VitoStanoPOST
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domenica 1 marzo 2026
Io voto dunque sono: il confronto politico ai tempi del referendum costituzionale
sabato 14 febbraio 2026
Foibe. Giornata del Ricordo numero 22: stesse riflessioni, stessa propaganda
Le uccisioni non furono
motivate esclusivamente dall’appartenenza nazionale, ma colpirono persone
considerate oppositrici reali o potenziali del nascente regime comunista
jugoslavo: funzionari statali, fascisti, collaborazionisti, ma anche
antifascisti italiani, sloveni e croati, oltre a membri di diverse comunità
etniche. Si trattò dunque di una resa dei conti politica e ideologica, inserita
in un contesto segnato dalla precedente occupazione fascista, dalle politiche
di snazionalizzazione e dalla guerra di aggressione italiana nei Balcani.
Per decenni, per ragioni di
equilibrio politico-diplomatico e di Guerra fredda, questi eventi rimasero
marginali nella memoria pubblica italiana, lasciando spazio soprattutto ai
ricordi familiari e locali. Solo dagli anni Duemila, con l’istituzione del Giorno
del Ricordo, il tema è entrato stabilmente nel discorso pubblico, pur restando
spesso oggetto di semplificazioni e strumentalizzazioni politiche.
Oggi la storiografia insiste
sulla necessità di contestualizzare le foibe nella storia europea del
Novecento, evitando letture nazionalistiche o riduttive. Comprendere questi
eventi significa tenere insieme tre livelli fondamentali: l’analisi storica rigorosa,
il riconoscimento delle vittime e una gestione responsabile della memoria,
capace di favorire consapevolezza storica anziché contrapposizioni ideologiche.
Dayton trent’anni dopo: cosa resta degli accordi di pace in Bosnia-Erzegovina
Questo pezzo è stato scritto a margine di un importante convegno di studi presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università 'Aldo Moro' di Bari solo qualche settimana fa; vede la pubblicazione solo ora a causa di una mancata pubblicazione su un quotidiano.
di Vito Stano
Parlare oggi di questi argomenti non è cosa facile: un’occasione di riflessione ricca di spunti di approfondimento è stato un convegno organizzato dagli studiosi Vito Saracino, Rosario Milano, Rebecca Bowen, Antonella Florio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’. Questo evento rientra nel progetto di ricerca della Regione Puglia RES(e)T MED: Relazioni ESTrne e MEDiterranee: studi internazionali per una Puglia glocale. I protagonisti delle due sessioni di studio sono stati numerosi e hanno rappresentato alcune delle numerose realtà accademiche delle due sponde dell’Adriatico: Amir Duranovic (University of Sarajevo), Bogdan Zivkovic (Accademia delle Arti e delle Scienze di Belgrado), Nika Vrbek (Università di Maribor), Mario Gervasi, Università degli Studi di Bari, Tomas Migliarina (Radiotelevisione Svizzera Italiana), Elisabetta Zurovac (Università di Urbino), Rebecca Bowen (Fondazione Gramsci di Puglia), Gianni Galleri (Meridiano 13), Vito Saracino (Fondazione Gramsci di Puglia). A coordinare i lavori del primo panel dal titolo ‘La genesi degli accordi. La guerra di Bosnia (1992-1995)’ il prof. Rosario Milano dell’Università degli Studi di Bari. Il secondo panel dal titolo ‘La Bosnia-Erzegovina a 30 anni di distanza da Dayton fra percezioni e realtà’ è stata coordinata dal prof. Giuseppe Spagnulo dell’università degli Studi di Bari.
Il prisma attraverso il quale è stato osservato il complesso degli argomenti ha coinvolto storici delle relazioni internazionali, sociologi dei media che studiano la diffusione di contenuti di carattere nostalgico sulle piattaforme social, studiosi di storia sociale del cinema che analizzano come le produzioni cinematografiche hanno raccontato le tragedie del XXI secolo, giuristi impegnati a studiare le implicazioni della politica sul complesso del diritto internazionale, oltre che giornalisti e scrittori che hanno narrato storie del variegato mondo balcanico. A guardare oggi la realtà della Bosnia-Erzegovina si fatica (dopo trent’anni) a dare una identificazione giuridica alla conformazione statuale che fu creata con gli Accordi di Dayton del 1995: dunque si parla di modello consociativo per la caratteristica forzatamente inclusiva delle tre etnie all’interno del panorama politico e della pubblica amministrazione. Una della peculiarità più importanti è la presidenza a rotazione, che vede avvicendarsi ogni otto mesi un diverso presidente alla guida del sistema politico-rappresentativo della Bosnia-Erzegovina; in altre parole una politica etnicizzata. Altro dato importante è la larga autonomia degli enti locali. Interessante è la percezione a trent’anni dagli accordi di Dayton dell’efficacia degli stessi e della necessità a mantenerne inalterata la struttura, al fine di evitare destabilizzazioni e attriti tra i gruppi etnicamente individuati proprio dagli accordi.
Da un punto di vista giuridico invece le implicazioni più importanti restano quelle originarie: il ruolo dei garanti esterni, la marginalizzazione delle Nazioni unite, il ruolo dell’Alto rappresentante. Significativo è il peso degli allegati degli accordi, diversamente dalla prassi consolidata il contenuto di essi era così cogente da ritenersi imprescindibili (M. Gervasi). La stessa costituzione bosniaca è contenuta in uno degli allegati, solo per fare un esempio lampante. Il ruolo delle Nazioni unite nella vicenda bosniaca è ben noto, basti ricordare il ruolo che ebbe il contingente olandese a Srebenica. La Nato prima e l’Unione europea dopo con i propri contingenti sono subentrati alle Nazioni unite al fine di garantire la stabilità nelle aree di interesse. Il post-Dayton ha previsto la formazione di una commissione elettorale che vigilasse sullo svolgimento delle elezioni: dovevano essere eletti interi parlamenti oltre che i tre presidenti che a rotazione avrebbero guidato la consociazione bosniaca.
sabato 20 aprile 2024
A vent'anni dal G8 l'Italia sempre nel pantano: Nello Trocchia racconta il Pestaggio di Stato
di Vito Stano
Il libro di Nello Trocchia l’ho letto tutto d’un
fiato e, come faccio (quasi) sempre in queste occasioni, mi sono lasciato le ultime
pagine da leggere con lucidità al mattino seguente.
Quando
arrivo nell’aula magna del liceo classico Ricciotto Canudo di Gioia del colle,
la presentazione del libro è iniziata da poco per fortuna mia. L’aula è gremita
di studentesse e studenti, qualche professoressa qua e là. Mi porto avanti, il
limite lo segna un fotografo imberbe, studente anche lui, timido ma deciso a
fare il suo dovere. Nello Trocchia, giornalista di punta del quotidiano Domani,
è al centro del tavolo, alla sua destra una giovane donna e una prof, alla sua
sinistra un’altra giovane donna e un’altra prof.
Al
mio arrivo sono l’unico corpo estraneo in quel contesto, appena più tardi verrò
raggiunto da un amico fotografo e un ragazzo che non conoscevo e che al termine
mi verrà presentato mostrandomi un ticket elettorale: e mentre strabuzzo e
tengo la calma, mi chiedo chissà se leggerà il libro e chissà che riflessioni
farà un ragazzo appena trentenne candidato al Consiglio comunale con Fratelli d’Italia
delle verità narrate da Nello Trocchia a proposito del pestaggio di Stato
compiuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020 in piena
pandemia da covid-19?
Intanto con la spalla destra al muro mi metto in ascolto, non è facile filmare restando in equilibrio precario, ma non ho scelta. Filmo i suoi interventi: Nello Trocchia risponde grato alle sollecitazioni degli studenti e delle studentesse che hanno studiato il suo libro. In effetti per chi come il sottoscritto ha seguito questa storia sul quotidiano Domani, questa storia è stata a vent’anni circa dai fatti del G8 di Genova un’altra tegola caduta sulla testa della nostra Repubblica. In quel pomeriggio interminabile di quattro anni fa uomini e donne con indosso l’uniforme della polizia penitenziaria hanno dato sfogo al peggio e, come se non bastasse, la catena di comando (come fu a Genova) coprì e disseminò di trappole la ricerca della verità. A volte però la fortuna vuole che gli uomini e le donne giusti siano esattamente ai posti giusti e quindi la verità ha una chance di venire a galla, creando non pochi imbarazzi a tutti coloro che senza dubbi avevano per mesi, e sin dai primissimi momenti, avallato la versione dei vertici regionali dell’amministrazione penitenziaria dando per scontato tutto: guardie e ladri. Il potere e i senza potere. Senza alcun dubbio. Ma in tempi di comunicazione ipersonica alcune sfaccettature della storia iniziano a emergere, il coraggio dei familiari non si può arrestare e la caparbietà del giornalista d’inchiesta neppure. Per farla breve, senza far torto all’autore dell’inchiesta, dopo mesi di insabbiamento costante, Nello Trocchia, che aveva seguito il caso da subito, viene sapere che a testimoniare la veridicità di questa orrenda storia di torture di Stato ci sono delle prove: i video delle telecamere di sorveglianza all’interno del carcere, sequestrati dai carabinieri appena qualche giorno dopo il vile pestaggio. Sarà proprio Nello Trocchia sul sito on-line del quotidiano Domani a pubblicare in esclusiva la prova regina, l’incontestabile verità che spiazza tutti e tutte coloro che dormivano sonni tranquilli: a stigmatizzare si scomodano in molti, ministri e parlamentari, destra-centro e pseudo-sinistra, che era al governo (5Stelle-PD) al tempo del pestaggio. Del resto se non fosse per le immagine incontestabili, come si fa a credere a uomini reclusi, ritenuti scarto di una società borghese che ama dormire sonni tranquilli lontano dai purgatori contemporanei.
La tesi di Nello Trocchia è che vent’anni di propaganda pro-carcere e inasprimento delle pene non poteva che portare a questi risultati. Carceri sovraffollate, piene di tossicodipendenti e piccoli spacciatori e ladruncoli. La vita dietro le sbarre è la condanna, anche prima della sentenza, di molti poveracci. Molti dei quali per campare in quei gironi si buttano a capofitto nello stordimento da sostanze simil-metadone.
Alla fine della presentazione non mi resta altro da fare che mettermi in fila per avvicinarmi quanto più possibile e stringere la mano ad un uomo che ha tenuto la barra dritta, navigando in un mare torbido e in tempesta, senza mai perdere del tutto il desiderio di verità.mercoledì 16 agosto 2023
Piero Fassino risponde: «sono ben cosciente che esiste una questione salariale che riguarda milioni di persone»
Ricorderete della lettera aperta che ho scritto all'on. Piero Fassino, ebbene in data 14 agosto ho ricevuto una sua e-mail di risposta, che pubblico qui integralmente. Non è cosa scontata ricevere risposta dai piani alti dalla Repubblica, pertanto ne condivido il contenuto con voi che mi leggete, augurandomi di non far torto all'onorevole Fassino. V.S.
Ricevo e pubblico
Signor Stanovito (uso questo nome del
suo indirizzo email), la ringrazio della sua lettera e affinché abbia una
conoscenza corretta le fornisco alcune informazioni.
Nel mio breve intervento - durante la seduta dedicata al bilancio della
Camera - non ho espresso alcuna lamentela circa l’ammontare dell'indennità che
viene erogata ai deputati. Anzi. Ho semplicemente ricordato che, defalcate
dall’indennità lorda mensile di 10.045 euro la quota Irpef, le addizionali
regionali e locali, i contributi previdenziali, il rateo della assicurazione
malattia, l’indennità netta mensile percepita dai deputati è di 4.718,05 euro,
per 12 mensilità, pari a 57.616 euro annui. È una cifra equivalente a quello
che percepisce un dirigente d’azienda di medio livello in una azienda privata e
decisamente inferiore a quello che percepiscono molti dirigenti nelle pubbliche
amministrazioni.
In ogni caso - come si può evincere dal
testo del mio intervento - ho dichiarato nel mio intervento che considero
quella indennità più che sufficiente. Se l’ho richiamata è semplicemente per
ricordare che l’effettivo ammontare dell’indennità percepita da ogni deputato è
molto diversa dalla voce largamente diffusa nell’opinione pubblica che ai
parlamentari vengano erogati “stipendi d’oro” di decine di migliaia di euro.
Non ho espresso alcuna lamentela, tanto meno ho chiesto di modificare
quell’indennità. Ho detto semplicemente una cosa vera.
Aggiungo anche che le diarie erogate
mensilmente a ogni deputato per l’esercizio del mandato sono da me interamente
utilizzate per i compensi ai miei collaboratori (regolarmente
contrattualizzati), per sostenere l’attività del PD nazionale e Veneto (dove
sono stato eletto) e per coprire le spese per le iniziative politiche nella
circoscrizione elettorale. Non un euro di quelle diarie rimane a me e quindi
4.700 euro è ciò che io percepisco ogni mese. Indennità che - ripeto - ritengo
più che sufficiente.
Ma la ragione per cui io ho ritenuto di
intervenire non era per contestare l’ammontare dell’indennità, ma per
contestare l’approccio demagogico e anti parlamentare di una serie di ordini
del giorno in discussione in quella seduta. In altri termini, non sono
intervenuto a difendere la “casta” - categoria che rifiuto - ma la dignità del
Parlamento e dei parlamentari.
Mi rammarico naturalmente che questa mia
intenzione sia stata rappresentata all’opinione pubblica in modo distorto,
producendone una percezione negativa, ma i fatti sono quelli che ho richiamato,
senza opportunismo e senza ipocrisia, nel puro rispetto dell'informazione dei
cittadini.
Infine sono ben cosciente che esiste una
questione salariale che riguarda milioni di persone e famiglie costrette a
vivere con stipendi insufficienti e pensioni basse. È una questione che ho
sollevato più volte e penso che sia compito della politica - di chi governa
come di chi sta all’opposizione - mettere questo tema al centro dell’agenda
politica e parlamentare ogni giorno, come finalmente sta avvenendo in queste
ultime settimane.
La ringrazio dell’attenzione.
Con cordialità Piero Fassino
mercoledì 9 agosto 2023
Caro onorevole Fassino. Lettera aperta dal mondo dei vivi, quelli che cedolino alla mano...
venerdì 10 febbraio 2023
Foibe. A diciannove anni dalla legge si fatica a restare in equilibrio tra retorica e strumentalizzazione politica della storia
Approfittando dell’ultimo lavoro dato alle stampe dallo storico torinese Enrico Miletto dal titolo Le due Marie. Vite sulla frontiera orientale d’Italia (edito da Scholè, 2023), si è tenuto a Bari presso la biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo un incontro formativo in occasione del Giorno del Ricordo. L’evento è stato organizzato dall’IPSAIC (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) e dalla Biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo. È stato un momento di riflessione a proposito di temi storici che, nonostante siano trascorsi molti decenni, fanno ancora rumore: a destare l’attenzione ci hanno pensato per la parte relativa alla memorialistica Dionisio Simone, esule da Pola (Istria), e per la parte relativa ai rapporti internazionali dopo il secondo conflitto mondiale il ricercatore dell’Università di Bari Rosario Milano. Ha introdotto la dirigente della Teca la dottoressa Anna Vita Perrone, ha invece coordinato la discussione la professoressa Anna Gervasio direttrice dell’IPSAIC.
Dionisio Simone, già insegnante, ha ripercorso le tappe della propria vita ricordando vicende personali e familiari legate all’esodo dalla terra natia, l’Istria. Il racconto emotivo, a tratti commosso, è stato interessante, poiché per quanto di natura memoriale ha avuto il pregio di mantenere un equilibrio non facile. Dunque nonostante al centro della narrazione ci fossero le vicende umane personali (la paura delle persecuzioni e il distacco dalla propria terra), è stato approfondito anche l’aspetto relativo all’esodo giuliano-dalmata, che, come ribadito a più voci, sconta ancora un disaccordo tutto statistico tra le pubblicazioni di carattere memoriale e le ricerche prettamente accademiche.
A Rosario Milano, ricercatore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Bari, è toccato invece tracciare le linee del complesso quadro delle relazioni internazionali, naturale cornice di una narrazione globale, a volte di difficile interpretazione. L’impianto delle vicende storiche narrate, facendo riferimento ai fatti accertati, ha invitato a porsi ulteriori quesiti, utili quest’ultimi a leggere le vicende già analizzate dalla ricerca storica, tanto quanto capaci di interpretare le attuali circostanze (europee), di cui la guerra d’aggressione che la Russia sta conducendo ai danni dell’Ucraina e del suo popolo ne è un fulgido esempio. Su questo punto, interessante è stata l’intuizione del dott. Milano a proposito dell’uso strumentale della storia da parte della politica: il caso dei Paesi dell’ex blocco sovietico (vedi di nuovo il caso ucraino): «i governi hanno usato la storia per creare un sentimento nazionale» per sganciarsi dal passato comune gonfiando, in tal modo, un sentimento nazional-populista utile alla causa ma foriero di conseguenze dirompenti; al contrario del percorso che hanno (più o meno congiuntamente) compiuto i Paesi membri dell’Unione Europea (vedi il caso Italia-Slovenia-Croazia proprio relativo alla necessità di avere una lettura condivisa dei fatti accaduti a cavallo delle due guerre mondiali su quel lembo di terra conteso che noi italiani chiamiamo confine orientale).
Molte volte la verità sta nel mezzo, e se è vero che per opportunità di politica internazionale per molti anni ai fatti del confine orientale non si è dato grande risalto, è disonesto affermare che si è nascosta la verità, questo è dimostrato dalle pubblicazioni che furono realizzate a guerra appena conclusa e negli anni successivi; pubblicazioni che denunciavano i fatti atroci avvenuti nelle terre contese a cavallo tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945. Anche su questo punto la retorica «degli italiani infoibati solo perché italiani» non regge neppure nel racconto memoriale di un esule (che in effetti ne afferma la totale incongruità dell’assunto), figuriamoci nel resoconto dell’analisi storica, che (in modo largamente condiviso dai più) afferma che le esecuzioni (i cosiddetti infoibamenti) venivano perpetrati seguendo un disegno egemonico che andava oltre le nazionalità, poiché mirava a costruire un mondo (quello socialista jugoslavo) che avrebbe (come del resto poi ha fatto) messo insieme i popoli slavi, da sempre divisi e quindi vittime di Paesi “protettori”, e tutti coloro che guardavano al domani attraverso il prisma del socialismo reale per creare un Paese grande e autonomo (in quest’ottica si legge la strada di Tito al socialismo reale e la successiva rottura con Stalin).
Se una certezza c’è, è che delle vicende del confine orientale (e dunque di torture e violenze, di cavità carsiche ed esecuzioni, di opzioni più o meno “volontarie”, di esodo e di campi profughi) si è ricercato e pubblicato tanto quanto basterebbe a prenderne piena coscienza, se non fosse che la stessa giornata del ricordo (un unicum in Europa) nasce sotto la spinta di una destra che faticava (all’epoca) a rinnegare il fascismo, o lo faceva bisbigliando per non irretire i vecchi camerati ancora legati ai concetti di irredentismo e vittoria mutilata, facendo di un fatto locale (vissuto allo stesso modo al confine orientale d’Italia e in molte altre aree regionali della sventurata Europa) un fatto di importanza nazionale. Ebbene la storia è stata largamente accertata ma la retorica stucchevole continua, per proseguire (a fini politico-elettorali) quel infinito lavaggio di coscienza tipico degli italiani: che non hanno affrontato le responsabilità del colonialismo, dell’assimilazione forzata dei popoli alloglotti del confine orientale, vent’anni di dittatura fascista, le leggi razziali e il confino “concesso” agli oppositori politici del regime, fino alla comune volontà nazi-fascista di aumentare il numero di popoli da assoggettare all’idiozia della razza ariana con tanto spregio della vita umana come mai prima di allora era avvenuto.
lunedì 6 febbraio 2023
Ambiente. Dal bioparco al parco naturale: il dilemma della conservazione tra gabbie e regolamenti
venerdì 3 febbraio 2023
Amministrazione comunale. Le promesse elettorali si fanno reali: i lavori di rinnovamento al parco giochi sono iniziati
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