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Ieri all’ora di pranzo molti italiani erano pronti a
festeggiare, compreso il sottoscritto, per che cosa vi chiederete cari lettori?
Ma per la caduta di questo ‘governo ladro’ è evidente. Addirittura molti, come
il sottoscritto, avevano preparato un pranzo speciale (spaghetti alla carbonara)
ma purtroppo il cavaliere senza cavallo ha deciso di sorprendere tutti anche i
suoi colleghi e amici di destra e di “sinistra” e sfoderare un altro dei suoi
tatticismi: confermare la fiducia a questo governo senza arte né parte.
Cercando conforto sui social network o forse cercando
soltanto di smaltire la sbornia da aglianico, mi sono imbattuto in una nota di
Paolo Ferrero, segretario nazionale della ‘ehi fù’ Rifondazione Comunista. Per
evitare di tagliare parti interessanti, la copio e ripropongo di seguito. Dalla prossima settimana proporrò delle interviste ai politici locali per capire cosa ne pensano della situazione nazionale e quali sono invece i progetti per il prossimo futuro a livello locale.
V.S.
La fine di Berlusconi, la stabilizzazione moderata e la
necessità dell’alternativa
di Paolo Ferrero
segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista
La vicenda politica di questi giorni, che ha avuto nella
votazione in Senato sulla fiducia al governo il passaggio clou, ha una grande
rilevanza politica e mi pare utile sottolinearne gli elementi. In primo luogo questo passaggio segna la fine di
Berlusconi. Nel braccio di ferro che ha visto opporsi Berlusconi e una serie di
suoi colonnelli “moderati”, non solo hanno vinto questi ultimi, ma si è
definitivamente consumata la frantumazione del progetto politico che
magistralmente Berlusconi aveva tenuto in campo per un ventennio. Lascio
perdere le vicende giudiziarie di Berlusconi che certo hanno un ruolo in tutta
la vicenda ma che non ritengo decisive. Berlusconi era riuscito in una inedita
sintesi tra destra moderata e destra estrema, determinando una egemonia reale
della destra populista sul tessuto dei moderati.
Questo progetto è stato progressivamente posto sotto
tensione dalla crisi - basti pensare ai problemi con la Lega - e oggi si è
rotto. Vi è una divaricazione chiara tra la destra populista e l’applicazione
dei diktat europei. Si tratta di un punto importante, che segnerà a mio parere
la prossima fase politica. Infatti, se questo passaggio segna la sconfitta
definitiva del progetto berlusconiano, apre contemporaneamente la strada alla
costruzione di una “destra della crisi”. Apre cioè la strada alla costruzione
di una destra populista che in qualche modo nasca e si collochi direttamente a
partire dalla crisi e si ponga l’obiettivo di crescere su di essa. Non so che
ruolo potrà avere Berlusconi nella nascita di questa nuova destra. Non so se la
necessità di tutelare i suoi interessi imprenditoriali lo renderanno abbastanza
ricattabile da farlo desistere da ogni velleità. Non so come e dove, ma è
chiaro che dalla sconfitta del progetto berlusconiano si apre uno spazio
politico per costruire una nuova destra populista, nazionalista, antieuropeista
e razzista.
La vicenda odierna segna però anche la temporanea
stabilizzazione moderata: Napolitano è il vero vincitore. Adesso il governo ha
tutte le condizioni per andare avanti anni. Per certi versi è inessenziale cosa
farà Berlusconi perché è evidente che a questo punto il governo ha una sua
maggioranza indipendente da cosa dice Berlusconi. Destra moderata e Pd formano
una larga maggioranza con cui possono andare avanti fino alla fine della
legislatura. Il terreno della stabilizzazione è la piena applicazione dei
diktat europei, la privatizzazione del paese e lo scardinamento della
Costituzione. Il taglio delle ali avvenuto sul lato destro, toglie spazio e
argomenti a Renzi, che a dicembre vincerà le primarie ma che è destinato a
rimanere a bagnomaria per un lunghissimo periodo in cui il governo di
Napolitano sarà il vero padrone della scena. Tutte le volte che Renzi farà
critiche a Letta gli verrà detto di lasciarli lavorare e rischierà di far la
figura di Berlusconi: quello che disturba il manovratore per puri interessi
personali.
Il governo delle larghe intese esce quindi rafforzato ed
molto più coeso di prima: il principale alleato di Letta non è Renzi ma Alfano.
Il principale alleato di Alfano non è Berlusconi ma Letta. Sia Letta che Alfano
hanno interesse che il governo duri e San Giorgio è pronto ad intervenire
quotidianamente contro chi voglia accorciargli la vita. Di fronte a questa situazione Sel giustamente vota contro
la fiducia al governo ma continua a proporre l’alleanza con il Pd che dall’8 di
dicembre sarà a trazione renziana. Paradigmatica di questa sostanziale assenza
di linea politica è stata l’astensione di Sel sull’ordine del giorno del
governo sulla guerra in Siria! In altri termini Sel propone l’alleanza di
centro sinistra ma questa è destinata a non esistere per tutta la durata della
legislatura e alla fine della legislatura il Pd avrà come principali esponenti
gli ex giovani democristiani Letta e Renzi, quelli che dormono sullo stuoino
della Merkel.
In queste condizioni è sempre più evidente che l’unico
obiettivo sensato è la costruzione di una sinistra che abbia un progetto
politico consapevolmente alternativo alle destre ma anche al progetto del
centro sinistra. Il problema è costruire un polo politico della sinistra che
abbia una sua piena autonomia politica e culturale e sia in grado di costruire
il conflitto sociale contro le politiche del governo Letta. In altre parole,
nella ristrutturazione a più poli del quadro politico italiano, si tratta di
fare il polo della sinistra, non la sinistra del centrosinistra. Questa è la
scommessa che passa anche attraverso la piena riuscita della manifestazione del
12 ottobre, come di quelle della settimana successiva. Costruire un movimento
di opposizione al governo e unire la sinistra che voglia provare sul serio a
camminare sulle proprie gambe, in relazione con la sinistra europea.

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