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sabato 14 febbraio 2026

Foibe. Giornata del Ricordo numero 22: stesse riflessioni, stessa propaganda

di Vito Stano 

Le violenze avvenute sul confine orientale italiano tra il 1943 e il 1945, comunemente riassunte con il termine foibe, costituiscono un fenomeno complesso che non può essere ridotto ai soli infoibamenti. Le vittime accertate dalla storiografia variano a seconda delle aree: in Istria si stimano alcune centinaia di morti, mentre nelle province di Trieste e Gorizia il numero complessivo, includendo morti nei campi di prigionia jugoslavi, deportazioni ed esecuzioni sommarie, raggiunge alcune migliaia. Per questo oggi gli storici preferiscono parlare di vittime delle foibe e delle deportazioni, collocando gli eventi in un quadro più ampio di violenza politica e di guerra.

Le uccisioni non furono motivate esclusivamente dall’appartenenza nazionale, ma colpirono persone considerate oppositrici reali o potenziali del nascente regime comunista jugoslavo: funzionari statali, fascisti, collaborazionisti, ma anche antifascisti italiani, sloveni e croati, oltre a membri di diverse comunità etniche. Si trattò dunque di una resa dei conti politica e ideologica, inserita in un contesto segnato dalla precedente occupazione fascista, dalle politiche di snazionalizzazione e dalla guerra di aggressione italiana nei Balcani.

Per decenni, per ragioni di equilibrio politico-diplomatico e di Guerra fredda, questi eventi rimasero marginali nella memoria pubblica italiana, lasciando spazio soprattutto ai ricordi familiari e locali. Solo dagli anni Duemila, con l’istituzione del Giorno del Ricordo, il tema è entrato stabilmente nel discorso pubblico, pur restando spesso oggetto di semplificazioni e strumentalizzazioni politiche.

Oggi la storiografia insiste sulla necessità di contestualizzare le foibe nella storia europea del Novecento, evitando letture nazionalistiche o riduttive. Comprendere questi eventi significa tenere insieme tre livelli fondamentali: l’analisi storica rigorosa, il riconoscimento delle vittime e una gestione responsabile della memoria, capace di favorire consapevolezza storica anziché contrapposizioni ideologiche.

Pubblicato da Vito Stano alle 16:23 Nessun commento:
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Etichette: politica, storia

Dayton trent’anni dopo: cosa resta degli accordi di pace in Bosnia-Erzegovina

Questo pezzo è stato scritto a margine di un importante convegno di studi presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università 'Aldo Moro' di Bari solo qualche settimana fa; vede la pubblicazione solo ora a causa di una mancata pubblicazione su un quotidiano. 

di Vito Stano

Chi è nato agli albori degli anni Ottanta, avrà vissuto durante l’infanzia e la preadolescenza la guerra nei Balcani. La guerra vista in televisione: indelebili restano le immagini di cittadini di Sarajevo che corrono su quello che è passato alla storia come il viale dei cecchini. Cecchini di cui le recentissime cronache italiane hanno riproposto una storia sconcia e ancora senza nomi: alcuni facoltosi italiani che pagarono per sparare nelle vesti di cecchini in quello che fu un indegno safari umano consumato dalle alture di Sarajevo. Ennesima vergogna del Belpaese da archiviare. Intanto il 2025 volge al termine e con esso va a concludersi il trentesimo anno dalla firma degli accordi di Dayton. Accordi che ebbero come conseguenza una tregua, che fu l’inizio della fine delle ostilità nei territori dell’ex Jugoslavia.

Parlare oggi di questi argomenti non è cosa facile: un’occasione di riflessione ricca di spunti di approfondimento è stato un convegno organizzato dagli studiosi Vito Saracino, Rosario Milano, Rebecca Bowen, Antonella Florio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’. Questo evento rientra nel progetto di ricerca della Regione Puglia RES(e)T MED: Relazioni ESTrne e MEDiterranee: studi internazionali per una Puglia glocale. I protagonisti delle due sessioni di studio sono stati numerosi e hanno rappresentato alcune delle numerose realtà accademiche delle due sponde dell’Adriatico: Amir Duranovic (University of Sarajevo), Bogdan Zivkovic (Accademia delle Arti e delle Scienze di Belgrado), Nika Vrbek (Università di Maribor), Mario Gervasi, Università degli Studi di Bari, Tomas Migliarina (Radiotelevisione Svizzera Italiana), Elisabetta Zurovac (Università di Urbino), Rebecca Bowen (Fondazione Gramsci di Puglia), Gianni Galleri (Meridiano 13), Vito Saracino (Fondazione Gramsci di Puglia). A coordinare i lavori del primo panel dal titolo ‘La genesi degli accordi. La guerra di Bosnia (1992-1995)’ il prof. Rosario Milano dell’Università degli Studi di Bari. Il secondo panel dal titolo ‘La Bosnia-Erzegovina a 30 anni di distanza da Dayton fra percezioni e realtà’ è stata coordinata dal prof. Giuseppe Spagnulo dell’università degli Studi di Bari.

Il prisma attraverso il quale è stato osservato il complesso degli argomenti ha coinvolto storici delle relazioni internazionali, sociologi dei media che studiano la diffusione di contenuti di carattere nostalgico sulle piattaforme social, studiosi di storia sociale del cinema che analizzano come le produzioni cinematografiche hanno raccontato le tragedie del XXI secolo, giuristi impegnati a studiare le implicazioni della politica sul complesso del diritto internazionale, oltre che giornalisti e scrittori che hanno narrato storie del variegato mondo balcanico. A guardare oggi la realtà della Bosnia-Erzegovina si fatica (dopo trent’anni) a dare una identificazione giuridica alla conformazione statuale che fu creata con gli Accordi di Dayton del 1995: dunque si parla di modello consociativo per la caratteristica forzatamente inclusiva delle tre etnie all’interno del panorama politico e della pubblica amministrazione. Una della peculiarità più importanti è la presidenza a rotazione, che vede avvicendarsi ogni otto mesi un diverso presidente alla guida del sistema politico-rappresentativo della Bosnia-Erzegovina; in altre parole una politica etnicizzata. Altro dato importante è la larga autonomia degli enti locali. Interessante è la percezione a trent’anni dagli accordi di Dayton dell’efficacia degli stessi e della necessità a mantenerne inalterata la struttura, al fine di evitare destabilizzazioni e attriti tra i gruppi etnicamente individuati proprio dagli accordi. 

La percezione dei nazionalisti della repubblica serba di Bosnia per esempio è che la revisione degli accordi porterebbe ad uno sbilanciamento del complesso sistema che favorirebbe bosniacchi e croati (B. Zivkovic). La critica più dura è mossa nei confronti dell’Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, il quale viene percepito come esterno e longa manus degli occidentali. Il suo ruolo è fondamentale perché ha il potere di escludere dalla scena politica ogni individuo che potenzialmente operi contro l’efficacia degli accordi di Dayton, oltre che gestire un importante portafogli per la ricostruzione. Fatto sta che all’interno dell’intelligentia serba, sia nazionalisti che liberali, sanno molto bene che non c’è un’alternativa a Dayton e al sistema nato con esso nel 1995. Altro dato interessante che emerge è che fu lo stesso Milosevic ha caldeggiare gli accordi di Dayton: su questo punto potrebbe porsi un dubbio etico tra chi parteggia per la giustizia e chi parteggia per la politica. Del resto la pace si è sempre fatta tra coloro che poco prima insistevano a farsi la guerra. Quindi anche in questo caso niente di nuovo. 

Da un punto di vista giuridico invece le implicazioni più importanti restano quelle originarie: il ruolo dei garanti esterni, la marginalizzazione delle Nazioni unite, il ruolo dell’Alto rappresentante. Significativo è il peso degli allegati degli accordi, diversamente dalla prassi consolidata il contenuto di essi era così cogente da ritenersi imprescindibili (M. Gervasi). La stessa costituzione bosniaca è contenuta in uno degli allegati, solo per fare un esempio lampante. Il ruolo delle Nazioni unite nella vicenda bosniaca è ben noto, basti ricordare il ruolo che ebbe il contingente olandese a Srebenica. La Nato prima e l’Unione europea dopo con i propri contingenti sono subentrati alle Nazioni unite al fine di garantire la stabilità nelle aree di interesse. Il post-Dayton ha previsto la formazione di una commissione elettorale che vigilasse sullo svolgimento delle elezioni: dovevano essere eletti interi parlamenti oltre che i tre presidenti che a rotazione avrebbero guidato la consociazione bosniaca. 

Un altro importante fattore fu rappresentato dalla enorme massa di profughi che spostandosi dal luogo di residenza per rifugiarsi altrove, non si sapeva come e per chi dovessero votare. I serbi erano propensi alla soluzione che prevedeva che votassero i rappresentanti del luogo dove si erano rifugiati, ma alla fine ai rifugiati fu concesso di votare a scelta per coloro che rappresentavano i territori d’origine oppure per coloro che rappresentavano i luoghi di accoglienza. Fu registrata anche un’autopulizia etnica indotta dai capi etnici per ripulire le aree più periferiche ed evitare la convivenza (T. Migliorina). Infine gli aspetti più sociologici e culturali: la nostalgia jugoslava o jugonostalgia che serpeggia su instagram e tiktok, che mette in luce una curiosa mediatizzazione della memoria online della Jugoslavia (E. Zurovac). A questa mediatizzazione si è arrivati dopo altre due fasi precedenti: la confisca della memoria e il trauma culturale: per fare un esempio concreto basti citare il cambio di toponomastica. Così come la ricerca dei monumenti (Spomerik) che caratterizzavano la via jugoslava all’arte: cemento e grandi dimensioni a testimoniare la grandezza jugoslava e la differenza dall’arte sovietica, nettamente figurativa al contrario di queste astratte e aliene opere scultoree di stampo jugoslavo, di cui in Italia se ne custodiscono quattro, tra cui una è presente nel cimitero di Barletta (G. Galleri). 

Infine la cinematografia, che attraverso le sue storie racconta la storia: anche in questo ambito la Bosnia-Erzegovina e le sue tragedie è ancella se paragonata alle altre tragedie del recente Novecento: il genocidio in Ruanda e gli attentati dell’11 settembre a New York. Un profluvio di film e documentari per la tragedia americana (circa 2mila vittime) contro un recente film visibile su Netflix per la tragedia bosniaca (100mila vittime). Lo sbilanciamento narrativo dimostra ancora una volta quanto sia vera la categorizzazione delle vittime in importanti e meno importanti (V. Saracino). In effetti a parte alcuni momenti particolari, anche l’informazione raramente guarda a est, dimenticando che Sarajevo non è poi così lontana.
Pubblicato da Vito Stano alle 14:55 Nessun commento:
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Etichette: scienze politiche, storia

sabato 20 aprile 2024

A vent'anni dal G8 l'Italia sempre nel pantano: Nello Trocchia racconta il Pestaggio di Stato

di Vito Stano

Il  libro di Nello Trocchia l’ho letto tutto d’un fiato e, come faccio (quasi) sempre in queste occasioni, mi sono lasciato le ultime pagine da leggere con lucidità al mattino seguente.

Quando arrivo nell’aula magna del liceo classico Ricciotto Canudo di Gioia del colle, la presentazione del libro è iniziata da poco per fortuna mia. L’aula è gremita di studentesse e studenti, qualche professoressa qua e là. Mi porto avanti, il limite lo segna un fotografo imberbe, studente anche lui, timido ma deciso a fare il suo dovere. Nello Trocchia, giornalista di punta del quotidiano Domani, è al centro del tavolo, alla sua destra una giovane donna e una prof, alla sua sinistra un’altra giovane donna e un’altra prof.

Al mio arrivo sono l’unico corpo estraneo in quel contesto, appena più tardi verrò raggiunto da un amico fotografo e un ragazzo che non conoscevo e che al termine mi verrà presentato mostrandomi un ticket elettorale: e mentre strabuzzo e tengo la calma, mi chiedo chissà se leggerà il libro e chissà che riflessioni farà un ragazzo appena trentenne candidato al Consiglio comunale con Fratelli d’Italia delle verità narrate da Nello Trocchia a proposito del pestaggio di Stato compiuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020 in piena pandemia da covid-19?

Intanto con la spalla destra al muro mi metto in ascolto, non è facile filmare restando in equilibrio precario, ma non ho scelta. Filmo i suoi interventi: Nello Trocchia risponde grato alle sollecitazioni degli studenti e delle studentesse che hanno studiato il suo libro. In effetti per chi come il sottoscritto ha seguito questa storia sul quotidiano Domani, questa storia è stata a vent’anni circa dai fatti del G8 di Genova un’altra tegola caduta sulla testa della nostra Repubblica. In quel pomeriggio interminabile di quattro anni fa uomini e donne con indosso l’uniforme della polizia penitenziaria hanno dato sfogo al peggio e, come se non bastasse, la catena di comando (come fu a Genova) coprì e disseminò di trappole la ricerca della verità. A volte però la fortuna vuole che gli uomini e le donne giusti siano esattamente ai posti giusti e quindi la verità ha una chance di venire a galla, creando non pochi imbarazzi a tutti coloro che senza dubbi avevano per mesi, e sin dai primissimi momenti, avallato la versione dei vertici regionali dell’amministrazione penitenziaria dando per scontato tutto: guardie e ladri. Il potere e i senza potere. Senza alcun dubbio. Ma in tempi di comunicazione ipersonica alcune sfaccettature della storia iniziano a emergere, il coraggio dei familiari non si può arrestare e la caparbietà del giornalista d’inchiesta neppure. Per farla breve, senza far torto all’autore dell’inchiesta, dopo mesi di insabbiamento costante, Nello Trocchia, che aveva seguito il caso da subito, viene sapere che a testimoniare la veridicità di questa orrenda storia di torture di Stato ci sono delle prove: i video delle telecamere di sorveglianza all’interno del carcere, sequestrati dai carabinieri appena qualche giorno dopo il vile pestaggio. Sarà proprio Nello Trocchia sul sito on-line del quotidiano Domani a pubblicare in esclusiva la prova regina, l’incontestabile verità che spiazza tutti e tutte coloro che dormivano sonni tranquilli: a stigmatizzare si scomodano in molti, ministri e parlamentari, destra-centro e pseudo-sinistra, che era al governo (5Stelle-PD) al tempo del pestaggio. Del resto se non fosse per le immagine incontestabili, come si fa a credere a uomini reclusi, ritenuti scarto di una società borghese che ama dormire sonni tranquilli lontano dai purgatori contemporanei. 

La tesi di Nello Trocchia è che vent’anni di propaganda pro-carcere e inasprimento delle pene non poteva che portare a questi risultati. Carceri sovraffollate, piene di tossicodipendenti e piccoli spacciatori e ladruncoli. La vita dietro le sbarre è la condanna, anche prima della sentenza, di molti poveracci. Molti dei quali per campare in quei gironi si buttano a capofitto nello stordimento da sostanze simil-metadone.

Alla fine della presentazione non mi resta altro da fare che mettermi in fila per avvicinarmi quanto più possibile e stringere la mano ad un uomo che ha tenuto la barra dritta, navigando in un mare torbido e in tempesta, senza mai perdere del tutto il desiderio di verità.
Pubblicato da Vito Stano alle 02:51 Nessun commento:
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Etichette: carcere, libro, Nello Trocchia, Pestaggio di Stato

mercoledì 16 agosto 2023

Piero Fassino risponde: «sono ben cosciente che esiste una questione salariale che riguarda milioni di persone»

Ricorderete della lettera aperta che ho scritto all'on. Piero Fassino, ebbene in data 14 agosto ho ricevuto una sua e-mail di risposta, che pubblico qui integralmente. Non è cosa scontata ricevere risposta dai piani alti dalla Repubblica, pertanto ne condivido il contenuto con voi che mi leggete, augurandomi di non far torto all'onorevole Fassino. V.S.


Ricevo e pubblico

Signor Stanovito (uso questo nome del suo indirizzo email), la ringrazio della sua lettera e affinché abbia una conoscenza corretta le fornisco alcune informazioni.

Nel mio breve intervento - durante la seduta dedicata al bilancio della Camera - non ho espresso alcuna lamentela circa l’ammontare dell'indennità che viene erogata ai deputati. Anzi. Ho semplicemente ricordato che, defalcate dall’indennità lorda mensile di 10.045 euro la quota Irpef, le addizionali regionali e locali, i contributi previdenziali, il rateo della assicurazione malattia, l’indennità netta mensile percepita dai deputati è di 4.718,05 euro, per 12 mensilità, pari a 57.616 euro annui. È una cifra equivalente a quello che percepisce un dirigente d’azienda di medio livello in una azienda privata e decisamente inferiore a quello che percepiscono molti dirigenti nelle pubbliche amministrazioni.

In ogni caso - come si può evincere dal testo del mio intervento - ho dichiarato nel mio intervento che considero quella indennità più che sufficiente. Se l’ho richiamata è semplicemente per ricordare che l’effettivo ammontare dell’indennità percepita da ogni deputato è molto diversa dalla voce largamente diffusa nell’opinione pubblica che ai parlamentari vengano erogati “stipendi d’oro” di decine di migliaia di euro. Non ho espresso alcuna lamentela, tanto meno ho chiesto di modificare quell’indennità. Ho detto semplicemente una cosa vera.

Aggiungo anche che le diarie erogate mensilmente a ogni deputato per l’esercizio del mandato sono da me interamente utilizzate per i compensi ai miei collaboratori (regolarmente contrattualizzati), per sostenere l’attività del PD nazionale e Veneto (dove sono stato eletto) e per coprire le spese per le iniziative politiche nella circoscrizione elettorale. Non un euro di quelle diarie rimane a me e quindi 4.700 euro è ciò che io percepisco ogni mese. Indennità che - ripeto - ritengo più che sufficiente.

Ma la ragione per cui io ho ritenuto di intervenire non era per contestare l’ammontare dell’indennità, ma per contestare l’approccio demagogico e anti parlamentare di una serie di ordini del giorno in discussione in quella seduta. In altri termini, non sono intervenuto a difendere la “casta” - categoria che rifiuto - ma la dignità del Parlamento e dei parlamentari.

Mi rammarico naturalmente che questa mia intenzione sia stata rappresentata all’opinione pubblica in modo distorto, producendone una percezione negativa, ma i fatti sono quelli che ho richiamato, senza opportunismo e senza ipocrisia, nel puro rispetto dell'informazione dei cittadini.

Infine sono ben cosciente che esiste una questione salariale che riguarda milioni di persone e famiglie costrette a vivere con stipendi insufficienti e pensioni basse. È una questione che ho sollevato più volte e penso che sia compito della politica - di chi governa come di chi sta all’opposizione - mettere questo tema al centro dell’agenda politica e parlamentare ogni giorno, come finalmente sta avvenendo in queste ultime settimane.

La ringrazio dell’attenzione. 

Con cordialità Piero Fassino  


Pubblicato da Vito Stano alle 07:34 Nessun commento:
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Etichette: politica

mercoledì 9 agosto 2023

Caro onorevole Fassino. Lettera aperta dal mondo dei vivi, quelli che cedolino alla mano...

Caro onorevole Fassino, ci ho pensato e ripensato a scrivere una lettera aperta da inviare ai quotidiani, ma poi preso dalle incombenze quotidiane desistevo. Fino a che l’altra sera al riparo dalla pioggia agostana che ha bagnato Matera, ho ascoltato una persona, che avvicinandosi con leggiadria ai sessant’anni (e dunque ancora attivamente impegnata nel suo lavoro di maestra elementare) faceva il paragone tra noi italiani e i lavoratori francesi, che nonostante la riforma delle pensioni sia stata adottata, comunque quando bisogna lottare, lottano. Non come da noi, che pensiamo al twiga e i suoi ospiti. Loro lottano, magari non la spuntano, come questa volta, ma almeno lottano. Punto. 

Questo è solo il punto di svolta di una riflessione che mi frulla in testa da quando ho sentito (e visto) l’onorevole Fassino dire quello che ha detto a proposito del suo indennizzo da parlamentare della Repubblica. Era il 2 agosto e nel mio paesino dell’entroterra barese dolcemente adagiato sulle collinette dell’Alta Murgia era festa patronale e io avevo appena avuto una gioia: avevo letto (e riletto) la graduatoria che stava ad indicare i 44 fortunati (tra i quali c’ero anch’io) che, in base all’accordo sindacale tra i sindacati confederali e la società per azioni Poste Italiane, avranno a breve il contratto a tempo indeterminato. 

Dunque, per farla breve, ero a casa dei miei, i parenti stretti mi felicitavano e sentivo Fassino (l’onorevole) dire che il suo stipendio da parlamentare era buono, ma non d’oro. Mentre io mi gongolavo beato pensando che per il resto dei giorni miei avrei avuto un lavoro in una grande azienda italiana, per la quale avrei consegnato chili e chili di corrispondenza in cambio di uno stipendio normale, non uno stipendio d’oro. Eppure io ero felice. Lo sono ancora oggi e lo sarò per i giorni a venire, perché io caro on. Fassino con i suoi 4mila euro netti mensili saprei molto bene cosa farci, perché l’azienda italiana di cui sopra me ne darà molti meno per un lavoro bello ma duro; pertanto io saprei come gestire i suoi bei soldini tanto sudati, li tratterei proprio come i soldini miei. Cari sudatissimi soldini. 

Innanzitutto mi permetterei il viaggetto che ho evitato quest’estate: andrei in Spagna a trovare degli amici e a conoscere sempre più un Paese e una lingua che amo molto. Poi, per essere più pragmatico e un pochino meno frivolo, con i suoi 4mila euro al mese magari potrei iniziare seriamente a pensare di comprare casa, non la seconda la prima. E magari, visto che è tutta la vita che vorrei fare delle cose belle, tipo aprire un piccolo ristorante in un posto turistico in società con degli amici professionisti, con i suoi 4mila euro al mese stringendo la cinghia potrei riuscirci. 

Che ne dice caro onorevole Fassino, potremmo trovare un accordo? Io le darei delle rassicurazioni in merito, tipo social card o alla pentastellati delle origini: le porterei gli scontrini e una distinta ben fatta. 

Caro on. Fassino vorrei chiudere così come ho iniziato: in quest’estate meloniana, a parte le beghe fiscali e morali della ministra Santanché (che in Francia o altrove si sarebbe dimessa immediatamente) e le beghe penali del figlio del presidente La Russa, abbiamo avuto la sventura di un clima distruttivo da nord a sud, acqua e fuoco ci inseguono a fasi alterne, e mentre la segretaria del (suo) partito democratico (che io non voto, perché troppo poco osservante dei valori a cui tengo) promuove in ensamble con i 5stelle una legge per mettere un limite minimo al salario (lordo) di un lavoratore basic italiano, le sue parole feriscono e confondono, arrecando un potenziale danno elettorale (mi auguro di sbagliare, ma tant’è) a tutto vantaggio di coloro che governano con favore del capitale ignorando i lavoratori. 

Caro onorevole Fassino, al final le auguro una buona coda d’estate e le allego in foto la mia postepay evolution per varie ed eventuali. Non si offenda se l’ho presa in ostaggio con la penna, guardi al futuro: al prossimo cedolino!
Pubblicato da Vito Stano alle 14:16 Nessun commento:
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Etichette: politica

venerdì 10 febbraio 2023

Foibe. A diciannove anni dalla legge si fatica a restare in equilibrio tra retorica e strumentalizzazione politica della storia

di Vito Stano

Approfittando dell’ultimo lavoro dato alle stampe dallo storico torinese Enrico Miletto dal titolo Le due Marie. Vite sulla frontiera orientale d’Italia (edito da Scholè, 2023), si è tenuto a Bari presso la biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo un incontro formativo in occasione del Giorno del Ricordo. L’evento è stato organizzato dall’IPSAIC (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) e dalla Biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo. È stato un momento di riflessione a proposito di temi storici che, nonostante siano trascorsi molti decenni, fanno ancora rumore: a destare l’attenzione ci hanno pensato per la parte relativa alla memorialistica Dionisio Simone, esule da Pola (Istria), e per la parte relativa ai rapporti internazionali dopo il secondo conflitto mondiale il ricercatore dell’Università di Bari Rosario Milano. Ha introdotto la dirigente della Teca la dottoressa Anna Vita Perrone, ha invece coordinato la discussione la professoressa Anna Gervasio direttrice dell’IPSAIC.
 
La memoria personale e familiare
Dionisio Simone, già insegnante, ha ripercorso le tappe della propria vita ricordando vicende personali e familiari legate all’esodo dalla terra natia, l’Istria. Il racconto emotivo, a tratti commosso, è stato interessante, poiché per quanto di natura memoriale ha avuto il pregio di mantenere un equilibrio non facile. Dunque nonostante al centro della narrazione ci fossero le vicende umane personali (la paura delle persecuzioni e il distacco dalla propria terra), è stato approfondito anche l’aspetto relativo all’esodo giuliano-dalmata, che, come ribadito a più voci, sconta ancora un disaccordo tutto statistico tra le pubblicazioni di carattere memoriale e le ricerche prettamente accademiche.  
 
L’analisi del contesto globale e l’uso strumentale della storia
A Rosario Milano, ricercatore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Bari, è toccato invece tracciare le linee del complesso quadro delle relazioni internazionali, naturale cornice di una narrazione globale, a volte di difficile interpretazione. L’impianto delle vicende storiche narrate, facendo riferimento ai fatti accertati, ha invitato a porsi ulteriori quesiti, utili quest’ultimi a leggere le vicende già analizzate dalla ricerca storica, tanto quanto capaci di interpretare le attuali circostanze (europee), di cui la guerra d’aggressione che la Russia sta conducendo ai danni dell’Ucraina e del suo popolo ne è un fulgido esempio. Su questo punto, interessante è stata l’intuizione del dott. Milano a proposito dell’uso strumentale della storia da parte della politica: il caso dei Paesi dell’ex blocco sovietico (vedi di nuovo il caso ucraino): «i governi hanno usato la storia per creare un sentimento nazionale» per sganciarsi dal passato comune gonfiando, in tal modo, un sentimento nazional-populista utile alla causa ma foriero di conseguenze dirompenti; al contrario del percorso che hanno (più o meno congiuntamente) compiuto i Paesi membri dell’Unione Europea (vedi il caso Italia-Slovenia-Croazia proprio relativo alla necessità di avere una lettura condivisa dei fatti accaduti a cavallo delle due guerre mondiali su quel lembo di terra conteso che noi italiani chiamiamo confine orientale).
 
Conoscenza dei fatti vs retorica ad uso politico-elettorale
Molte volte la verità sta nel mezzo, e se è vero che per opportunità di politica internazionale per molti anni ai fatti del confine orientale non si è dato grande risalto, è disonesto affermare che si è nascosta la verità, questo è dimostrato dalle pubblicazioni che furono realizzate a guerra appena conclusa e negli anni successivi; pubblicazioni che denunciavano i fatti atroci avvenuti nelle terre contese a cavallo tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945. Anche su questo punto la retorica «degli italiani infoibati solo perché italiani» non regge neppure nel racconto memoriale di un esule (che in effetti ne afferma la totale incongruità dell’assunto), figuriamoci nel resoconto dell’analisi storica, che (in modo largamente condiviso dai più) afferma che le esecuzioni (i cosiddetti infoibamenti) venivano perpetrati seguendo un disegno egemonico che andava oltre le nazionalità, poiché mirava a costruire un mondo (quello socialista jugoslavo) che avrebbe (come del resto poi ha fatto) messo insieme i popoli slavi, da sempre divisi e quindi vittime di Paesi “protettori”, e tutti coloro che guardavano al domani attraverso il prisma del socialismo reale per creare un Paese grande e autonomo (in quest’ottica si legge la strada di Tito al socialismo reale e la successiva rottura con Stalin).

Due giornate della memoria: unicum tutto italiano
Se una certezza c’è, è che delle vicende del confine orientale (e dunque di torture e violenze, di cavità carsiche ed esecuzioni, di opzioni più o meno “volontarie”, di esodo e di campi profughi) si è ricercato e pubblicato tanto quanto basterebbe a prenderne piena coscienza, se non fosse che la stessa giornata del ricordo (un unicum in Europa) nasce sotto la spinta di una destra che faticava (all’epoca) a rinnegare il fascismo, o lo faceva bisbigliando per non irretire i vecchi camerati ancora legati ai concetti di irredentismo e vittoria mutilata, facendo di un fatto locale (vissuto allo stesso modo al confine orientale d’Italia e in molte altre aree regionali della sventurata Europa) un fatto di importanza nazionale. Ebbene la storia è stata largamente accertata ma la retorica stucchevole continua, per proseguire (a fini politico-elettorali) quel infinito lavaggio di coscienza tipico degli italiani: che non hanno affrontato le responsabilità del colonialismo, dell’assimilazione forzata dei popoli alloglotti del confine orientale, vent’anni di dittatura fascista, le leggi razziali e il confino “concesso” agli oppositori politici del regime, fino alla comune volontà nazi-fascista di aumentare il numero di popoli da assoggettare all’idiozia della razza ariana con tanto spregio della vita umana come mai prima di allora era avvenuto.
 
A dimostrazione di tanta inutile retorica e di tanto uso strumentale della storia, in alcuni paesi del profondo Sud (che a volte faticano a conoscere la propria storia regionale) sono previste non una ma due manifestazioni nel Giorno del ricordo: la prima istituzionale e l’altra di partito (di destra). Tanto basta per domandarsi, ancora una volta dopo quasi vent’anni dalla legge che ha istituzionalizzato il 10 febbraio, a chi servono queste cerimonie?        
Pubblicato da Vito Stano alle 08:30 Nessun commento:
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Etichette: cassano delle murge, rosario milano, storia

lunedì 6 febbraio 2023

Ambiente. Dal bioparco al parco naturale: il dilemma della conservazione tra gabbie e regolamenti

di Vito Stano

L'archivio è come un essere vivente e di tanto in tanto emerge una storia che vuol essere raccontata: è da qualche giorno che chiedo al mio archivio di restituirmi qualcosa e stamattina sono stato accontentato: le immagini che ho realizzato al bioparco di Valencia (nel non troppo lontano dicembre 2019) mi hanno permesso di creare un collegamento con un podcast che ascoltavo l'altra sera su RaiPlaySound: in Orsa minore, questo il titolo del podcast, diverse voci raccontano la vita più o meno selvaggia del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise sulle cui estese terre vivono numerosi esemplari di orso marsicano. 

La coincidenza, maldestramente, mi ha portato attraverso la cronaca alla notizia dell'ennesimo orso investito su una tratto di strada statale che taglia quei territori. Insomma la vita selvaggia che interseca la modernità senza tanti complimenti. Perché unisco idealmente la vita selvaggia degli orsi marsicani con gli esemplari di numerose specie ospitate nel BioParco di Valencia? Ebbene la voce di una delle protagoniste di Orsa minore, mi colpì profondamente quando, a proposito della necessità di recintare e segnalare i limiti di un parco nazionale, disse (vado a memoria) che si dovrebbe riflettere sull'incapacità della specie umana di rispettare le altre specie e il loro territorio, in quanto evidentemente non siamo in grado di convivere con altre specie se non le riduciamo al ruolo di comprimari. Una triste realtà che può essere osservata nei bioparchi o zoo contemporanei: anche a Valencia dunque, che proprio in febbraio festeggia i suoi quindici anni di attività, è possibile osservare una serie di specie animali (anche tra le più feroci) comodamente passeggiando su selciati artatamente riprodotti per ricreare un habitat lontano.

Per questo oggi, ancora una volta, approfitto per riflettere sull'autenticità delle esperienze che viviamo: un leopardo dietro un vetro antisfondamento ha un senso soltanto se mi immagino di essere in una sorta di atlante tridimensionale a grandezza naturale, stesso discorso varrebbe per un enerme acquario che contiene, come fossero pesci rossi, i pinguini dall'Antardide. Non è facile accettare come e quanto stiamo riducendo tutto alla categoria del consumo, perché se è indubbiamente vero che molti esemplari a rischio sono stati garantiti dalla ingloriosa estinzione, è anche vero che metterli in esposizione genera introiti (più cibo e gadget da portare a casa) che producono l'effetto tipico di ogni atto consumistico: ridimensionare l'esistenza alle cose materiali, cose acquistabili e consumabili. 
Pubblicato da Vito Stano alle 16:02 Nessun commento:
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Etichette: bioparco, Valencia

venerdì 3 febbraio 2023

Amministrazione comunale. Le promesse elettorali si fanno reali: i lavori di rinnovamento al parco giochi sono iniziati

 di Vito Stano

Qualche anno fa, durante l'epoca amministrativa Di Medio-Giustino il parco giochi nel quartiere Sacro Cuore subì un rimaneggiamento, ma fu così poco significativo che ricordo d'aver criticato aspramente quel consumo di denari pubblici per poi far sporcare i bambini e le bambine come in un cantiere. 
Parco giochi, Vito Stano@2019


Ricordo d'aver imbeccato l'allora consigliere Davide Del Re nel bar in piazza e l'attuale sindaco mi contestò che il progetto, che era stato scritto da lui (epoca Lionetti-Del Re), era diverso da quello adottato successivamente dall'amministrazione Di Medio-Giustino. 
Qualche giorno dopo per caso, sempre in piazza, incontrai il vicesindaco Angelo Giustino e criticai le scelte adottate e lui mi disse che in cinque anni avrebbero potuto fare delle modifiche. Ma io non diedi credito alle sue parole e in effetti ebbi ragione. 

Oggi, a qualche anno di distanza, il tempo è cambiato: le promesse elettorali divengono reali. I lavori sono iniziati e l'assessore Enza Battista non fa mistero della sua soddisfazione: «è un intervento che ci premeva fare quanto prima, perché la felicità dei bambini passa anche dalla loro sicurezza».





Parco giochi, Vito Stano@2023

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lunedì 9 gennaio 2023

Anno domini 2023. Le notizie dal mondo e dalla Puglia a bomba sul nuovo anno

di Vito Stano

La ripresa della scuola e dei soliti affari quotidiani è stata come una panno umido che tira a sé i resti di un lunghissimo ponte (tibetano) natalizio. Dalle rassegne stampa ascoltate in mattinata su Radio3 e dalla lettura al volo di qualche quotidiano emergono alcune notizie che fanno ben gridare «Welcome 2023!»: dall'assalto al Congresso brasiliano alla tregua del Natale ortodosso saltata tra le macerie ucraine, dal VI Congresso della CGIL di Bari agli incidenti d'auto sulle strade di Puglia che tante, troppe vittime stanno facendo.

Sul quotidiano L'Edicola del Sud invece un bel articolo di Enzo Quarto a proposito di un interessante libro scritto da Mario Gianfrate dal titolo 'Ipotesi di un delitto' edito da 
Les Flâneurs Edizioni. Nel libro si racconta della tragica vicenda che riguardò il delitto di Giuseppe Di Vagno. Il socialista scampò al tentato omidicio a Conversano, nel quale caddero sotto il fuoco della squadraccia fascista un compagno socialista e un giovane fascista. Fu nuovamente raggiunto dai sicari fascisti a Mola di Bari, dove fu assassinato. Questa storia è raccontata da Enzo Quarto sulle pagine del quotidiano diretto da Annamaria Ferretti. 

Questa storia di antifascismo militante ben si collega con la notizia della conferma alla guida della CGIL di Gigia Bucci, la quale dal palco stamattina ha voluto ringraziare con queste parole i presenti: «Care compagne e cari compagni, non è semplice per me contenere le emozioni che ancora una volta oggi, come la prima volta, mi trasmettete, dandomi la forza e l’entusiasmo di impegnarmi al fianco di ciascuno di voi, di ogni lavoratore, giovane e meno giovane, pensionato, fragile, precario, insomma di chiunque faccia parte della nostra comunità, della nostra grande famiglia della CGIL. A ciascuno di voi, uno per uno, voglio dire grazie. Grazie perché senza l’impegno ed il contributo di tutti noi, non saremmo riusciti a raggiungere in questi anni i tanti risultati, i successi e le vittorie delle numerose battaglie combattute fianco a fianco». 

Alla lista dei suggerimenti aggiungo un ultimo link, che ieri sera ho condiviso via wapp a qualche amico: mi riferisco al podcast in cinque puntate Anime resistenti, prodotto da CGIL Bari, CGIL Puglia e Fondazione Maierotti. 

«Anime Resistenti -si legge sul sito de La gazzetta del mezzogiorno- è il nuovo podcast realizzato da CGIL Bari, CGIL Puglia e Fondazione Maierotti, in collaborazione con la Gazzetta del Mezzogiorno e con il supporto di Abyond. Si tratta di una mini serie di 5 puntate che ripercorre la storia dell’antifascismo del nostro territorio. In ogni episodio, infatti, si esplora un momento specifico della vita del protagonista che sarà poi lo spunto per un viaggio narrativo che toccherà le tappe principali della sua vita. 
Una produzione audio che ha l’intento di promuovere non solo i valori democratici della Cgil, ma soprattutto la memoria storica del nostro territorio, ripercorrendo gli avvenimenti più importanti per la costruzione della coscienza sociale del Sud. E quale miglior mezzo di comunicazione potevamo scegliere se non la voce? In questa mini serie accompagnati dalle diverse frequenze della voce, vi accompagnere alla scoperta delle straordinarie personalità di Giuseppe Di Vittorio, Rita Maierotti, Alba de Cespedes, Sandro Pertini, Benedetto Petrone. I testi sono stati realizzati da Riccardo Lanzarone, mentre la supervisione musicale è a cura di Nother. Le illustrazioni sono a cura di Mariateresa Quercia, concept grafico di Almanacco press».  

Io l'ho ascoltato ieri sera, tutte e cinque d'un fiato, e ne sono rimasto sorpreso (per le storie e i dettagli che non conoscevo) e soddisfatto perché il podcast è uno strumento formidabile per riportare la Storia e le storie di ieri al centro del dibattito confuso e smemorato di oggi.

Ah dimenticavo buon 2023 a tutte le lettrici e a tutti i lettori di questo spazio autogestito.
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lunedì 19 dicembre 2022

La storia di Cassano raccontata strada per strada: l'importanza della toponomastica per una comunità consapevole

 di Vito Stano

Toponomastica e storia

Grazia Deledda, Ada Negri, Madre Teresa di Calcutta, Madre Clelia Merloni, le Sante Caterina, Cecilia, Chiara e Maria dei Martiri: se vi state chiedendo questo elenco cosa rappresenta è bene precisare che le informazioni che andrò a condividere in questo spazio sono state tratte tutte (o quasi) da un libro fondamentale: ‘Cassano delle Murge, Toponomastica e storia’, curato da Renato Tria e Giuseppe Campanale. Il primo professore e il secondo insegnante hanno composto questo lavoro memorabile per le edizioni dell’Università della Terza Età di Cassano delle Murge. Prima di iniziare il percorso nelle vie e nelle piazze del paese, ci tengo a scusarmi con i curatori e con i lettori e le lettrici se farò qualche errore di calcolo, dunque per eventuali inesattezze non esitate a scrivermi.

Il volume ha appena dodici anni (lo deduco dalla data in calce alla prefazione del professor Giordano), ma è un classico assoluto delle pubblicazioni locali. Il mio entusiasmo è presto spiegato da un mix di ragioni: la passione della storia che mi ha condotto a laurearmi a suo tempo in storia contemporanea; la mia ultima esperienza lavorativa, come portalettere e da ultimo l’investitura da parte dell’attuale sindaco come suo delegato su uno specifico progetto, cioè l’analisi e l’aggiornamento della toponomastica cittadina. Dunque partiamo da alcuni dati che hanno destato la mia curiosità: i curatori hanno considerato un totale di 277 toponimi, di cui soltanto 8 di questi riferiti a donne (5 sante, 1 religiosa e 2 scrittrici). Sul totale, 56 sono i toponimi che richiamano alla memoria cittadini e famiglie illustri cassanesi: i Miani, i Gentile, i Sanges e gli illustri Nicola Alessandrelli, l’architetto Vincenzo Ruffo, i maggiori Turitto e Rossani, il giornalista e storico Armando Perotti, i due Galietti, l’avvocato Paolo Fasano, il professor Colamonico (acquavivese), Laudati e Giordano (padre dello stimato prof. Tonino Giordano). Per concludere la carrellata degli illustri del passato l’onerevole Mandragora, il commissario prefettizio Battarino e i sacerdoti padre Angelo Centrullo e don Battista Armienti. Indicherò un nome su tutti per ricordare i caduti nelle varie guerre da Adua alla Seconda Guerra mondiale: quello di Saverio Viapiano, il più giovane dei caduti cassanesi (appena sedicenne) al quale fu intitolata una delle strade più lunghe del paese.

Curiosità per la via

Sul totale, 58 toponimi sono alla memoria di scrittori, artisti, scienziati e compositori: ben 15 vie del paese sono dedicate a questi ultimi e quasi tutte sono traverse della lunghissima via Repubblica: le vie Puccini, Ponchielli, Piccinni, Paisiello, Paganini, Umberto Giordano, Mascagni, Monteverdi, Saverio Mercadante, Leonardo Leo, Cimarosa, Bellini, Cilea, Rossini e Mameli (patriota e compositore dell’inno d’Italia).

Riferendoci sempre al totale dei toponimi, 79 ricordano politici, ufficiali militari, sindacalisti, patrioti, basti pensare alle due piazze più importanti del paese: piazza Aldo Moro (già piazza Umberto I) e piazza Giuseppe Garibaldi. Dunque uomini rappresentanti di due epoche così lontane eppure entrambi immersi in lotte politiche sanguinose. Le vie, invece, a ricordo di luoghi o avvenimenti e anniversari di vicende storiche fondamentali della storia d’Italia sono in tutto 47: dalla via di Acquaviva alla via Gorizia, dalla via di Bari alla via Trieste e ancora le vie Sicilia, Basilicata, Calabria e Campania (zona industriale) a ricordo del proficuo scambio con le regioni del nostro Meridione.

Ho scoperto, inoltre, leggendo questo corposo ma agile libro chi era Enrico Toti, al quale è intitolata una lunga e popolosa via nella zona del mercato settimanale (via Sisto e piazzale Merloni), al quale ho accostato, idealmente, la via che ricorda Fausto Coppi, nei pressi della Collina di S. Lucia: i due amavano correre in bici, ma se il secondo era un campione di ciclismo, il primo visse dai quindici anni con una sola gamba a causa di un incidente sul lavoro e percorse in bicicletta (con una sola gamba) lunghissime tratte (Parigi, Belgio, Olanda, Danimarca, Finlandia, Lapponia, Russia e Polonia, poi raggiunse Alessandria d’Egitto fino al confine con il Sudan) e non contento aveva più volte fatto richiesta di essere arruolato e mandato al fronte per contribuire alla vittoria patria. Dopo alcuni rifiuti a causa della sua menomazione fisica, la sua richiesta accorata fu accolta e il giovane ciclista ebbe la possibilità di contribuire alla vittoria dell’Italia durante la Prima Guerra Mondiale. Per la sua caparbietà e forza d’animo ebbe la sua parte di azione e morì in battaglia insieme ai bersaglieri che lo avevono accolto come uno di loro: a guerra conclusa la sua memoria fu onorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare dal Re in persona.

Numerose sono le vie intitolate a pensatori meridionalisti, una di queste, via Pietro Giannone, ricorda lo storico e illuminista meridionale (1676-1748) originario di Ischitella in provincia di Foggia, il quale come tantissimi altri a quell’epoca si trasferì a Napoli per proseguire gli studi. Questa breve via del paese è un esempio concreto di problematica irrisolta, poiché ad oggi risulta a vicolo cieco quando invece dovrebbe unire la piazza Galilei alla via Colamonico, esattamente di fronte alla via Giovanni XXIII.

Dal passato al presente

Dalla memoria alla vita quotidiana il passo è brevissimo. Un’altra curiosità svelata in questo volume è il nome con cui veniva indicato un rione dell’attuale zona Sacro Cuore: per essere precisi nei pressi di via Acquaviva una piccola via ricorda il rione ‘del Noce’, così come si chiamava la contrada rurale all’epoca. Per restare sempre in tema di luoghi e memoria, il toponimo Caponuovo, sta a ricordare una località nota sin dall’antichità: «Così chiamato, si legge nella scheda dedicata, perché in questa zona, secondo quanto riportato dallo storico Alessandrelli, si riunirono nel 539 (d.C., ndr) i superstiti provenienti dai sei villaggi sparsi nel territorio cassanese (Melano, Conetto, S. Domenico, Madonna della Scala, S. Lorenzo e Lago Gemolo) dopo la distruzione avutasi con la guerra greco-gotica. Probabilmente vollero dargli questo nome proprio perché stavano costituendo una nuova comunità».

Per avviare alla conclusione questo racconto, propongo altre due note informative: una relativa alla via San Zenone, la seconda traversa a sinistra di via Collina S. Lucia verso la chiesetta dedicata alla santa patrona della vista, e l’altra alla via Riconciliazione dei cristiani ovvero la via che conduce alla foresta Mercadante (in ricordo non del compositore altamurano, ma di una famiglia di Altamura proprietaria di terre in quella zona e che da questo ricco casato prese il toponimo). Il primo (S. Zenone) viene ricordato perché le sue reliquie furono portate anche a Cassano, tra l'altro fu il primo patrono di Cassano delle Murge, e difatti «le sue reliquie si trovano in una nicchia all’esterno della cancellata del Crocifisso nella Chiesa Matrice». La seconda delle due vie (via Riconciliazione), ricorda un avvenimento storico, di cui avevo già contezza grazie allo sforzo di Tonino Giorgio, che in un bel libro, ricco di fotografie, raccontò l’incontro tra i rappresentanti delle chiese ortodosse e quella cattolica tenutosi presso l’Oasi S. Maria in zona Colle Sereno o Circito.

Per restare in tema di zone extraurbane, va detto che nel libro non vi è traccia di tutte quelle aree abitate fuori dal centro, aree che svettano sulle colline di Cassano verso Altamura e alcune ai margini della foresta, proprio perché la maggior parte di quelle aree furono edificate a partire dagli anni Sessanta. In effetti ad oggi, a parte il centro storico che pure ha molte criticità, le zone che necessitano di interventi mirati e urgenti, sono proprie quelle extraurbane, presso cui le persone che ci vivono non sono più i pochi villeggianti di alcuni decenni fa, ma una cospicua parte della globalità dei residenti di Cassano, se non erro circa 2mila persone che vivono in vie senza nome e con numerazioni difficili da spiegare. Su questo punto si sta incentrando l’attenzione di chi scrive.

Riflessioni al tempo presente

Una riflessione va fatta anche alla luce della cancel culture, azione collettiva di rimozione di statue e cancellazione di vie e piazze che ricordavano uomini dal passato discutibile: uno dei più interessanti che spicca nel ventaglio dei toponimi locali è la via Cristoforo Colombo, il viaggiatore al quale viene attribuita la “scoperta” delle Americhe, mentre per altri Colombo è colui che condusse i popoli colonialisti europei a conquistare delle terre abitate da popoli nativi, dei quali s’è fatto uno dei genocidi più nefasti dell’epoca moderna. Questo è un tema al quale bisognerebbe dar spazio nel dibattito pubblico, come già in altri paesi limitrofi, una revisione alla luce delle attuali conoscenza e cultura dovrebbe esser posta all’ordine del giorno, attuando con le dovute cautele un rinnovamento che conduca attraverso la toponomastica alla storia più recente, di cui non vi è traccia tra le vie e le piazze del paese: a parte due giardini, anzi tre, intitolati ai giudici Falcone e Borsellino nei pressi dell’ufficio postale; ai Martiri delle foibe nel quartiere Sacro Cuore (ex 167) e il più recente in ordine di tempo, nei pressi della scuola media, intitolato alla memoria di Norma Cossetto, giovane donna presunta vittima della violenza dei partigiani jugoslavi, tutta la toponomastica, o quasi, ricorda la Roma imperiale e alcuni suoi imperatori (nel centro storico Augusto e Traiano) le tre Guerre d’indipendenza che contribuirono a comporre il puzzle dell’Italia, la Prima e la Seconda guerra mondiale con i loro protagonisti: tutto o quasi il racconto si arresta al periodo post-bellico arrivando al massimo agli anni Settanta-Ottanta (piazza Aldo Moro n’è un esempio). Stesso ragionamento varrebbe per i toponimi che ricordano i letterati e i filosofi, i giornalisti e gli scrittori, i poeti e gli artisti e ancora gli uomini di scienza e dell’accademia: se dovessi dare un nome su due piedi, senza dubbio penserei ad una via intitolata a Pier Paolo Pasolini (uno dei grandi pensatori del secondo Novecento) o magari a Maria Montessori (del cui metodo pedagogico oggi si fa largo uso) o ancora a Nilde Iotti, componente dei 75 della Costituente e prima donna a ricoprire l'incarico di presidente della Camera dei deputati dal 1979 al 1992, ben 12 anni. 

Ma soprattutto aggiornare significherebbe bilanciare i toponimi a favore delle donne, su questo punto credo che sia una battaglia di civiltà che attraverso la memoria porti a un riequilibro della bilancia dell’apporto dei due sessi nella storia del Paese: l’Italia di oggi, anno 2022 alle soglie del 2023, anche se funestata da mali atavici, non è, e mai più sarà, quella dei decenni passati (e figuriamoci dei secoli passati), quindi anche le strade dovrebbero raccontare storie diverse. Questa è una pratica già adottata altrove, che nulla toglie al passato ma che arricchisce il presente marcando un passaggio storico: la consapevolezza del presente deve necessariamente fare i conti con i lasciti del passato per renderli calzanti, dove possibile, con un pensiero progressista che guarda già al domani.

Pubblicato da Vito Stano alle 11:36 Nessun commento:
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