di viaggio proposto al pubblico nella cornice della elegante neonata Pinacoteca civica di Cassano delle Murge (Ba), nei pressi della piazza centrale Aldo Moro.

La serata inaugurale sarà sabato 24 marzo alle 19,00. 
Interverranno:
SINDACO DI CASSANO MARIA PIA DI MEDIO
ASSESSORE ALLA CULTURA PIERPAOLA SAPIENZA 
FOTOGRAFO FABRIZIO ROSSIELLO
DOTTORE DI RICERCA (UNIVERSITA' DI BARI) ROSARIO MILANO
DOTTORE DI RICERCA (POLITECNICO DI BARI) FRIDA PASHAKO
COORDINA VITO STANO

Il viaggio di Fabrizio Rossiello parte dall’Italia, parte quel desiderio di conoscenza e dialogo che lo caratterizza e prosegue con la visita nei territori occidentali di quello che rimane dei Balcani.
Albania, Kosovo e Macedonia tre entità statuali distinte che si assomigliano, ma non si possono sovrapporre. Il racconto intimistico e fugace dell’autore proietta come lunghe ombre in chi osserva le sue foto le molte suggestioni che specialmente nell’immaginario collettivo pugliese si sono sedimentate; dei tre territori toccati il Paese delle Aquile conserva l’interesse primario, anche perché il legame del popolo albanese con il suo dirimpettaio appulo è storia di secoli. Ma soprattutto è storia recente, ancora fresca nella memoria collettiva e individuale di ognuno. Storia di navi cariche di speranze, di uomini e donne alla ricerca di un futuro migliore.

L’Albania di oggi è un’attesa, perenne e instancabile, a tratti immobile. L’attesa di un ingresso nel gran galà europeo; l’attesa di lasciarsi alle spalle quel passato fatto di privazioni. Ma anche l’immobilità della tradizione, caratterizzata dai miti storici e leggendari e dalla pigrizia apparente di un Paese di frontiera. Un Paese che guarda dalla finestra l’orizzonte, tutt’intento a sembrar migliore, ad assomigliarsi il meno possibile.

Le frontiere albanesi sono lembi di terra, vette montuose che separano territori e popoli. Il Kosovo era Jugoslavia, oggi non lo è più, ma questo distacco ha comportato conflitti armati di cui ancora oggi i muri ne raccontano l’epilogo. E poi la Macedonia dove i segni del conflitto sono visibili per strada, quasi fosse un lascito ironico del pensiero violento che ha caratterizzato l’Europa degli anni Novanta.
In breve la fotografia di Rossiello la leggiamo attraverso i dettagli che la caratterizzano e proprio osservando questi è possibile scoprire l’essenza di terre sconosciute a vicini troppo impegnati a conservare lo status di europei senza accorgersi di rischiare di scivolare nel passato. La mostra si propone di raccontare le micro storie della vita quotidiana attraverso la lente selettiva del fotografo. 

La fotografia dunque come occasione di dialogo tra culture differenti, vicine geograficamente ma lontanissime per interscambio culturale. Questa mostra, e altre che potrebbero seguire, quindi si propone attraverso la divulgazione dell’opera di Fabrizio Rossiello di raccontare con il linguaggio della luce le realtà intime dell’autore, come sempre in fotografia presenti in ogni scatto, e tramite ogni scatto cercare di carpire qualcosa del prossimo.

a cura di Vito Stano   


info  stanovito@gmail.com
cell  329/1658950

martedì 8 giugno 2021

Storia. La questione giuliana nella strategia del maresciallo Tito nell'ottica della nuova Jugoslavia federale e popolare

di Vito Stano

Il dibattito italiano a proposito dell'esodo istriano e giuliano-dalmata, causato dagli esiti della guerra e, in particolare dagli episodi di giustizia sommaria (infoibamenti) oltre che dalla strategia, più o meno velata, della costituente Repubblica Federale di Jugoslavia di annettere i territori occupati durante le fasi della guerra di liberazione e assimilare le popolazioni presenti su quei territori, troppe volte è risultato monco: non che la parzialità delle ricostruzioni sia un fatto alieno, ma la volontà di dipingersi oggi come vittime di un disegno di annessione senza considerare, colpevolmente, le cause che condussero alla guerra e all'invasione dell'esercito fascista del Regno di Jugoslavia è quantomeno scorretto. Inoltre è, come dimostrato in più occasioni, un atteggiamento teso all'autoassoluzione senza riguardo alcuno per le vicende storiche occorse e le ricadute da queste causate. 

La vicenda delle foibe (e dell'esodo dai territori contesi) è un esempio di come la storia possa ancora scaldare gli animi senza risolvere i buchi neri creatisi (più o meno naturalmente) per poterci nascondere le responsabilità politiche e con esse le colpe collettive, come avvenuto in Italia (e agli italiani) a proposito delle esperienza in Etiopia, Eritrea e Libia e più recentemente, al principio del XX secolo, con le popolazioni 'alloglotte' del confine a nordest. A queste considerazioni approdo dopo la lettura di un agile libro dello storico Rosario Milano dell'Università di Bari. Il volume dal titolo La Gran Bretagna e la questione jugoslava. 1941-1947 non è il suo ultimo lavoro di ricerca, ma proprio da questo sforzo intellettuale voglio iniziare un percorso per scrivere di storia del Novecento, perché anche se dal titolo pare che gli argomenti siano particolari e specifici, dalla lettura (scorrevole come un romanzo storico) si deduce quanto questa storia parli anche di Italia e della diatriba che ebbe come centro nevralgico Trieste. Molto è stato scritto e molto altro è stato detto in contesti molte volte inopportuni, quello che però fa fatica a sedimentarsi sono le ragioni e le cause che hanno condotto i protagonisti della storia raccontata a prendere le decisioni che hanno cambiato il corso della storia del tempo. 

Com'è ovvio trattare il 'tema Trieste' significa mettere sul piatto la mai sopita questione istriana-giuliano-dalmata: nel volume infatti se ne parla in uno dei dieci capitoli. La questione giuliana e la nuova offensiva jugoslava in Grecia sintetizza, per quanto possibile, la complessità della vicenda che ebbe come protagonista il maresciallo Tito e la sua voglia di guadagnare territorio, in particolare attrverso gli sforzi diplomatici e tattici compiuti al fine di mettere in difficoltà le grandi potenze (Gran Bretagna in primis) in quel gioco di riassetto dei territori del continente europeo al quale, in realtà, sia Tito che Churchill erano impegnati già durante lo sforzo bellico. La capacità del maresciallo Tito fu di riuscire a compattare le diverse anime che componevano il variegato popolo jugoslavo e portarlo, attraverso l'uso delle armi, a liberarsi dal giogo nazista e dalla volontà dei collaborazionisti monarchici (cetnici) e filofascisti (ustascia) di eliminare i comunisti che costituivano l'esercito di liberazione jugoslavo. 

La storia con il passare del tempo va rivista ed eventualmente vanno apportati gli aggiornamenti frutto di nuove ricerche. Quello che si dimentica (specialmente in alcuni ambienti chiacchieroni) è che i libri di storia vanno letti e, in ogni caso, vanno evitate le strumentalizzazioni politiche, utili soltanto a inacidire il dibattito e a confodere gli spaesati elettori. Non foss'altro per evitare inutili screzi ai piani alti della diplomazia come già avvenuto nel recente passato tra Italia e Croazia.