Questo pezzo è stato scritto a margine di un importante convegno di studi presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università 'Aldo Moro' di Bari solo qualche settimana fa; vede la pubblicazione solo ora a causa di una mancata pubblicazione su un quotidiano.
di
Vito Stano
Chi è nato agli albori degli
anni Ottanta, avrà vissuto durante l’infanzia e la preadolescenza la guerra nei
Balcani. La guerra vista in televisione: indelebili restano le immagini di
cittadini di Sarajevo che corrono su quello che è passato alla storia come il
viale dei cecchini. Cecchini di cui le recentissime cronache italiane hanno
riproposto una storia sconcia e ancora senza nomi: alcuni facoltosi italiani
che pagarono per sparare nelle vesti di cecchini in quello che fu un indegno
safari umano consumato dalle alture di Sarajevo. Ennesima vergogna del Belpaese
da archiviare. Intanto il 2025 volge al termine e con esso va a concludersi il
trentesimo anno dalla firma degli accordi di Dayton. Accordi che ebbero come
conseguenza una tregua, che fu l’inizio della fine delle ostilità nei territori
dell’ex Jugoslavia.
Parlare oggi di questi
argomenti non è cosa facile: un’occasione di riflessione ricca di spunti di
approfondimento è stato un convegno organizzato dagli studiosi Vito Saracino,
Rosario Milano, Rebecca Bowen, Antonella Florio presso il Dipartimento di
Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’. Questo
evento rientra nel progetto di ricerca della Regione Puglia RES(e)T MED:
Relazioni ESTrne e MEDiterranee: studi internazionali per una Puglia glocale. I
protagonisti delle due sessioni di studio sono stati numerosi e hanno
rappresentato alcune delle numerose realtà accademiche delle due sponde
dell’Adriatico: Amir Duranovic (University of Sarajevo), Bogdan Zivkovic
(Accademia delle Arti e delle Scienze di Belgrado), Nika Vrbek (Università di
Maribor), Mario Gervasi, Università degli Studi di Bari, Tomas Migliarina
(Radiotelevisione Svizzera Italiana), Elisabetta Zurovac (Università di
Urbino), Rebecca Bowen (Fondazione Gramsci di Puglia), Gianni Galleri
(Meridiano 13), Vito Saracino (Fondazione Gramsci di Puglia). A coordinare i
lavori del primo panel dal titolo ‘La genesi degli accordi. La guerra di Bosnia
(1992-1995)’ il prof. Rosario Milano dell’Università degli Studi di Bari. Il
secondo panel dal titolo ‘La Bosnia-Erzegovina a 30 anni di distanza da Dayton
fra percezioni e realtà’ è stata coordinata dal prof. Giuseppe Spagnulo
dell’università degli Studi di Bari.
Il prisma attraverso il
quale è stato osservato il complesso degli argomenti ha coinvolto storici delle
relazioni internazionali, sociologi dei media che studiano la diffusione di
contenuti di carattere nostalgico sulle piattaforme social, studiosi di storia
sociale del cinema che analizzano come le produzioni cinematografiche hanno
raccontato le tragedie del XXI secolo, giuristi impegnati a studiare le
implicazioni della politica sul complesso del diritto internazionale, oltre che
giornalisti e scrittori che hanno narrato storie del variegato mondo balcanico.
A guardare oggi la realtà della Bosnia-Erzegovina si fatica (dopo trent’anni) a
dare una identificazione giuridica alla conformazione statuale che fu creata
con gli Accordi di Dayton del 1995: dunque si parla di modello consociativo per
la caratteristica forzatamente inclusiva delle tre etnie all’interno del
panorama politico e della pubblica amministrazione. Una della peculiarità più
importanti è la presidenza a rotazione, che vede avvicendarsi ogni otto mesi un
diverso presidente alla guida del sistema politico-rappresentativo della
Bosnia-Erzegovina; in altre parole una politica etnicizzata. Altro dato
importante è la larga autonomia degli enti locali. Interessante è la percezione
a trent’anni dagli accordi di Dayton dell’efficacia degli stessi e della
necessità a mantenerne inalterata la struttura, al fine di evitare
destabilizzazioni e attriti tra i gruppi etnicamente individuati proprio dagli
accordi.
La percezione dei nazionalisti della repubblica serba di Bosnia per
esempio è che la revisione degli accordi porterebbe ad uno sbilanciamento del
complesso sistema che favorirebbe bosniacchi e croati (B. Zivkovic). La critica
più dura è mossa nei confronti dell’Alto rappresentante per la
Bosnia-Erzegovina, il quale viene percepito come esterno e longa manus degli
occidentali. Il suo ruolo è fondamentale perché ha il potere di escludere dalla
scena politica ogni individuo che potenzialmente operi contro l’efficacia degli
accordi di Dayton, oltre che gestire un importante portafogli per la ricostruzione.
Fatto sta che all’interno dell’intelligentia serba, sia nazionalisti che
liberali, sanno molto bene che non c’è un’alternativa a Dayton e al sistema
nato con esso nel 1995. Altro dato interessante che emerge è che fu lo stesso
Milosevic ha caldeggiare gli accordi di Dayton: su questo punto potrebbe porsi
un dubbio etico tra chi parteggia per la giustizia e chi parteggia per la
politica. Del resto la pace si è sempre fatta tra coloro che poco prima
insistevano a farsi la guerra. Quindi anche in questo caso niente di nuovo.
Da un punto di vista
giuridico invece le implicazioni più importanti restano quelle originarie: il
ruolo dei garanti esterni, la marginalizzazione delle Nazioni unite, il ruolo
dell’Alto rappresentante. Significativo è il peso degli allegati degli accordi,
diversamente dalla prassi consolidata il contenuto di essi era così cogente da
ritenersi imprescindibili (M. Gervasi). La stessa costituzione bosniaca è
contenuta in uno degli allegati, solo per fare un esempio lampante. Il ruolo
delle Nazioni unite nella vicenda bosniaca è ben noto, basti ricordare il ruolo
che ebbe il contingente olandese a Srebenica. La Nato prima e l’Unione europea
dopo con i propri contingenti sono subentrati alle Nazioni unite al fine di
garantire la stabilità nelle aree di interesse. Il post-Dayton ha previsto la
formazione di una commissione elettorale che vigilasse sullo svolgimento delle
elezioni: dovevano essere eletti interi parlamenti oltre che i tre presidenti
che a rotazione avrebbero guidato la consociazione bosniaca.
Un altro
importante fattore fu rappresentato dalla enorme massa di profughi che
spostandosi dal luogo di residenza per rifugiarsi altrove, non si sapeva come e
per chi dovessero votare. I serbi erano propensi alla soluzione che prevedeva
che votassero i rappresentanti del luogo dove si erano rifugiati, ma alla fine
ai rifugiati fu concesso di votare a scelta per coloro che rappresentavano i
territori d’origine oppure per coloro che rappresentavano i luoghi di
accoglienza. Fu registrata anche un’autopulizia etnica indotta dai capi etnici per
ripulire le aree più periferiche ed evitare la convivenza (T. Migliorina). Infine gli aspetti più
sociologici e culturali: la nostalgia jugoslava o jugonostalgia che serpeggia
su instagram e tiktok, che mette in luce una curiosa mediatizzazione della
memoria online della Jugoslavia (E. Zurovac). A questa mediatizzazione si è
arrivati dopo altre due fasi precedenti: la confisca della memoria e il trauma
culturale: per fare un esempio concreto basti citare il cambio di
toponomastica. Così come la ricerca dei monumenti (Spomerik) che
caratterizzavano la via jugoslava all’arte: cemento e grandi dimensioni a
testimoniare la grandezza jugoslava e la differenza dall’arte sovietica,
nettamente figurativa al contrario di queste astratte e aliene opere scultoree
di stampo jugoslavo, di cui in Italia se ne custodiscono quattro, tra cui una è
presente nel cimitero di Barletta (G. Galleri).
Infine la cinematografia, che
attraverso le sue storie racconta la storia: anche in questo ambito la
Bosnia-Erzegovina e le sue tragedie è ancella se paragonata alle altre tragedie
del recente Novecento: il genocidio in Ruanda e gli attentati dell’11 settembre
a New York. Un profluvio di film e documentari per la tragedia americana (circa
2mila vittime) contro un recente film visibile su Netflix per la tragedia
bosniaca (100mila vittime). Lo sbilanciamento narrativo dimostra ancora una
volta quanto sia vera la categorizzazione delle vittime in importanti e meno
importanti (V. Saracino). In effetti a parte alcuni momenti particolari, anche
l’informazione raramente guarda a est, dimenticando che Sarajevo non è poi così
lontana.