giovedì 13 maggio 2021

Riflessioni. Astrazeneca rifiutato in Sicilia e poi accolto: il destino amaro della scienza

di Vito Stano

Leggo sull’Ansa che, a detta dell’assessore regionale pugliese alla Sanità Pierluigi Lopalco, dalla prossima settimana verranno aperte le prenotazioni per i vaccini anti Covid agli over 40 anche in Puglia.
«È stata trasmessa – scrive l’Ansa citando Lopalco – una circolare dal commissario Figliuolo che dà la possibilità alle Regioni di aprire le prenotazioni. Stasera (ieri 12 maggio, ndr) ho convocato, prosegue Lopalco, la cabina di regia per definire i dettagli».

Dunque mentre la nostra regione si appresta a fare un passo in avanti nella campagna vaccinale, la notizia che da ieri si dibatteva all’ora di pranzo era che dalla Sicilia (Campania e Calabria) arriveranno migliaia di dosi di Astrazeneca in Puglia (e in Veneto).

Per quello che mi interessa come pugliese, non posso che restare sorpreso del fatto che in tre delle regioni dell’Italia simbolo del turismo estivo, in questo momento storico così cruciale e determinante per il futuro, si registri un così alto rifiuto di ricevere il vaccino (Astrazeneca). 

Il dato significativo su cui non si può non riflettere è che queste regioni avrebbero potuto pianificare e ottimizzare al massimo la campagna vaccinale (per quanto possibile) per offrirsi sul mercato del turismo come aree covid free (o quasi). E invece il battage mediatico ha prevalso sulla razionalità in molti residenti di queste regioni (e forse di tutta Italia), gettando dalla finestra lo strumento che darà (ci piaccia o meno l’idea) la possibilità di accogliere turisti più e meglio di coloro che hanno sposato una tattica che definirei della lepre: scappare davanti al timore (razionalmente infondato) cavalcando al contempo il coro populistico del «riapriamo tutto». I luoghi covid free (o quasi) saranno scelti di più e come sempre accade qualcuno a estate finita farà i conti e si morderà le mani addossando le colpe a qualcun altro.  

Libero arbitrio in libera economia capitalista. Intanto chi può e chi vuole ha iniziato a vivere il quotidiano concedendosi qualche lusso, come il caffè al bar.

lunedì 3 maggio 2021

Conversazioni. Roberta racconta la sua Irlanda: lavoro, relazioni e sentire comune dall'isola a nord-ovest dell'UE

a cura di Vito Stano

In questa nuova stagione del blog, rinato con un nuovo dominio che riporta direttamente al sottoscritto, ho ideato un viaggio virtuale (per restare in tema di chiusure-covid) dettato da un file rouge fotografico in giro per il continente europeo. La fotografia, quella autoprodotta in una serie di reportages mai pubblicati, è stata la molla che ha fatto scattare l’interesse a scovare e proporre a qualche expat di raccontare la propria esperienza di vita all’estero. Curiosità figlia della mia breve esperienza all’estero e, soprattutto, dell’insaziabile desiderio di conoscenza, diretta e indiretta, di quel luogo geografico e soprattutto relazionale che è l’Unione Europea, a sua volta esperienza storico-giuridico unica al mondo. L’idea di incontrare, via web, le menti e le braccia emigrate in quell’altrove europeo è dunque un modo per tornare a sentirci vicini, provando attraverso la conoscenza dell’Altro a ricucire le ferite inferte dalla scarsa o pessima informazione e scadente conoscenza dei nostri partner europei.

Questo viaggio inizia con la conoscenza di Roberta dall’Irlanda. A lei un ringraziamento speciale per la sua disponibilità e la voglia, dimostrata, di condividere la sua esperienza di vita. Buon viaggio.

Chi è Roberta, come mai vivi in Irlanda? Da quanto tempo vivi e in che città vivi? Perché hai scelto l’Irlanda, c’erano ragioni particolari o hai seguito qualcuno che era già lì?
Ciao Vito, sono Roberta D’Alessio, nata a Bari, ma cresciuta a Cassano delle Murge. Studente della scuola di Dottorato di Ricerca, presso l’Università College di Dublino. Di me posso dirti che sono il prototipo della persona del sud, legata alla famiglia e agli affetti, ma con il bisogno di scoprire e conoscere. Quest’ultimo aspetto del mio carattere mi ha portato a trasferirmi in varie città, Italiane e non, e successivamente ad intraprendere il mio percorso di studio e lavoro. Mi sono trasferita in Irlanda a novembre del 2019, grazie appunto all’università, ed esattamente abito a Fermoy, nella contea di Cork, in cui si trova la sede del centro di ricerca in cui svolgo la parte pratica del mio dottorato.

Com’è la vita dal punto di vista economico e professionale?
L’Irlanda è il paese più costoso d’Europa. Se si vuol vivere in questa nazione bisogna ben chiarire che ogni cosa ha un costo, alle volte eccessivo. Da studente borsista, ti posso dire che un terzo del mio “stipendio” serve solo per l’affitto, bollette escluse. Se poi si aggiungono i costi della spesa settimanale, e i costi di un mezzo di trasporto, la situazione diventa abbastanza grave. E tanto per chiarire, la mia borsa di studio, frazionata nei dodici mesi, è l’equivalente del minimum weidge, tasse escluse, in Irlanda, ossia del salario a ore minimo garantito per un adulto con età superiore a 20 anni.

Molti lavori però ti permettono di avere stipendi più alti (si parla da 34.000 euro l’anno in su, arrivando anche a 52.000 euro) da operai o normali lavoratori. Insomma dipende in quale settore si lavori e in quale industria.

Per la professionalità la situazione varia a seconda del posto di lavoro. Ti posso dire che gli irlandesi, da quello che ho notato anche grazie alle storie raccontate dai miei amici, sono molto gelosi del proprio posto di lavoro, e molte volte, la professionalità va a farsi benedire. Ho anche notato che la meritocrazia c’è, ma varia al variare dell’azienda e della cittadinanza del lavoratore. Insomma, se sei irlandese e sei bravo nel tuo lavoro è possibile tu venga promosso molto tempo prima rispetto ad uno straniero bravo nel suo lavoro.

La vita sociale è ricca o sconti la condizione del migrante? Frequenti altri italiani lì? Come definiresti il tuo livello di integrazione nella comunità di residenza?
Piccolo appunto prima di rispondere. Io abito a Fermoy, cittadina di, circa, 6500 individui, in cui si trova una delle sedi del centro di Ricerca e Sviluppo Ministeriale ‘Teagasc’ (posto in cui svolgo il dottorato). La cittadina è abituata a studenti e ricercatori e lavoratori provenienti da ogni parte del mondo (ti basti pensare che solo nel mio team di ricerca siamo irlandesi, italiani, francesi, spagnoli, portoghesi e indiani).

In questa cittadina non si ha la condizione del migrante, bensì c’è interesse nei confronti della persona, della sua storia, straniera o meno. La vita sociale in Irlanda, varia al variare della città. Ovviamente, se ti trovi da solo a Dublino centro città, dove ci sono gruppi di turisti e pochi residenti, è facile che tu rimanga solo, mentre nelle piccole cittadine è facile fare amicizia e far gruppo, e anche qui, la tua nazionalità non è importante. Personalmente io frequento solo altri due Italiani qui in Irlanda, ma sono in contatto tramite social media con la comunity. In verità trovo che in questi gruppi  gli italiani siano molto più ghettizzanti e selettivi degli irlandesi stessi.

Che lavori svolgi?
Io sono uno studente della scuola di Dottorato di Ricerca ad UCD (University College of Dublin). Più precisamente svolgo il mio dottorato di ricerca presso la Scuola di Scienze Mediche Veterinarie e il Dipartimento di Sviluppo Suinicolo (PDD) del centro di ricerca ministeriale Teagasc, in Moorepark. In generale mi occupo di benessere animale e nello specifico di legislazione europea e osservanza della stessa.

Parlavi già inglese o l’hai imparato vivendo lì? Com’è l’inglese che si parla in Irlanda?
Prima di trasferirmi in Irlanda abitavo a Bristol, nel Regno Unito, dove lavoravo, in più avevo conseguito il certificato ESOL British Institute con un livello C1 in Italia, quindi fortunatamente avevo quello che pensavo fosse un buon livello. Una volta in Irlanda mi sono ricreduta.

Purtroppo qui l’accento è così particolare che posso assicurarti che durante il mio primo mese qui ho passato più tempo a chiedere di ripetere le domande che a rispondere a queste. Ad oggi ho ancora difficoltà a comprendere persone con un accento irlandese importante.

La comunità italiana è presente e visibile come in Inghilterra?
Esattamente come in Inghilterra, anche qui la comunità italiana è presente ed è visibilissima, ma questo ho avuto modo di notarlo in ogni città abbia visitato o vissuto. Ti posso assicurare che siamo ovunque, noi e gli spagnoli.

Cosa pensi della situazione venutasi a creare a seguito della Brexit? Immagino che tu abbia avuto notizia degli scontri e delle minacce registrate a Belfast, l’Irlanda del Nord (Ulster) non è lontana. Qual è il feeling tra i cittadini degli irlandesi?
Purtroppo qui i problemi riportati dalla Brexit sono molteplici e sono stati colpiti più settori, il primo tra tutti quello agricolo-zootecnico, che è uno dei maggiori settori qui in Irlanda. Tra la Brexit e il Covid ci sono stati ribassi e perdite sostanziali nell’economia nazionale in generale, mentre rialzi per tutto ciò che riguarda le spese di spedizione per tutto ciò che riguarda la spesa on-line.

Ovviamente anche noi abbiamo avuto notizie degli scontri a Belfast, ma i commenti fatti da irlandesi doc (i puri) sono stati particolari (per modo di dire).

Con chiunque io abbia parlato, a partire dalle mie coinquiline irlandesi, continuando con vicini di casa, amici e così via, i sentimenti variano dal disinteresse alla contentezza per le ripercussioni in Irlanda del Nord. E quando chiedi motivazioni ti spiegano che, in generale, un irlandese della Repubblica di Irlanda odia e viene odiato dai britannici abitanti dell’Irlanda del Nord e questo è un odio storico.

A proposito di Brexit, a differenza degli italiani residenti (o coloro che immaginavano di emigrare in Inghilterra o sul resto del territorio britannico), in Irlanda non avete avuto e non si prevedono ripercussioni dal punto di vista giuridico. L’Irlanda è Unione Europea e i cittadini europei non subiscono discriminazioni in temi di diritto. Cosa pensi della situazione venutasi a creare in terra inglese?
Lascia che ti dica che pre o post Brexit in Inghilterra per i cittadini italiani e/o europei l’unica cosa che è cambiata è il tempo necessario da passare nello stato per ottenere la cittadinanza. Prima della Brexit credo fosse sei anni, dopo credo sia salito a 8 o 9 anni.
I diritti rimango gli stessi.

Te lo dico per esperienza, avendo lavorato in Inghilterra quando questa era ancora in fase di uscita dall’Unione Europea con a capo del Gabinetto Teresa May, e l’inizio del mandato di Boris Johnson. Pre Brexit, l’idea generale era quella di trasferirsi in Inghilterra e poi cercare lavoro (cosa che funzionava in pochissimi casi già da allora), mentre adesso si è iniziato a capire che bisogna partire già con un contratto in mano, specialmente perchè richiesto alla dogana. In un intervista fatta a Johnson a fine anno scorso è stato ben chiaro che si sarebbe continuato ad assumere stranieri anche dopo la Brexit. Non credo ci siano ripercussioni dal punto di vista giuridico, sia in Inghilterra che in Irlanda, perlomeno i miei amici italiani lavoratori in questi Paesi non stanno subendo nulla, se non stress per via della situazione Covid.

Esiste il tema riunificazione delle due Irlanda (Eire e Ulster) nel dibattito pubblico irlandese o una questione dibattuta ai più alti livelli politici?
Ci sarà sempre un dibattito a livello politico per tale situazione, ma lo stesso vale per la Scozia che vuole staccarsi dall’Inghilterra. Da straniera in terra irlandese pensavo che anche qui gli irlandesi ambissero alla riunificazione, invece mi sto ricredendo.

Da quello che ho capito sembra ci sia un profondo rancore e disprezzo da parte dei cittadini della Repubblica nei confronti dei cittadini dell’Ulster e viceversa. Da quanto ne so, in Irlanda del Nord e, in particolare in alcune cittadine o aree delle città o anche solo in alcuni pub è vietato l’acceso agli irlandesi della Repubblica.

In aggiunta, purtroppo il problema della riunificazione non si pone solo a livello governativo, ma anche a livello religioso. Le chiese Cattolica e Protestante sono antagoniste tra loro, specialmente in Irlanda del Nord, e in più hanno molta influenza a livello territoriale in tutta Irlanda. La chiesa Protestante vede la necessità di rimanere nel Regno Unito, per non perdere fedeli e potere.

Pensi che ritornerai in Italia prima o poi? E se si, nel tuo paese d’origine o in un'altra regione? Come vedi la situazione italiana da lì su?
Ci tengo a sottolineare che amo il mio Paese, il nostro clima, il nostro cibo e la nostra storia. In Italia puoi trovare tutto ciò che ti è necessario per vivere serenamente in un raggio di azione di pochi chilometri, ma non so se tornerò mai in Italia. Sono stata cresciuta con un profondo insegnamento, «dove c’è lavoro c’è casa», pertanto il rientrare in patria non è per me una priorità.

In più, viaggiando e vivendo in altre cittadine, italiane e non, ho compreso che la nostra Nazione, per quanto bella sia, sia mentalmente incolta, retrograda e chiusa, e non solo per quanto riguarda il mondo del lavoro (ovviamente parlo anche al Nord). 

Ovviamente tornerei in Italia se mi venisse offerto il posto di lavoro a cui sarebbe impossibile rifiutare, e quindi non necessariamente nella mia terra di origine. L’Italia vista dall’estero non è un esempio da seguire. Nelle testate nazionali irlandesi e inglesi dell’Italia se ne parla ben poco, ma quando accade è sempre denigrante. Secondo le testate danesi (il mio ragazzo è danese e gentilmente mi tiene aggiornata), noi Italiani non siamo in grado di fare nulla, e anzi, non siamo apprezzati per via del nostro debito pubblico che loro devono aiutarci a pagare.

Visti dall’estero noi italiani siamo boriosi, spocchiosi, egocentrici, ignoranti e il nostro Paese è ritenuto, tra i giovani, come il luogo da visitare per via del facile accesso alla droga.

giovedì 29 aprile 2021

Riflessioni. Pensieri a cavallo tra giustizia, politica e storia. Tra reinserimento e storia

di Vito Stano

L'altro ieri un giudice e un avvocato (con tutta una pletora di collaboratori), a seguire una maxi operazione antimafia tra Bari e provincia di Bari, a seguire, ancora, altri arresti per furti operati dal comando dei Carabinieri del paesello addormentato all'ombra delle Murge dove passo la primavera. Insomma il tema della giustizia è primario, da qualunque punto si osservi la vita quotidiana non c'è modo di eludere con lo sguardo i nodi irrisolti. Non si può non vedere. E del resto sono così evidenti, che non vederli equivale a essere ciechi. Per non parlare che una volta iniziata la detenzione non è poi certo che il reo realizzi un effettivo percorso di recupero. Questa è una cosa che viene spesso lamentata da coloro che hanno la sfortuna di vivere in celle sovraffollate e in strutture carcerarie obsolete. 

Le associazioni che denunciano le pessime condizioni di detenzione non mancano di essere presenti nel dibattito, a questo, però, se ci aggiungiamo che molti di coloro che beneficiano delle misure alternative infrangono il patto andandosene a spasso o continuando a commettere reati nelle mura domestiche, il dado è tratto. Il nodo, per l'appunto resta irrisolto. Come irrisolto resta il nodo della storia e, in particolare, del Ventennio fascista. Nel 2021, anno secondo dell'imperio del Sars-Cov-2, le polemiche, solite e mai sopite di coloro che rigurgitano oggi come ieri frasi fatte, pensieri antistorici e falsità (roba da essere rimandati alla scuola elementare). Come quando, qualche anno fa, un amico, che si definiva orgogliosamente di Casa Pound, affermava la non esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti. E, guardacaso, ero da poco tornato dalla visita ai campi di Auschwitz (per quella ragione discutevamo di tali argomenti), e sentire questa sciocchezza mi portò a dire con poca grazia all'amico dovresti, caro mio, tornare a scuola e ricominciare daccapo, perché se metti in dubbio queste cose non sei neo-fascista ma soltanto ignorante. Ignorava lui. Ma la cosa disarmante è che non è l'unico che ignora. Anzi direi che, se ci potessimo ammassare liberamente, vedremmo una lunga fila di persone che ignorano. 

E alle quali, come gita domenicale, suggerirei loro di andare a farsi un bel giretto ad Auschiwitz e Birkenau. Il problema non è solo culturale, sarebbe grave ma, se fosse circoscritto all'ambito dell'istruzione, sapremmo arginarlo. Invece il nodo cruciale è la strumentalizzazione storica che dilaga da un po' di anni a questa parte, complice una destra politica (figlia del MSI) al governo dell'epoca in forze e numeri come mai prima e una sinistra (figlia del PCI) che pur di smettere i panni del censore ha concesso di pareggiare i conti. Con grave problema lasciato in eredità alle generazioni che sono seguite. Da pochi giorni è passato l'anniversario della liberazione dal giogo nazi-fascista e le polemiche stucchevoli e ridondanti non sono mancate, come ogni anni ormai da un po' di anni. La resistenza e la lotta partigiana per liberare l'Italia dai nazisti e dai loro alleati repubblichini fascisti dileggiata (cosa ci poteva essere di più patriottico all'epoca e anche oggi?). I partigiani (comunisti e cattolici) trattati alla stregua di criminali comuni. 

E per venire ai giorni nostri, la vicenda delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata (soffocata a livello internazionale in funzione antisovietica), ma raccontata già in diverse pubblicazioni all'epoca dei fatti, è diventata il simbolo della memoria della destra politica. A ognuno i suoi morti. Il Paese disunito: l'Italia repubblicana, nata dalla resistenza al nemico nazista e al suo alleato nostrano fascista, soffre ancora oggi e, forse più che mai di una resistenza delle forze oscure, che, nonostante la storiografia e la pubblicistica abbiano fatto il loro lunghissimo corso nelle università e nei dibattiti pubblici, bramano un ritorno dell'ombra nera sullo Stivale. 

Ultimo, ma non ultimo, vorrei fare un appello mnemonico a tutti coloro che rivestono incarichi istituzionali e a coloro che sono impiegati nei ranghi della pubblica amministrazione: ricordatavi della Costituzione della Repubblica Italiana del 1948: democratica e antifascista. Tatuatevelo se necessario, tanto oggi va di moda.

martedì 27 aprile 2021

Riflessioni. Separazione delle carriere: servitori dello Stato o delinquenti patentati

di Vito Stano 

Ora scrivo, ma sono giorni che attendo questo momento. E, che sia chiaro, non si tratta del blocco dello scrittore (anche perché, ahimé, scrittore non sono), ma a volte i pensieri devono vagare e quando non li senti quasi più, quando il ricordo di quello che ti assillava è ormai flebile, di corsa prepari gli arnesi, riscaldi le dita, che come corridori sulle leggere salite della tastiera trovano il quadratino sul quale saltare e rimandare al video le lettere immaginate. Poi la musica, a volte aiuta, senza parole altrimenti si rischierebbe il caos. Le parole devono sgorgare da una sola fonte alla volta. Ora è il momento della fontanella custodita nel cranio. Dopo conversazioni multiple, letture tematiche e ascolto di una quantità di esperti di tutti quei settori dello scibile umano che mi rapiscono l'attenzione, è arrivato il momento di ordinare le mie idee, che condivido in questo spazio. 

Rinnovare l'agire politico 
La riflessione ripetuta fino alla nausea è stata, questa settimana, a proposito dell'agire individuale in rapporto all'etica del proprio ruolo nella comunità di appartenenza. Le maestre a scuola o i giudici e gli avvocati al sistema della giustizia: due temi non a caso, ma due situazioni tipo dalle quali incominciare a ragionare. Mi piacerebbe iniziare un dibattito pubblico a proposito di giustizia, del valore del termine e del suo rapporto con la nostra attuale società. Mi piacerebbe che la massa indistinta fosse meno anonima e oziosa, e magari si riuscisse a ricostituire una comunità che dibatte, che, se necessario si scontra sui temi caldi, una dialettica capace di produrre un agire rinnovato. Ho provato a immaginare cosa possano aver pensato a Bolzano della vicenda del giudice molfettese arrestato l'altro ieri a Bari e devo ammettere che l'esercizio mi ha divertito sulle prime, immaginando come in un tedesco italianizzato si raccontasse quanto fosse assurdo che un servitore dello Stato, ai massimi ranghi della struttura pubblica, possa accettare di cancellare l'etica dal suo orizzonte. 

Com'è possibile? Immaginare poi il giudice De Benedictis che nasconde le buste sigillate piene di banconote nei vani che ospitano i fili della corrente elettrica, mi mette tristezza: me lo immagino sudato che apre le cassettine e tutto concentrato mentre infila le buste colorate dalle banconote della BCE e riempie i vuoti. Quegli stessi vuoti della coscienza che stracolma di vergogna ha vuotano il sacco quando lo hanno colto sul fatto un'ordinaria mattina barese con 5.500 euro in borsa. Il costo della vergogna. Io non ci sto e vorrei gridare allo scandalo. Stesso discorso varrebbe per l'avvocato e i sui collaboratori e per l'appuntato dei Carabinieri. 

Chi è Stato? 
Insomma la rappresentazione plastica di uno Stato in rovina. E devo ammettere di aver pensato alla vicenda del maresciallo del nostro dormiente paesello murgiano arrestato per dei reati che, in confronto a quelli consumati in questa vicenda, sono bagatelle. Indubbiamente meglio (in gravità) fecero i carabinieri di Piacenza. E con un salto indietro nella memoria, penso alla vergogna di Genova, la polizia che viola tutti codici di comportamento. Vergogna sul corpo della Polizia all'epoca da poco riformato. E poi la vicenda che portò alla morte di Cucchi. Chi è lo Stato? 

Separazione delle carriere 
Insomma o i servitori dello Stato servono fedelmente lo Stato oppure è impossibile giocare la partita: già abbiamo il malaffare, che come la piovra dei mitici anni Ottanta, pervade ogni angolo della nostra vita, se a questo ci aggiungiamo la sfiducia nei confronti degli uomini che rappresentano lo Stato allora siamo alla frutta del pranzo democratico. Mi perdoneranno gli amici colombiani, ma quello che mi è venuto alla mente quando appena sveglio ho letto il comunicato della Procura di Lecce ho pensato ma che siamo in Colombia? Dov'è la separazioni dei poteri? E non penso alla tripletta di Montesquieu, sulla quale si fonda l'attuale e universale sistema democratico. Penso alla separazione tra poteri dello Stato e i poteri illegali: separiamo le carriere, come diceva in una canzone Zulù dei 99 Posse

Il ritorno della vergogna 
E mi torna alla mente la domanda che andava in voga (all'estero) durante l'epoca grigia di Silvio Berlusconi: come fate voi italiani a votarlo? Vi lascio immaginare la mia reazione: vergogna e rabbia per un Paese alla deriva, mal governato ieri come oggi oppure oggi come ieri. Tanto cambia poco: i protagonisti si avvicendano al timone ma la barca è sempre la stessa e, pergiunta, sempre più malandata. A chi toccherà di sanarla? La mia risposta è semplice e diretta: la politica. E chi la farà questa politica se non le persone unite in gruppi più o meno omogenei, pronti a discutere e obbiettare ma tesi alla risoluzione dei conflitti anziché all'inasprimento. Non c'è più tempo a tutte le latitudini dobbiamo riprendere il controllo delle redini altrimenti sarà troppo tardi. In alcune aree è già tardi, lo sappiamo. Ma non si può avere tutto. Basterebbe iniziare da qualche parte. Da qualche tema e magari quello etico potrebbe fungere da apripista.

lunedì 19 aprile 2021

Riflessioni. Norme garantiste e mancata onestà intellettuale: la scuola tra libertà di scelta e insicurezze

di Vito Stano 

La libertà e le garanzie di cui alcune categorie di cittadini e lavoratori godono sono invidiabili, diciamolo. Avrei voluto avere la garanzia del lavoro, ma ahimé non ce l'ho avuta. Avrei voluto avere la priorità vaccinale, ma anche questa non ce l'ho. E la cosa più interessante è che alcuni (ovviamente solo alcuni, non sappiamo quanti, ma diciamo solo alcuni) non riescono proprio a comprendere le fortune di cui godono. Penso al mondo della scuola (pubblica) e mi viene in mente un paradosso: se il governo proponesse ai ristoratori e agli operatori della ristorazione di aprire tutto a patto di sottoporsi al vaccino, forse la risposta della categoria (salassata a dovere dalla crisi-covid) risponderebbe con entusiasmo. Non so, è solo un pensiero. Forse mi piacerebbe che fosse così. Forse perché conosco il settore e forse perché il mondo della formazione (nel quale sono impegnato) è molto più simile alla stagionalità di quel mondo fatto di posate da lucidare e bottiglie da stappare piuttosto che al mondo della scuola pubblica. 

Vorrei che queste righe non fossero lette come un atto d'accusa verso qualcuno in particolare, ma se penso che lo smartworking ha cambiato la quotidianeità a molti e con essa anche la quantità di denaro in entrata nelle casse familiari (soltanto per alcune centinaia di migliaia di persone) e allo stesso tempo c'è chi, senza battere ciglio, ha percepito lo stipendio durante questo periodo lavorando con tempi ridotti, lavorando con sistemi perlomeno dubbi dal punto di vista formativo, lavorando con i polpastrelli su wapp, un po' da riflettere ci sarebbe. Di certo non è stato facile, dal canto mio posso testimoniare che non è stato facile (nei corsi di formazione), immagino quanto complesso possa essere stato vivere il caos nell'alveo dell'istituzione scolastica. 

Però una cosa resta e penso che peserà in un potenziale dibattito: ci sono momenti nella storia collettiva durante i quali le libertà e i diritti vengono compressi, ci piaccia o no. A me non piace in linea di massima, ma devo ammettere che il quotidiano pesa sul piatto della bilancia e mi viene dal profondo dell'apparato digerente un pensiero pessimo dal quale non riesco a muovermi.  Immagino uno schema di sintesi: la libertà di vaccinarsi degli operatori scolastici in cambio della trasparenza, cioè rendere noto alla comunità di riferimento (colleghi e genitori) la propria scelta libera. 

Dunque libertà di non subire un trattamento sanitario, in cambio di una rinuncia alla riservatezza. Del resto in vista del passaporto sanitario, mi pare alquanto ridicolo parlare di privacy. E, tra l'altro, visto che non c'è l'obbligo di vaccinarsi e, dunque, è garantita la libertà di scelta, perché farne un mistero? Se non si subiscono pressioni e la scelta è dettata dalla paura (vedi Astrazeneca e J & J) o magari da convinzioni no vax, non sarebbe onesto dirlo? Barattiamo porzioni di libertà quotidianamente e poi ci spaventa dire se abbiamo scelto di fare il vaccino? Mi pare paradossale anche alla luce dell'attenzione mediatica che ha subito la categoria medica, infermieristica, socio-assistenziale, che ha portato molti di noi (compreso chi scrive) a sostenere la tesi che riassumo così: o ti vaccini o fuori e di conseguenza niente stipendio. 

Questo dovrebbe essere la regola. Invece c'è chi è più garantito di altri. E questo è un fatto. Poiché il dilemma non è tra mandare o meno i figli a scuola, ma vaccinarsi non per sé ma per gli altri. Anziché sbandierare libertà abbiamo tutti bisogno di sbandierare solidarietà e onestà.

domenica 18 aprile 2021

Riflessioni. Sbandati come dopo un urto sordo e improvviso. Norme concedono libertà e inconsapevolezza

di Vito Stano 

La domenica è da sempre il giorno dedicato al riposo, alle pulizie e alla grasse mangiate in famiglia. Intanto in questo, troppo prolungato, periodo di crisi sanitaria mondiale viviamo a metà: le incertezze pesano sulle azioni quotidiane e nonostante i vaccini siano disponibili l'insicurezza non accenna a smorzare il tono grigio topo che ha colorato le nostre vite. Tuttavia troviamo il coraggio di rimandare i figli a scuola e riprendiamo un po' di quella normalità (dalla quale prima fuggivamo) e che oggi ci sembra l'unico approdo al quale vorremmo arrivare. 

Tutto va apparentemente bene, fino alla scoperta casuale (come quasi tutte le scoperte) che ci sono operatori scolastici, che hanno scelto in tutta libertà di non sottoporsi all'inoculazione del vaccino (come la legge gli consente) e che oggi si ritrovano positivi al Sars-Cov-19, mentre i genitori dei piccoli alunni si ritrovano in pena. Sbandati come dopo un urto sordo e improvviso.Visto che è domenica e neppure il call center regionale dedicato all'emergenza covid-19 è attivo (da lunedì al sabato per le questioni relative ai vaccini), cerco una traccia logica da seguire per evitare gli spigoli vivi e sfogo la frustrazione immaginando una conversazione a due alla quale la premessa l'abbiamo letta qualche rigo più su. 

«Ma non c'era l'obbligo?»
 
«No, era su base volontaria» 

«E allora per onestà intellettuale e trasparenza dell'istituzione scolastica i genitori non dovrebbero essere informati? Messi al corrente che la maestra Tizia o il collaboratore Caio ha deciso di non vaccinarsi e andare comunque a lavoro?» 

«Già, siamo in balia delle onde» 

«Io sostengo che il diritto è dalla loro parte, ma la morale no. Spiacente. Le norme che regolano il rientro a scuola, sbandierato come sicuro, dovrebbero perlomeno rendere edotti i genitori della situazione che i loro figli vivranno negli spazi formativi» 

«Cioè?» 

«È presto detto! Gli operatori scolastici hanno diritto a non vaccinarsi e i genitori hanno diritto a saperlo. In tal modo saranno consapevoli e potranno decidere in piena consapevolezza se mandare i figli a scuola in (quasi) sicurezza oppure tenerli a casa. Visto e considerato che abbiamo aspettato settimane e settimane e ancora settimane prima di riaprire le scuole» 

«Nessuno può obbligare per legge qualcun altro a subire un trattamento sanitario obbligatorio» 

«Tanto vero, ma visto che siamo in emergenza sanitaria, magari coloro che decidono di non vaccinarsi, cioè coloro che si rifiutano di proteggere sé stessi e, soprattutto, gli altri (immaginiamo bambini della scuola dell'infanzia che stanno in aula senza mascherina) dovrebbero renderlo noto a coloro che gli sono attorno. Per onestà, altrimenti mi viene da pensare che aveva ragione il presidente Emiliano. Altrimenti dov'è la sicurezza? Chi ha la possibilità di farsi il vaccino non lo fa e va lo stesso a lavorare. Questo non contrasta con l'etica della sicurezza che l'istituzione pubblica dovrebbe incarnare?» 

«In effetti è un casino»

sabato 20 marzo 2021

Non succede mai niente: tentato omicidio in paese

di Vito Stano

Altro che paese tranquillo, Cassano delle Murge, oasi verde dell'area murgiana barese, offre sorprese e non soltanto di carattere ambientale (nel bene o nel male). Ma anche, seppur di rado fortunamente, anche fatti di cronaca nera. Non male per un piccolo centro agricolo, con ambizioni turistiche, a volte annoiato da sè stesso.

Il fatto è stato comunicato dai Carabinieri e riguarda un tentato omicidio ai danni di un uomo 60enne. La violenta aggressione, avvenuta a causa di un litigio, è stata commessa da un 28enne, anch'egli residente a Cassano delle Murge. Il dato interessante è che, come altri reati, anche questo è stato consumato tra le mura domestiche. Infatti a finire in carcere accusato di tentato omicidio è stato il figlio della vittima. Per fortuna la vittima si rimetterà.

Dunque in periodo di restrizioni anti-contagio, si registra un altro episodio allarmante: anche questo è un esempio (non meno tipico) di violenza domestica, come molti tristemente noti femminicidi hanno riempito lo spazio della cronoca durante questo lungo e complesso anno-covid.

venerdì 19 marzo 2021

Protesta al tempo del virus: sciopero a distanza

di Vito Stano

Ancora una volta c’è qualcuno che è costretto a pronunciare la parola «sciopero». C’è qualcuno che anche al tempo di un’emergenza sanitaria, reclusi dalle stringenti norme anti-contagio e chiusi nelle intime, quanto collettive, aspettative per il domani, si organizza per dissentire dalle strategie dell’impresa alla quale è legato da un contratto e da una vita di lavoro e aspettative.

In effetti l’aspettativa (frustrata) che gli accordi del 2018 siano rispettati, ha condotto le sigle sindacali USB e COBAS (da sempre al margine della contrattazione collettiva aziendale) a porsi il necessario obiettivo di rendere visibile la protesta e le sue ragioni, attraverso il protagonismo dei lavoratori cassintegrati. E come concretizzare il protagonismo in tempi di covid se non sfruttando la rete internet.

Quindi n’è nata una protesta che, se è possibile, allarga la platea degli interessati all’azione sindacale e chiedendo solidarietà non smette di lottare contro il potere dell’azienda e le nebulose politiche del lavoro dei governi romani. Altro virus, altra lotta.

sabato 13 marzo 2021

Correre in natura: tra bellezza e dubbi esistenziali

 di Antonio CarnevaleVito Stano

Correre immersi nella natura
L’abbandono di rifiuti, oltre essere un illecito, è il segno del degrado morale e culturale di una comunità, ovunque accada, sotto casa come in qualche stradina nascosta di campagna. A Cassano certi comportamenti disprezzabili sono ormai così diffusi che le categorie di dentro e fuori non fanno più distinzione. E così la via vecchia di Acquaviva, da tempo eletta da cassanesi e acquavivesi a percorso di passeggiate e attività sportive, sta diventando giorno dopo giorno una discarica. Stamattina all’ingresso del paese di Cassano, un sacchetto di plastica con interiora di animali, a ricordarci la distinzione tra uomini e animali.

Cultura del bello e costi sociali
Non è mai facile confrontarsi con lo sporco, il brutto. Generalmente tendiamo ad allontanarcene, ma se questa infame porcheria inizia a circondarci, la cosa inizia a diventare seria. E, diciamocela tutta, qui da noi seria lo è già da tempo. Ricordo le scorribande quasi istituzionali con l'assessore Carmelo Briano in giro per Cassano e le sue zone più a rischio d'invasione di spazzatura. Non è facile e a volte, come stamattina, ci si ritrova sorpresi di fronte allo scempio di sacchetti stracciati e maleodoranti in una delle aree ad alta frequenza di residenti e non: correre immersi nella natura non ha prezzo, specialmente alle sette del mattino, se non fosse che si incontra più monnezza che cristiani. Ma tant'è.