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venerdì 23 novembre 2012

"Non può una città essere monopolizzata dalla produzione dell’acciaio, anche perché credo che ogni città, ogni territorio deve produrre in base alle proprie caratteristiche naturali. Taranto di naturale ha il mare": parla Vincenzo De Palmis, attivista di Taranto Respira


Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è stato nominato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini commissario alla bonifica dell'area di Taranto. Questa notizia non è stata presa bene da molti attivisti, che già sui social network hanno commentato aspramente la decisione, esprimendo rammarico e sdegno “per colui (Vendola,ndr) il quale ha detto tutto e il contrario di tutto e che inaugurò all'ombra del camino E 312 l'impianto Urea mano nella mano con la Prestigiacomo” (gruppo Aria pulita per Taranto). Questa decisione è stata accompagnata, a livello temporale, dalla decisione della Procura di Taranto, che ha espresso parere negativo sull’istanza di dissequestro avanzata dall’Ilva per gli impianti dell’area a caldo, sottoposti ai sigilli da luglio. Su questo punto il giudice delle indagini preliminari Patrizia Todisco dovrà esprimersi definitivamente forse in settimana. Intanto il viaggio tra i protagonisti della città jonica continua con l’intervista a Vincenzo De Palmis, tecnico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Taranto; De Palmis si occupa in particolare di monitoraggio in ambito marino-costiero.

A cura di Vito Stano

Vincenzo De Palmis - Foto Archivio Vito Stano
Fai parte di un’associazione ambientalista? Faccio parte di un’associazione ambientalista che si chiama “Taranto Respira”, ma da sempre mi occupo di ambiente per passione, avendo tra l’altro svolto in passato attività di speleologo ed essendo stato membro del Soccorso alpino; quindi sono molto legato agli ambienti naturali.  Una settimana fa all’incirca è stato deciso lo sblocco di una delle navi ferme nel porto a causa del fermo giudiziario ed è stata autorizzata a scaricare il minerale che portava e quindi praticamente a rinnovare il ciclo produttivo, continuando a venir meno alla decisione dei giudici della Procura di Taranto, i quali avevano sequestrato l’area a caldo. Il mondo ambientalista tarantino come sta reagendo alle novità che giorno dopo giorno arricchiscono e confondono il quadro secondo te? Ci sono vari stati di umore, se così possiamo dire. Da una parte c’è una sorta di entusiasmo iniziale che ripone nella magistratura la speranza che si possa giungere finalmente alla chiusura e nello stesso tempo un certo sconforto quando si apprendono quelle decisioni, come l’ultima, che seppur trattandosi di una semplice deroga permette lo sbarco delle materie prime, credo si tratti di materiali ferrosi atti alla fabbricazione dell’acciaio, e quindi la riattivazione del ciclo produttivo soprattutto dell’area a caldo. Quindi c’è questo dualismo: una sorta di fiducia incondizionata nell’operato della magistratura e sconforto per la deroga alla produzione decisa dalla stessa, perché la nostra aspirazione, il nostro desiderio è quello di vedere questa fabbrica chiudere i battenti e che Taranto possa andare oltre la monocultura dell’acciaio e la monocultura della diossina. Qual è il disegno che avete in mente? Il discorso è molto semplice, alcuni dicono che si tratta di un disegno utopistico: a mio avviso è così utopistico, cioè così avanti, da poter essere realizzato. Innanzitutto facciamo una piccola distinzione, la chiusura che tutti auspicano è quella dell’area a caldo, è chiaro che senza l’area a caldo l’area cosiddetta a freddo (laminatori, tubifici, eccetera) difficilmente potrà avere un futuro, perché il tutto dipende dalla grossa produzione dell’area a caldo. Per quel che riguarda la produzione a freddo, ci sono altri stabilimenti tra cui Genova, che possono tranquillamente lavorare a freddo. Tanto è vero che l’area a caldo di Taranto esporta a Genova i prodotti già fusi, già finiti insomma: a Genova si produce a freddo quello che a Taranto si produce a caldo. Il quinto altoforno serve proprio per le esigenze dello stabilimenti genovese.

L’altoforno cinque è quello che si vuole spegnere? Esattamente. Quindi qual è il vostro progetto? Il progetto è molto semplice, esiste ormai un diffuso inquinamento che investe le falde, il mare, investe l’atmosfera. Questi elementi naturali dovranno essere bonificati, a bonificare potranno essere gli stessi operai che attualmente lavorano nello stabilimento, ovviamente dovranno essere formati. Questa attività non produttiva la si rende produttiva attraverso l’applicazione di una semplice regola, che è una legge: chi ha inquinato deve pagare. In questo caso i soggetti sono due: uno è lo Stato, allorquando deteneva l’Italsider, e l’altro soggetto è il gruppo Riva. Chi ha inquinato paga e con i risarcimenti saranno messe in moto queste gigantesche operazioni di bonifica e a lavorare saranno gli stessi operai che attualmente lavorano all’Ilva. Questo è il nostro progetto. Quanto potrebbe durare la bonifica? Le stime parlano di un minimo di vent’anni. Quindi si darebbe lavoro per vent’anni, se non di più, alle maestranze che lavorano all’Ilva. Non parliamo di opere di ambientalizzazione degli impianti, cioè rendere gli impianti ecocompatibili, ma di mettere in atto una imponente opera di bonifica dell’intera città. Ho ben capito? Esattamente, parliamo di tutto il territorio. Ricordiamoci che al rione Tamburi vige un divieto di accesso in aree non pavimentate, pertanto i bambini non possono giocare in quei terreni perché sono contaminati da sostanze altamente tossico-nocive. A questo proposito c’è una ordinanza del Sindaco di Taranto che vieta l’accesso alle aree non pavimentate, cioè ai giardini pubblici perché nel terreno sono stati riscontrati valori altissimi di inquinamento. Dunque il progetto si dipana su una linea che prevede risarcimenti, bonifiche, lavoro. D’altronde Porto Marghera ha ricevuto ben 5 miliardi di euro per le opere di bonifica, 3 miliardi da privato e 2 miliardi dallo Stato. Partendo dal principio che una ecocompatibilità non potrà mai esserci, semplicemente perché questa fabbrica è stata costruita all’interno di Taranto cioè tra la città e il borgo di Statte (divenuto poi Comune autonomo, ndr), si può benissimo dire che questa gigantesca industria, la più grande industria siderurgica d’Europa, è stata costruita dentro la città di Taranto. A proposito ci sono delle leggi europee che vietano la costruzione delle cokerie  a meno di mille e settecento metri dalle abitazioni; questa distanza ovviamente a Taranto non è stata rispettata. In soldoni questa fabbrica non potrà mai essere ecocompatibile con una città che conta circa 220mila abitanti, città che in virtù di questa tipologia di fabbrica che prevede un ciclo integrato, praticamente la materia prima arriva, viene sciolta e poi trasformata, e quindi viene impiegata moltissima energia che a sua volta viene prodotta anche dalle centrali elettriche che funzionano ad olio combustibile.

Queste fabbriche di energia sono presenti a Taranto? Queste centrali sono presenti nell’area industriale. Area industriale che annovera al suo interno delle discariche per smaltire i rifiuti che lì vengono prodotti. Ci sono le cokerie che trasformano il carbon-fossile in carbon-coke. È vero che ci sono dei depolverizzatori che abbattono la quantità di polvere emessa nell’atmosfera, però non si può assolutamente concepire un impianto che brucia e che tra l’altro possiede un parco minerali a cielo aperto grande 74 ettari, pari a 94 campi di calcio a undici. È chiaro che queste sostanze con il vento si disperdono e quindi vengono inalate dagli abitanti di questa città che è attaccata alla città anzi, è l’industria che è attaccata alla città, in quanto gli stabilimenti dell’allora Italsidere furono edificati vicino al quartiere Tamburi e non il contrario, come sostiene erroneamente il ministro dell’Ambiente Corrado Clini alimentando un falso storico. Questo è il progetto alternativo che voi serbate per Taranto, ma avete credito presso le istituzioni? E poi c’è un dialogo aperto con gli altri protagonisti della vicenda? Innanzitutto il primo a parlare in termini di risarcimento e poi di bonifica, che per inciso non si può fare se la fonte inquinante continua ad inquinare, è stato Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi, che si è presentato alle ultima elezioni amministrative a Taranto come candidato sindaco. A questo proposito ricordo che Bonelli ha preso ben 12mila voti e abbiamo fatto (Vincenzo De Palmis era candidato nella lista che sosteneva Bonelli, ndr) una campagna elettorale all’insegna dell’economia, spendendo pochissimo. Ciò nonostante 12mila persone hanno votato per questo estraneo, che ha scontato la mancanza di fiducia dei tarantini più conservatori, premiando così le solite forze politiche al governo della città per la seconda volta consecutiva, che secondo me sono assolutamente incapaci di fronteggiare quelle che sono le difficoltà non solo ambientali ma anche sanitarie. Adesso stiamo notando una sorta di conversione, cioè tanti partiti politici adesso parlano di bonifiche riempiendosi la bocca. In definitiva non ci voleva Bonelli per parlare di bonifica, lui ha aperto un discorso e ha tracciato una linea semplice e chiara, adesso molti partiti hanno fatto propria questa intuizione e anche oro ne parlano.

Con i sindacati invece, qual è il rapporto? I sindacati hanno sempre difeso il diritto del lavoro, senza pensare che anche la salute fosse un diritto paritetico. Tra l’altro se non c’è la salute non vedo come si possa parlare di lavoro; anche perché i primi ad ammalarsi, checché ne dicano i sindacati o meglio la vecchia concezione del sindacato, sono stati proprio i lavoratori dell’Ilva: è avvenuto in questi anni un vero e proprio sterminio di lavoratori che una volta smessa la tuta da lavoro si sono poi trovati a fare i conti con malattie gravissime. Quindi il sindacato che si batte per il lavoro non ha molto senso, è una logica un pò perversa. Difendere il diritto al lavoro senza difendere il diritto alla salute non ha alcun senso. Una città, una comunità deve reggersi su un insieme di diritti, primo su tutti quello della salute, che non è mai stata presa in considerazione dal sindacato. Adesso vedo una certa tendenza ad invertire  concetti. Questo non può che farmi piacere, però io credo che il sindacato deve fare uno sforzo in più: deve veramente schierarsi dalla parte del lavoratore e non dalla parte del padrone prima di tutto. E secondo deve comprendere che una fabbrica non è costruita per produrre in eterno; una fabbrica viene costruita per dare posti di lavoro che a sua volta deve garantire il diritto affinché lo stesso lavoratore non si debba poi ammalare. Dopo le evoluzioni di questi ultimi mesi avete avuto modo di confrontarvi direttamente con i lavoratori? Credo che la sensibilizzazione stia aumentando anche tra i lavoratori, i quali stanno comprendendo non possono mirare soltanto al mantenimento del posto di lavoro, ma stanno comprendendo che va salvaguardata la loro integrità e non mi riferisco solo alle malattie ma anche ai tanti e tanti infortuni che avvengono nella fabbrica, da ultimo quello in cui è morto un ragazzo di ventinove anni, Claudio Marsella. Quindi molti lavoratori hanno fatto probabilmente una giusta riflessione, anche perché molti di loro sono padri di famiglia e hanno figli e per nessuna ragione al mondo vorrebbero vedere i loro figli ammalati dal prodotto del loro lavoro. Esistono quelle frange che continuano a raccontare durante le interviste che preferiscono morire di cancro piuttosto che morire di fame; questo concetto lo ritengo stupido e offensivo, perché offende l’intelligenza dell’esser umano. Tutto ciò è inconcepibile anche perché Taranto è una città straordinaria, è una città ricchissima di risorse maturali, che se ben gestite può offrire tanto.

Cosa offrirebbe Taranto secondo te ai lavoratori attualmente impiegati nella fabbrica? Penso ai due mari di Taranto e in particolare al mar Piccolo che oggi è un ecosistema inquinato in cui si sono persi moltissimi posti di lavoro nella mitilicoltura. Questa situazione se paragonata alla città di Vigo, in Spagna nella regione della Galizia, dove nelle attività di itticoltura e mitilicoltura sono impiegate ben 20mila persone, quindi molto di più di quello che garantisce oggi l’Ilva, che sono 11mila 792 lavoratori. Di cui solo una parte sono residenti a Taranto, la maggior parte dei lavoratori vengono dalle province di Brindisi, Bari, Lecce, Matera e dalla stessa provincia di Taranto, anche dai quei centri, e lo dico con una leggera vena polemica, che con il riordino delle province vogliono andare con la provincia di Lecce. Il problema è che questa grande industria fu creata, sacrificando un intero territorio, per dare lavoro a migliaia di persone che non esitarono a lasciare attività legate al mare, all’artigianato e all’agricoltura. Quindi adesso si tenta, con un investimento anche culturale, di giustiziare quella fabbrica per restituire a Taranto il futuro rubato e di restituire una speranza ai suoi figli, i quali attualmente sono gravemente ammalati a causa dell’inquinamento. Ricordiamoci che la neoplasie infantili a Taranto sono in fortissimo e costante aumento, quindi dismettere quella fabbrica significa restituire quel futuro fatto anche di turismo, il museo di Taranto dopo quello di Napoli è il più importante del Meridione. In sintesi di restituire la dignità a questa città che ha 2mila e settecento anni di storia e checché ne dica il presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido questa non è una città a vocazione industriale, non si può etichettare una città sulla base degli ultimi cinquant’anni. Questa è una città che ha fortissimi legami con il mare, ha un grande porto oggi completamente asservito agli interessi dell’industria e questo non è un bene, perché l’asservimento univoco ad una fabbrica non permette alle altre attività di espandersi. E tra l’altro non è vero che questa fabbrica ha creato posti di lavoro, questa fabbrica ha bruciato posti di lavoro e ha fatto attorno a sé terra bruciata. Ricordiamo anche lo sterminio degli ovo-caprini, circa 3mila esemplari abbattuti e assieme a questi la perdita dei posti di lavoro perduti in questo settore. Ricordiamoci dei posti di lavoro persi nella mitilicoltura e teniamo presente tutte quelle attività che non possono decollare: un turista esigente potrebbe venire a Taranto nello stato attuale? Non credo, per vedere cosa? Le ciminiere? Non può svilupparsi in queste condizioni un turismo. È una città marchiata dall’industria e dall’inquinamento. Per capirci io non sono contrario all’industria, sono contrario a quelle industrie che per produrre e garantire dei profitti che non vanno alle popolazioni locali ma prendono vie molto più a nord di Taranto. Qui rimangono solamente le briciole, lo sporco e rimane la tristezza di vedere una città bella ma violentata dalla grande industria che di certo non attira turismo, benessere e ricchezza. Quello che a Taranto serve non sono i posti di lavoro, a Taranto serve ricchezza: creando ricchezza si crea un indotto di benessere diffuso.
Come si crea questa ricchezza di cui parli? Alla ricchezza si arriva attivando tutte quelle attività compatibili con l’ambiente. Secondo te si ritornerebbe di nuovo alla miticoltura? Perché no? 

E quanto ci vorrebbe prima che queste attività possano dare risultati positivi? È chiaro che tutto parte dall’individuazione delle fonti inquinanti, la soppressione, la bonifica per poi poter ripartire con le attività compatibili con l’ambiente. Per fare le cozze c’è bisogno solo di mare, sole e aria; non c’è bisogno di altoforni o cokerie. La mitilicoltura peraltro favorirebbe anche lo sviluppo turistico, abbinato la grande risorsa rappresentata dalla storia di questa città. Non può una città essere monopolizzata dalla produzione dell’acciaio, anche perché credo che ogni città, ogni territorio deve produrre in base alle proprie caratteristiche naturali: Taranto di naturale ha il mare e in particolare il mar Piccolo, dove si potrebbe realizzare un immenso allevamento di pesci, fatto quindi in mare e non in vasche o in gabbie, in un ecosistema naturale piccolo e controllabile. Questa sarebbe la grande scommessa. Io credo che questa città una volta ritornata alla originaria vocazione riuscirà a ricompattarsi anche dal punto di vista sociale. Quando parli di bonifica a cosa ti riferisci concretamente? Basti pensare che a Taranto la quantità di diossina che è stata emessa è almeno due o tre volte di più di quella di Seveso e se li hanno asportato circa 70 centimetri di terreno per un raggio di diversi chilometri, a Taranto dovrebbe praticarsi almeno lo stesso trattamento, se non addirittura più incisivo perché, come detto, le percentuali di inquinamento sono molto più elevate.  Che fine farebbe quel terreno inquinato? Questo terreno dovrebbe essere stoccato e inviato certamente in Germania per essere neutralizzato per evitare che le sostanze tossiche continuino a disperdersi nell’ambiente.  

lunedì 12 marzo 2012

Il risorgimento possibile di Taranto

San Cataldo, patrono di Taranto
Acciaio e carbone, ruggine e diossina. La città di Taranto è tristemente conosciuta per l'inquinamento, per l'altissimo tasso di malattie, per la presenza della marina militare.
Il giornalista Carlo Vulpio nel suo libro La città delle nuvole, edito da Verdenero, racconta l'attualità del capoluogo jonico e di  questa ne tratteggia il profilo anomalo tutto italiano, nel quale l'industria siderurgica ha "occupato" la città tarantina tendendola sotto scacco, a causa del continuo ricatto del lavoro. Vulpio racconta di una città in cui tanti muoiono senza guardare più le nuvole "tutte uguali" del cielo di Taranto.

Basterebbero questi luoghi poco comuni per non farsi mai balenare l'idea di andare a Taranto, se non per necessità. E invece la scoperta è nascosta nelle pieghe di città-scrigno, che racchiude in sé una storia sconosciuta a molti, che parte da molto lontano.  
Taranto I

Taranto II
La Taranto magnogreca del tempio di Poseidon, i cui resti sono visibili nei pressi della residenza comunale, la Taranto aragonese del Castello di S. Angelo, ricostruito su una precedente fortificazione normanna-svevo-angioina, che a sua volta poggiava su strutture murarie antiche risalenti ai periodi greco e bizantino. La Taranto del centro storico, con le sue chiese, in particolare quella in onore del patrono S. Cataldo e quella di S. Domenico. E poi la Taranto dei mari Piccolo e Grande, la tradizione della coltivazione dei mitili e il ponte girevole, simbolo della modernità.

Camminare per Taranto pertanto significa oltrepassare la Storia di una città, che è stata avversa alla Roma antica e da questa distrutta e ricostruita. E come in un parallelo metastorico sempre da Roma moderna convertita all'industria pesante e distrutta nel suo profondo. 
La prima tappa della Taranto da scoprire è la Torre dell'orologio, sita in piazza Fontana: l'edificio settecentesco, residuo della "Cittadella", è il monumento del borgo antico da sempre simbolo della municipalità; oggi ospita un'esposizione permanente dedicata alla mitilicoltura, allestita dal Centro Ittico Tarantino in collaborazione con il Cnr - Istituto per l'Ambiente Marino Costiero e il comune di Taranto.     
Torre dell'orologio, piazza Fontana 

Ecosistema marino tarantino, riproduzione
L'edificio è stato "costruito nella seconda metà del settecento nella forma originaria, cioè senza il corpo poligonale avanzato e la cuspide campanaria aggiunti più tardi. E' situato sul lato orientale della piazza Fontana (già piazza Grande) teatro degli scambi commerciali della città".
Oggi, come detto, l'edificio è stato riaperto e riqualificato quale spazio dedicato "a una delle attività che da sempre ha contraddistinto e segnato l'economia tarantina: la mitilicoltura".

Il Centro Ittico Tarantino ha promosso e sostenuto questo progetto, che attraverso una mostra di specie marine si propone di divulgare la memoria storica e stimolare la ricerca di un'attività caratterizzante la città jonica.
"L'esposizione è arricchita da reperti di elevato pregio scientifico raccolti in due storiche vetrine facenti parte della collezione dello studioso Pietro Parenzan (Pola 1902-Taranto 1992) del Museo Oceanografico.
Inoltre un allestimento fotografico corredato d'importanti foto d'epoca provenienti da archivi privati e dagli scatti del fotografo Sergio Malfatti, al fine di ricostruire la storia di alcune attività marinare (tessitura del Bisso, l'arte dei maestri d'ascia e le imbarcazioni, mitilicoltura e ostricoltura tradizionali) tipiche dei mari di Taranto".   

Facciata chiesa di San Domenico  
Rosone romanico chiesa di San Domenico
Il giro per il centro storico di Taranto continua con la visita alle chiese di S. Domenico, esempio di romanico, e S. Cataldo; quest'ultima dedicata al patrono della città, la  quale è semplicemente uno scrigno; le sorprese all'interno sono molteplici: dal soffitto a cassettoni completamente decorato ai tanti dipinti raffiguranti scene del culto cattolico, dalla cripta adornata da affreschi antichi al cappellone dove sono custodite le spoglie del Santo. Questo è il luogo più suggestivo dell'intero complesso religioso: dall'alto la statua in argento di S. Cataldo osserva benevola i fedeli e li ammiratori del bello. Il cappellone è una gioia per gli occhi, tutto lo spazio è completamente ricoperto di marmi intarsiati e decorati, uno spettacolo indimenticabile.
Il centro storico di Taranto, così come l'affaccio a mare, però soffrono di una tendenza all'abbandono e al degrado; ne sono esempio alcune immagine volutamente inserite per evitare di alterare lo stato reale dell'architettura cittadina e produrre un'immagine della città infarcita di retorica. Pertanto per onore del vero e non per volontà di danneggiare, queste foto contribuiscono certamente a comprendere la complessità che vive oggi la capitale della siderurgia europea, tra necessità di produrre e volontà di riscatto. 
Particolare affresco chiesa di San Domenico
Crocifisso chiesa di San Domenico

Statua votiva Madonna Addolorata chiesa S. Domenico
Certamente il problema del degrado urbano è uno dei nodi cruciali di questa città. Negli anni del dopoguerra la scelta di fare di Taranto la capitale della siderurgia italiana ha pesato come un'ipoteca sullo sviluppo urbanistico e di conseguenza sociale della comunità. In effetti gli skyline che si possono mirare da diversi punti offrono numerosi e diversissimi scenari: dalle ciminiere industriali al porticciolo, dalla visione dei palazzi del nuovo centro interrotta dall'ingegneria idraulica del ponte girevole alla lontananza fisica e sociale del quartiere Paolo VI, sorto su un lembo di terra, distante dal centro, dove vi abitano circa 25mila persone. 
Quello che preme dire è che Taranto mal conosciuta a causa della ingombrante presenza industriale può e deve risorgere sulle sue ceneri, così come la storia ha già dato prova.
Il passato può e deve essere relegato ai libri e alla memoria, affinché si possa attraverso il turismo e le numerose risorse che il territorio offre stravolgere il volto martoriato della città che si alleò con Annibale per fronteggiare gli invasori romani.

12.03.2012
foto e testo di Vito Stano


Chiostro chiesa di San Domenico 


Sarcofagi nel chiostro della chiesa di S. Domenico

Particolare di palazzo storico di una famiglia spagnola


Interno del cappellone della chiesa di San Cataldo II

Organo della chiesa di San Cataldo

Particolare di affresco cappellone di San Cataldo

Affreschi all'interno della cripta, chiesa San Cataldo II

Soffitto a cassettoni in legno decorato, chiesa S. Cataldo

Facciata chiesa San Cataldo

Facciata chiesa San Cataldo II



Lato sinistro della chiesa di San Cataldo


Particolare architettonico del cappellone di S. Cataldo 

Sculture in mare 

Industrie 

Mare

Affaccio fronte mare

Palazzi fronte mare
Centro storico (foto Sara Fiorente)

Palazzi fronte mare II



Castello Aragonese I

Castello Aragonese II


Castello Aragonese III



Castello Aragonese IV



Ponte girevole

martedì 16 ottobre 2012

Speciale Taranto - Interviste ai protagonisti della città


Questo Speciale Taranto è uno spazio dedicato alla questione delle questioni: l'inquinamento della città jonica e le malattie ad esso correlate; oltre che il lavoro e il ricatto occupazionale che ad esso afferisce. Ho cercato di capire e ho deciso di farlo parlando con i protagonisti: operai, sindacalisti, giornalisti, scrittori, cantautori, attivisti, politici, ministri. La strada non è stata semplice da percorrere, ma ad ogni intervista ho capito qualcosa in più e ho cercato di trasmetterla a voi lettori. 

Di seguito i link delle interviste e degli articoli realizzati fin ora:














Recensione del libro "Invisibili - Vivere e morire all'Ilva di Taranto" di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno

di Vito Stano (16.10.2012) 

“Sulle rotaie interne all’Ilva scorrono treni che portano enormi chiocciole d’acciaio: la produzione. E tutti noi sappiamo che chissà in quale modo abbiamo contribuito a creare quelle lamiere lucenti. Abbiamo orgoglio di questo. Chissà se è giusto, però. Ne parlerò ad Antonio, lui queste cose le sa di certo”.

Mi piace iniziare con queste parole il racconto di “Invisibili - Vivere e morire all'Ilva di Taranto”, un libro snello di 111 pagine in tutto, scritto a due mani da Fulvio Colucci e Giuse Alemanno. Il primo, giornalista dell’edizione tarantina de La Gazzetta del Mezzogiorno e il secondo scrittore  e operaio metalmeccanico presso lo stabilimento tarantino del gruppo Riva. La particolarità di questo racconto è che a tratti in forma squisitamente di cronaca e in altri in forma più narrativa si parla dei lavoratori e non dell’inquinamento, come siamo abituati a sentire o a leggere. Gli invisibili sono appunto i lavoratori, ma invisibili agli occhi di chi? Di Taranto, dei cittadini della città magno greca, presenti soltanto ai funerali di qualche operaio conosciuto in vita.


La forza di questo libro l’ho scovata nelle testimonianze di un vecchio metalmezzadro (termine degli anni Settanta coniato da Walter Tobagi per individuare la caratteristica dei metalmeccanici tarantini: la dualità fabbrica e campagna), il quale con la semplicità che è propria di un uomo che ha lavorato la terra predice a Fulvio Colucci quale sarà il futuro degli operai: tornare alla campagna. Quest'ultima, appunto, come luogo fisico della fuga verso la sicurezza economica offerta dalla fabbrica e sempre la campagna come luogo della fuga dalla fabbrica questa volta, dai suoi assordanti rumori, dai pericoli del lavoro, dall'alienazione. Gli operai però sono cambiati e negli anni anche gli argomenti di discussione tra di loro sono mutati: le lotte operaie, per ottenere migliori condizioni sul posto di lavoro ma anche fuori dalla fabbrica, hanno lasciato terreno a sogni meno ideali e più materiali. Il calcio e la tv con i loro protagonisti riempiono i dialoghi tra operai e anche il tempo libero rubato alla discussione politica o sindacale, tanto cara ai vecchi metalmezzadri.


“Quella classe operaia si è spenta. E in paradiso (come recitava il titolo del film con Gian Maria Volentè La classe operaia va in paradiso, Ndr) non ci è arrivata mai. Figuriamoci. È stata soppiantata da questi ragazzi, ora qui intorno a me. E io tra loro, in un gioco di specchi che sarebbe piaciuto ad Arthur Schnitzler. Tutti insieme in attesa di smontare il turno”. Così scrive Alemanno di sé e dei suoi colleghi. Andare in fabbrica contando le ore, i minuti per tornare a casa. Vivi. Perché dalla fabbrica tanti sono usciti morti, a causa di incidenti sul lavoro. “Ma - continua Alemanno nel suo racconto – noi che lavoriamo qua dentro sappiamo bene che la colpa non è solo della fabbrica. Tutti (anch’io) ci comportiamo in modo poco rispettoso delle regole di sicurezza. Questi comportamenti sono frutto di superficialità, di una maledetta ingiustificata fretta indotta, di scarsa concentrazione dovuta al poco riposo e alla sicurezza sciocca data dal fatto che certe azioni si sono ripetute mille e mille volte.” E poi “ci sono i problemi che vengono da una fabbrica vetusta che ai record di produzione non fa conseguire un rapido rinnovo di mezzi e strutture. (…) Ma lo strazio di un morto sul lavoro è difficilmente spiegabile (…) passato il momento della commozione tutto torna come prima, o almeno così sembrerebbe. Invece così non è perché manca uno di noi. Uno che non tornerà più. Un lavoratore”.


E Alemanno, lo scrittore-operaio, insiste sulla quotidianità del lavoratori dell’Ilva, quando dice che i ragazzi non si impegnano per la gloria dell’azienda o per la soddisfazione dei capi, “ma lo fanno esclusivamente per loro stessi. Per un lavoro sicuro e affidabile che permetterà loro di vivere dignitosamente pur nella consapevolezza di essere tutti i giorni a rischio.”


E tra la fabbrica e l’indifferenza della città ci sono “i bimbi di Taranto che – come scrive Colucci – non hanno fucili, né elmetti (…). Le uniche armi sono i disegni e le parole di un’ingenua, possente, vitalità”. 


“Invisibili – Vivere e morire all’Ilva di Taranto” di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno - Edizioni Kurumuny (euro 10,00)

giovedì 14 marzo 2013

Acqua Bene Comune: chiede informazioni su acqua potabile Taranto


Dal Comitato pugliese Acqua Bene Comune riceviamo una lettera aperta che pubblichiamo integralmente, relativa alla eventuale non potabilità dell'acqua pubblica della città di Taranto. Le lettera è indirizzata all'amministratore unico dell'Acquedotto pugliese SpA,  all'ingegnere Gioacchino Maselli, all’Autorità Idrica Pugliese, alla Regione Puglia, presidente Nichi Vendola, a tutti i Consiglieri Regionali, p. c. alla stampa.


Oggetto: richiesta informazioni sulla potabilità dell'acqua Taranto

Egregio Amministratore, Egregi Sindaci, Presidente, Consiglieri,

vi scriviamo poiché recentemente la televisione e la stampa hanno comunicato informazioni preoccupanti in merito alla potabilità dell'Acqua somministrata nella città di Taranto.

Qui di seguito trascriviamo quanto segnalato dalla emittente televisiva Studio 100 rintracciabile al link http://www.studio100.it/taranto/916-acqua-potabile-cancerogena-taranto-futura-si-domanda.

«Acqua potabile cancerogena? Taranto futura si domanda. Stando a quanto afferma l'avv. Nicola Russo, le analisi di prassi non sarebbero state effettuate, Russo ha detto che esiste una deroga della Regione datata 2010. Pertanto, il Comitato chiede alla ASL e all'Arpa di conoscere la qualità dell'acqua che beviamo in quanto negli ultimi campionamenti la presenza di sostante nocive (e cancerogene) avrebbe superato i limiti previsti dalle normative vigenti».

e la notizia pubblicata da Telerama rintracciabile al link http://www.trnews.it/ilva-si-no-cittadini-al-referendum-il-14-aprile/ che sul finale dell'articolo cita: «E sempre in tema di inquinamento, urgenti sono i controlli sull’acqua. Controlli che non avvengono da 3 anni. Dal 2010 quando fu accertata la presenza di 50 microgrammi, a fronte di 30 previsti per legge, di sostanze altamente inquinanti come bromo, fosforo e piombo. Tutti elementi nocivi per la salute in particolare dei bambini al di sotto dei 3 anni».

Sulla base delle informazioni sopracitate e considerato che il referente per Taranto e provincia del Comitato pugliese Acqua Bene Comune aveva già posto simili interrogativi con una comunicazione ufficiale inviata attraverso posta certificata a partire dallo scorso 2 marzo, al Direttore Generale e alla Direzione Generale dell'ARPA Puglia, al DAP (Dipartimento Arpa di Taranto), al Direttore Generale dell'Azienda Sanitaria Locale ASL di Taranto, al Direttore del Dipartimento di Prevenzione, al Direttore responsabile del SIAN (Servizio Igiene degli Alimenti e della Nutrizione), al Sindaco di Taranto, nonché all'Ufficio Relazioni con il Pubblico dell'ASL, ma che ad oggi non hanno ricevuto risposta.

Vi chiediamo di:
1. chiarire la vicenda in merito alle deroghe e di comunicare se attualmente vi siano deroghe sulla potabilità dell’acqua a Taranto e in Puglia.
2. fornire i dati sulla potabilità dell’acqua erogata a Taranto, indicando se negli ultimi tre anni siano stati effettuati controlli.
3. chiarire quale siano i risultati dei presunti «ultimi campionamenti la presenza di sostante nocive (e cancerogene) che avrebbero superato i limiti previsti dalle normative vigenti» come segnalato dalla stampa.

giovedì 6 dicembre 2012

Taranto prostituta dell'acciaio. L'idea di una Puglia senza l'Ilva


Protesta a Taranto - Foto Vincenzo De Palmis
«Il sit-in di ieri davanti alla Prefettura è stato un successo: ne hanno parlato i giornali nazionali e ci sono i video e foto ovunque. Importante era far sentire la nostra voce e questa volta siamo riusciti ad essere tempestivi. Il Prefetto di Taranto ha ascoltato per oltre un'ora le nostre istanze, che in parte ignorava. Grave sarebbe stato invece il nostro silenzio nel giorno in cui Ilva rientrava in possesso degli impianti posti sotto sequestro». Così commenta un attivista di Taranto Respira su facebook.com; intanto ancora sul social network è possibile leggere che  «la procura di Taranto, attraverso le perizie epidemiologiche ha accertato che 11.550 sono i morti che sono collegati direttamente all'inquinamento industriale. 11.550 morti in 7 anni». Gli animi in questi giorni sono in tensione, a causa della decisione del governo di scavalcare l'indipendenza e la terzietà della magistratura. Il Decreto legge 3 dicembre 2012 n. 207 cosiddetto “Salva Ilva” in pratica legittima il reo, cioè l'Ilva, e con l'urgenza propria del provvedimento affranca il gruppo Riva dal rispetto della legge.
Questa questione ha travalicato i confini regionali, ma ancora è palpabile il disinteresse di coloro i quali non vivono ne lavorano a Taranto. Per questo anche all'Università degli Studi Aldo Moro di Bari il sindacato studentesco Link ha organizzato un seminario presso la Facoltà di Scienze Politiche.

«Taranto è una città ospitata dalla fabbrica, città che si è praticamente prostituita all’acciaio»: ha affermato Roberto Voza, professore di Diritto del Lavoro presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Aldo Moro di Bari. La sua esperienza di docenza presso la sede universitaria di Taranto è palpabile quando afferma che «stiamo scaricando sulla magistratura il dovere di fare politica e – continua – abbiamo appaltato l’etica alla magistratura e questa è una colpa collettiva della politica tutta, non c’è più un’interrogazione politica collettiva
Anche la protesta ambientalista degenera nel not in my backyard. Non possiamo pensare che un manipolo di giudici – chiosa Voza – si debba far carico di un cambiamento ecologico. Tutto quello che da oggi si farà è il segno di una sconfitta: senza l’attenzione della magistratura la situazione sarebbe ancora la stessa».

Franco Chiarello, professore di Sociologia dei processi economici e del Lavoro presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bari, ha dichiarato che «bisognerebbe portare fuori da Taranto alcune riflessioni urgenti, perché riguardano non solo la città jonica. Taranto è la tessera di un mosaico che riguarda Brindisi, Porto Torres e altre città in cui prevalse l’idea che per portare lo sviluppo occorreva impiantare grandi stabilimenti produttivi imposti dall’esterno, la teoria americana del big push doveva cambiare il volto al Mezzogiorno d’Italia». 
Taranto effettivamente muta la sua pelle dopo gli investimenti: aumenta la popolazione, si registra un forte pendolarismo e una immigrazione, al contrario delle altre città del Meridione. Tutto ciò fu possibile grazie all’apporto dei due grandi partiti di massa, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista; «questa convergenza di interessi fu figlia di una comune ideologia del tempo: la rete clientelare della Dc e l’idea di una proletarizzazione di massa dei contadini del Pc. Il denominatore comune era una cultura industrialista, nella quale non avevano spazio la cultura della salute e dell’ambiente. Per i contadini pugliesi la fabbrica era un’emancipazione dalla fatica delle campagne, rappresentava la sicurezza dl posto fisso»
I pendolari divennero i metalmezzadri

«A Taranto – continua Chiarello –  si creò una aristocrazia operaia, gli operai si sentivano parte di un’élite. Tutto questo trasformò il territorio tarantino, un territorio di grande pregio agricolo, dove la cantieristica navale aveva uno spazio rilevante. La città s’identificava con la fabbrica, ma intanto a partire dagli anni Novanta si sapeva che un insediamento come quello dell’Ilva era dannoso per la salute e per l’ecosistema e intanto il lavoro cambiava, si faceva avanti la precarizzazione del mondo del lavoro e il modello stesso dell’industrializzazione, Taranto avrebbe potuto e dovuto fare un passo avanti»

Da sinistra: prof. Franco Chiarello e prof. Roberto Voza - Foto Archivio Vito Stano 
Ma il professor Chiarello non si spinge oltre affermando che «il modo di produrre dell’Ilva è tra i più arretrati d’Europa e del mondo. Non so se la Puglia di oggi possa convivere con questi impianti produttivi. Le classi dirigenti tarantine hanno continuano a perdere tempo prezioso, senza l’intervento di un potere terzo (la magistratura, ndr) non si sarebbe mai messo mano ad un nodo così aggrovigliato come è quello tra lavoro e salute. La responsabilità politiche sono enormi, io penso – dice Chiarello – che se si riduce la natura a semplice merce, come in passato ha fatto la cultura marxista, e non si immagina un nuovo futuro, da questa situazione non ne se esce. Lo sviluppo non è opera di un solista, lo sviluppo deve essere polifonico, occorre perciò fare un censimento delle risorse ambientali e culturali del territorio. La politica deve coinvolgere i cittadini e soprattutto i lavoratori dell’Ilva al più presto in una progettazione partecipata. 
l’Ilva – afferma il sociologo – paradossalmente era il soggetto più cosciente tra i protagonisti che hanno giocato attorno alla vita di Taranto, prova ne è il fatto che, con una rete di corruttele e regalie, il gruppo Riva cercava di occultare i fatti».

Elvira Tarsitano, presidente Associazione biologi ambientalisti pugliesi, ha fatto il punto sul concetto di sostenibilità«Sostenibilità significa anche parlare di cultura, di socialità e di economia. Non credo che si possa continuare a produrre in questo modo e forse dopo i trentasei mesi previsti nel decreto legge Salva Ilva il gruppo industriale andrà altrove».

«Da un eco villaggio indiano alla fabbrica tarantina, il fascino dell’industria quasi da  film cyber punk non ti lascia indifferente»: così si presenta Marcello Colao, ingegnere ambientale, ex lavoratore dell’Ilva di Taranto, poi licenziatosi a causa della presa di coscienza della grave situazione. «Le dimensioni dello stabilimento dell’Ilva sono sproporzionate rispetto alle acciaierie europee – dice Colao – e la mancanza di sicurezza nei pressi dei convertitori della ghisa, assurdo. Bisognerebbe studiare i valori compatibili con la vita, facciamo un passo indietro e cerchiamo soluzioni alternative. Colao chiude ponendo la questione delle questioni: «produrre si, ma fino a che punto?».

Alfredo Ferrara, dottorando presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari e animatore dei Quaderni Corsari, si dichiara d’accordo con la proposta del reddito di cittadinanza per affrontare l’uscita dalla società industriale, in quanto oggi la dicotomia tra lavoratore e disoccupato così familiare nel dopoguerra non c’è più, oggi Totò e Aldo Fabrizi, protagonisti di Ladri di biciclette di Monicelli, sono due  facce della stessa medaglia (A. Ferrara).

I punti di vista su Taranto aumentano ad ogni incontro e le soluzioni non approdano in nessun porto; quindi cosa emerge da queste discussioni? Domande, domande e ancora domande: per esempio a chi la responsabilità dei lavori di manutenzione e di ambientalizzazione, ai responsabili del disastro ambientale? E poi ancora la globalizzazione ha spostato nel Sud del mondo le produzione per poter inquinare senza grandi freni e produrre senza rispettare i diritti dei lavoratori e dei cittadini?
Contraddizione clamorosa tra globalizzazione ed ecosistemi: l’Occidente ha tracciato la strada da percorrere al resto dei Paesi, ma la grande parte dell'inquinamento mondiale si produce ancora nei Paesi occidentali. Intanto, per citare qualche caso interessante, la provincia cinese del Guangdong, gemellata con la Puglia, ha dismesso un grande impianto e lo ha ricomposto in cinque piccoli impianti meno impattanti (F. Chiarello). 

Potrebbe essere una soluzione? Ecco una altra domanda. 

06.12.2012
Vito Stano