sabato 14 febbraio 2026

Foibe. Giornata del Ricordo numero 22: stesse riflessioni, stessa propaganda

di Vito Stano 

Le violenze avvenute sul confine orientale italiano tra il 1943 e il 1945, comunemente riassunte con il termine foibe, costituiscono un fenomeno complesso che non può essere ridotto ai soli infoibamenti. Le vittime accertate dalla storiografia variano a seconda delle aree: in Istria si stimano alcune centinaia di morti, mentre nelle province di Trieste e Gorizia il numero complessivo, includendo morti nei campi di prigionia jugoslavi, deportazioni ed esecuzioni sommarie, raggiunge alcune migliaia. Per questo oggi gli storici preferiscono parlare di vittime delle foibe e delle deportazioni, collocando gli eventi in un quadro più ampio di violenza politica e di guerra.

Le uccisioni non furono motivate esclusivamente dall’appartenenza nazionale, ma colpirono persone considerate oppositrici reali o potenziali del nascente regime comunista jugoslavo: funzionari statali, fascisti, collaborazionisti, ma anche antifascisti italiani, sloveni e croati, oltre a membri di diverse comunità etniche. Si trattò dunque di una resa dei conti politica e ideologica, inserita in un contesto segnato dalla precedente occupazione fascista, dalle politiche di snazionalizzazione e dalla guerra di aggressione italiana nei Balcani.

Per decenni, per ragioni di equilibrio politico-diplomatico e di Guerra fredda, questi eventi rimasero marginali nella memoria pubblica italiana, lasciando spazio soprattutto ai ricordi familiari e locali. Solo dagli anni Duemila, con l’istituzione del Giorno del Ricordo, il tema è entrato stabilmente nel discorso pubblico, pur restando spesso oggetto di semplificazioni e strumentalizzazioni politiche.

Oggi la storiografia insiste sulla necessità di contestualizzare le foibe nella storia europea del Novecento, evitando letture nazionalistiche o riduttive. Comprendere questi eventi significa tenere insieme tre livelli fondamentali: l’analisi storica rigorosa, il riconoscimento delle vittime e una gestione responsabile della memoria, capace di favorire consapevolezza storica anziché contrapposizioni ideologiche.

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