Le uccisioni non furono
motivate esclusivamente dall’appartenenza nazionale, ma colpirono persone
considerate oppositrici reali o potenziali del nascente regime comunista
jugoslavo: funzionari statali, fascisti, collaborazionisti, ma anche
antifascisti italiani, sloveni e croati, oltre a membri di diverse comunità
etniche. Si trattò dunque di una resa dei conti politica e ideologica, inserita
in un contesto segnato dalla precedente occupazione fascista, dalle politiche
di snazionalizzazione e dalla guerra di aggressione italiana nei Balcani.
Per decenni, per ragioni di
equilibrio politico-diplomatico e di Guerra fredda, questi eventi rimasero
marginali nella memoria pubblica italiana, lasciando spazio soprattutto ai
ricordi familiari e locali. Solo dagli anni Duemila, con l’istituzione del Giorno
del Ricordo, il tema è entrato stabilmente nel discorso pubblico, pur restando
spesso oggetto di semplificazioni e strumentalizzazioni politiche.
Oggi la storiografia insiste
sulla necessità di contestualizzare le foibe nella storia europea del
Novecento, evitando letture nazionalistiche o riduttive. Comprendere questi
eventi significa tenere insieme tre livelli fondamentali: l’analisi storica rigorosa,
il riconoscimento delle vittime e una gestione responsabile della memoria,
capace di favorire consapevolezza storica anziché contrapposizioni ideologiche.

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