mercoledì 9 agosto 2023
Caro onorevole Fassino. Lettera aperta dal mondo dei vivi, quelli che cedolino alla mano...
venerdì 10 febbraio 2023
Foibe. A diciannove anni dalla legge si fatica a restare in equilibrio tra retorica e strumentalizzazione politica della storia
Approfittando dell’ultimo lavoro dato alle stampe dallo storico torinese Enrico Miletto dal titolo Le due Marie. Vite sulla frontiera orientale d’Italia (edito da Scholè, 2023), si è tenuto a Bari presso la biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo un incontro formativo in occasione del Giorno del Ricordo. L’evento è stato organizzato dall’IPSAIC (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) e dalla Biblioteca del Consiglio Regionale Teca del Mediterraneo. È stato un momento di riflessione a proposito di temi storici che, nonostante siano trascorsi molti decenni, fanno ancora rumore: a destare l’attenzione ci hanno pensato per la parte relativa alla memorialistica Dionisio Simone, esule da Pola (Istria), e per la parte relativa ai rapporti internazionali dopo il secondo conflitto mondiale il ricercatore dell’Università di Bari Rosario Milano. Ha introdotto la dirigente della Teca la dottoressa Anna Vita Perrone, ha invece coordinato la discussione la professoressa Anna Gervasio direttrice dell’IPSAIC.
Dionisio Simone, già insegnante, ha ripercorso le tappe della propria vita ricordando vicende personali e familiari legate all’esodo dalla terra natia, l’Istria. Il racconto emotivo, a tratti commosso, è stato interessante, poiché per quanto di natura memoriale ha avuto il pregio di mantenere un equilibrio non facile. Dunque nonostante al centro della narrazione ci fossero le vicende umane personali (la paura delle persecuzioni e il distacco dalla propria terra), è stato approfondito anche l’aspetto relativo all’esodo giuliano-dalmata, che, come ribadito a più voci, sconta ancora un disaccordo tutto statistico tra le pubblicazioni di carattere memoriale e le ricerche prettamente accademiche.
A Rosario Milano, ricercatore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Bari, è toccato invece tracciare le linee del complesso quadro delle relazioni internazionali, naturale cornice di una narrazione globale, a volte di difficile interpretazione. L’impianto delle vicende storiche narrate, facendo riferimento ai fatti accertati, ha invitato a porsi ulteriori quesiti, utili quest’ultimi a leggere le vicende già analizzate dalla ricerca storica, tanto quanto capaci di interpretare le attuali circostanze (europee), di cui la guerra d’aggressione che la Russia sta conducendo ai danni dell’Ucraina e del suo popolo ne è un fulgido esempio. Su questo punto, interessante è stata l’intuizione del dott. Milano a proposito dell’uso strumentale della storia da parte della politica: il caso dei Paesi dell’ex blocco sovietico (vedi di nuovo il caso ucraino): «i governi hanno usato la storia per creare un sentimento nazionale» per sganciarsi dal passato comune gonfiando, in tal modo, un sentimento nazional-populista utile alla causa ma foriero di conseguenze dirompenti; al contrario del percorso che hanno (più o meno congiuntamente) compiuto i Paesi membri dell’Unione Europea (vedi il caso Italia-Slovenia-Croazia proprio relativo alla necessità di avere una lettura condivisa dei fatti accaduti a cavallo delle due guerre mondiali su quel lembo di terra conteso che noi italiani chiamiamo confine orientale).
Molte volte la verità sta nel mezzo, e se è vero che per opportunità di politica internazionale per molti anni ai fatti del confine orientale non si è dato grande risalto, è disonesto affermare che si è nascosta la verità, questo è dimostrato dalle pubblicazioni che furono realizzate a guerra appena conclusa e negli anni successivi; pubblicazioni che denunciavano i fatti atroci avvenuti nelle terre contese a cavallo tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945. Anche su questo punto la retorica «degli italiani infoibati solo perché italiani» non regge neppure nel racconto memoriale di un esule (che in effetti ne afferma la totale incongruità dell’assunto), figuriamoci nel resoconto dell’analisi storica, che (in modo largamente condiviso dai più) afferma che le esecuzioni (i cosiddetti infoibamenti) venivano perpetrati seguendo un disegno egemonico che andava oltre le nazionalità, poiché mirava a costruire un mondo (quello socialista jugoslavo) che avrebbe (come del resto poi ha fatto) messo insieme i popoli slavi, da sempre divisi e quindi vittime di Paesi “protettori”, e tutti coloro che guardavano al domani attraverso il prisma del socialismo reale per creare un Paese grande e autonomo (in quest’ottica si legge la strada di Tito al socialismo reale e la successiva rottura con Stalin).
Se una certezza c’è, è che delle vicende del confine orientale (e dunque di torture e violenze, di cavità carsiche ed esecuzioni, di opzioni più o meno “volontarie”, di esodo e di campi profughi) si è ricercato e pubblicato tanto quanto basterebbe a prenderne piena coscienza, se non fosse che la stessa giornata del ricordo (un unicum in Europa) nasce sotto la spinta di una destra che faticava (all’epoca) a rinnegare il fascismo, o lo faceva bisbigliando per non irretire i vecchi camerati ancora legati ai concetti di irredentismo e vittoria mutilata, facendo di un fatto locale (vissuto allo stesso modo al confine orientale d’Italia e in molte altre aree regionali della sventurata Europa) un fatto di importanza nazionale. Ebbene la storia è stata largamente accertata ma la retorica stucchevole continua, per proseguire (a fini politico-elettorali) quel infinito lavaggio di coscienza tipico degli italiani: che non hanno affrontato le responsabilità del colonialismo, dell’assimilazione forzata dei popoli alloglotti del confine orientale, vent’anni di dittatura fascista, le leggi razziali e il confino “concesso” agli oppositori politici del regime, fino alla comune volontà nazi-fascista di aumentare il numero di popoli da assoggettare all’idiozia della razza ariana con tanto spregio della vita umana come mai prima di allora era avvenuto.
lunedì 6 febbraio 2023
Ambiente. Dal bioparco al parco naturale: il dilemma della conservazione tra gabbie e regolamenti
venerdì 3 febbraio 2023
Amministrazione comunale. Le promesse elettorali si fanno reali: i lavori di rinnovamento al parco giochi sono iniziati
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Parco giochi, Vito Stano@2023 |
lunedì 9 gennaio 2023
Anno domini 2023. Le notizie dal mondo e dalla Puglia a bomba sul nuovo anno
lunedì 19 dicembre 2022
La storia di Cassano raccontata strada per strada: l'importanza della toponomastica per una comunità consapevole
di Vito Stano
Toponomastica e storia
Grazia Deledda, Ada Negri, Madre Teresa di Calcutta, Madre Clelia Merloni, le Sante Caterina, Cecilia, Chiara e Maria dei Martiri: se vi state chiedendo questo elenco cosa rappresenta è bene precisare che le informazioni che andrò a condividere in questo spazio sono state tratte tutte (o quasi) da un libro fondamentale: ‘Cassano delle Murge, Toponomastica e storia’, curato da Renato Tria e Giuseppe Campanale. Il primo professore e il secondo insegnante hanno composto questo lavoro memorabile per le edizioni dell’Università della Terza Età di Cassano delle Murge. Prima di iniziare il percorso nelle vie e nelle piazze del paese, ci tengo a scusarmi con i curatori e con i lettori e le lettrici se farò qualche errore di calcolo, dunque per eventuali inesattezze non esitate a scrivermi.Il volume ha appena dodici anni (lo deduco dalla data in calce alla prefazione del professor Giordano), ma è un classico assoluto delle pubblicazioni locali. Il mio entusiasmo è presto spiegato da un mix di ragioni: la passione della storia che mi ha condotto a laurearmi a suo tempo in storia contemporanea; la mia ultima esperienza lavorativa, come portalettere e da ultimo l’investitura da parte dell’attuale sindaco come suo delegato su uno specifico progetto, cioè l’analisi e l’aggiornamento della toponomastica cittadina. Dunque partiamo da alcuni dati che hanno destato la mia curiosità: i curatori hanno considerato un totale di 277 toponimi, di cui soltanto 8 di questi riferiti a donne (5 sante, 1 religiosa e 2 scrittrici). Sul totale, 56 sono i toponimi che richiamano alla memoria cittadini e famiglie illustri cassanesi: i Miani, i Gentile, i Sanges e gli illustri Nicola Alessandrelli, l’architetto Vincenzo Ruffo, i maggiori Turitto e Rossani, il giornalista e storico Armando Perotti, i due Galietti, l’avvocato Paolo Fasano, il professor Colamonico (acquavivese), Laudati e Giordano (padre dello stimato prof. Tonino Giordano). Per concludere la carrellata degli illustri del passato l’onerevole Mandragora, il commissario prefettizio Battarino e i sacerdoti padre Angelo Centrullo e don Battista Armienti. Indicherò un nome su tutti per ricordare i caduti nelle varie guerre da Adua alla Seconda Guerra mondiale: quello di Saverio Viapiano, il più giovane dei caduti cassanesi (appena sedicenne) al quale fu intitolata una delle strade più lunghe del paese.
Curiosità per la via
Sul totale, 58 toponimi sono alla memoria di scrittori, artisti, scienziati e compositori: ben 15 vie del paese sono dedicate a questi ultimi e quasi tutte sono traverse della lunghissima via Repubblica: le vie Puccini, Ponchielli, Piccinni, Paisiello, Paganini, Umberto Giordano, Mascagni, Monteverdi, Saverio Mercadante, Leonardo Leo, Cimarosa, Bellini, Cilea, Rossini e Mameli (patriota e compositore dell’inno d’Italia).
Riferendoci
sempre al totale dei toponimi, 79 ricordano politici, ufficiali militari,
sindacalisti, patrioti, basti pensare alle due piazze più importanti del paese:
piazza Aldo Moro (già piazza Umberto I) e piazza Giuseppe Garibaldi. Dunque
uomini rappresentanti di due epoche così lontane eppure entrambi immersi in
lotte politiche sanguinose. Le vie, invece, a ricordo di luoghi o avvenimenti e
anniversari di vicende storiche fondamentali della storia d’Italia sono in
tutto 47: dalla via di Acquaviva alla via Gorizia, dalla via di Bari alla via
Trieste e ancora le vie Sicilia, Basilicata, Calabria e Campania (zona
industriale) a ricordo del proficuo scambio con le regioni del nostro
Meridione.
Ho
scoperto, inoltre, leggendo questo corposo ma agile libro chi era Enrico Toti,
al quale è intitolata una lunga e popolosa via nella zona del mercato
settimanale (via Sisto e piazzale Merloni), al quale ho accostato, idealmente,
la via che ricorda Fausto Coppi, nei pressi della Collina di S. Lucia: i due
amavano correre in bici, ma se il secondo era un campione di ciclismo, il primo
visse dai quindici anni con una sola gamba a causa di un incidente sul lavoro e
percorse in bicicletta (con una sola gamba) lunghissime tratte (Parigi, Belgio,
Olanda, Danimarca, Finlandia, Lapponia, Russia e Polonia, poi raggiunse
Alessandria d’Egitto fino al confine con il Sudan) e non contento aveva più
volte fatto richiesta di essere arruolato e mandato al fronte per contribuire
alla vittoria patria. Dopo alcuni rifiuti a causa della sua menomazione fisica,
la sua richiesta accorata fu accolta e il giovane ciclista ebbe la possibilità di
contribuire alla vittoria dell’Italia durante la Prima Guerra Mondiale. Per la
sua caparbietà e forza d’animo ebbe la sua parte di azione e morì in battaglia insieme
ai bersaglieri che lo avevono accolto come uno di loro: a guerra conclusa la
sua memoria fu onorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare dal Re in
persona.
Numerose
sono le vie intitolate a pensatori meridionalisti, una di queste, via Pietro
Giannone, ricorda lo storico e illuminista meridionale (1676-1748) originario
di Ischitella in provincia di Foggia, il quale come tantissimi altri a quell’epoca
si trasferì a Napoli per proseguire gli studi. Questa breve via del paese è un
esempio concreto di problematica irrisolta, poiché ad oggi risulta a vicolo
cieco quando invece dovrebbe unire la piazza Galilei alla via Colamonico,
esattamente di fronte alla via Giovanni XXIII.
Per
avviare alla conclusione questo racconto, propongo altre due note informative:
una relativa alla via San Zenone, la seconda traversa a sinistra di via Collina
S. Lucia verso la chiesetta dedicata alla santa patrona della vista, e l’altra
alla via Riconciliazione dei cristiani ovvero la via che conduce alla foresta Mercadante
(in ricordo non del compositore altamurano, ma di una famiglia di Altamura
proprietaria di terre in quella zona e che da questo ricco casato prese il
toponimo). Il primo (S. Zenone) viene ricordato perché le sue reliquie furono
portate anche a Cassano, tra l'altro fu il primo patrono di Cassano delle Murge, e difatti
«le sue reliquie si trovano in una nicchia all’esterno della cancellata del
Crocifisso nella Chiesa Matrice». La seconda delle due vie (via Riconciliazione),
ricorda un avvenimento storico, di cui avevo già contezza grazie allo sforzo di
Tonino Giorgio, che in un bel libro, ricco di fotografie, raccontò l’incontro
tra i rappresentanti delle chiese ortodosse e quella cattolica tenutosi presso
l’Oasi S. Maria in zona Colle Sereno o Circito.
Per
restare in tema di zone extraurbane, va detto che nel libro non vi è traccia di
tutte quelle aree abitate fuori dal centro, aree che svettano sulle colline di
Cassano verso Altamura e alcune ai margini della foresta, proprio perché la
maggior parte di quelle aree furono edificate a partire dagli anni Sessanta. In
effetti ad oggi, a parte il centro storico che pure ha molte criticità, le zone
che necessitano di interventi mirati e urgenti, sono proprie quelle
extraurbane, presso cui le persone che ci vivono non sono più i pochi
villeggianti di alcuni decenni fa, ma una cospicua parte della globalità dei
residenti di Cassano, se non erro circa 2mila persone che vivono in vie senza
nome e con numerazioni difficili da spiegare. Su questo punto si sta
incentrando l’attenzione di chi scrive.
Riflessioni al tempo presente
Una riflessione va fatta anche alla luce della cancel culture, azione collettiva di rimozione di statue e cancellazione di vie e piazze che ricordavano uomini dal passato discutibile: uno dei più interessanti che spicca nel ventaglio dei toponimi locali è la via Cristoforo Colombo, il viaggiatore al quale viene attribuita la “scoperta” delle Americhe, mentre per altri Colombo è colui che condusse i popoli colonialisti europei a conquistare delle terre abitate da popoli nativi, dei quali s’è fatto uno dei genocidi più nefasti dell’epoca moderna. Questo è un tema al quale bisognerebbe dar spazio nel dibattito pubblico, come già in altri paesi limitrofi, una revisione alla luce delle attuali conoscenza e cultura dovrebbe esser posta all’ordine del giorno, attuando con le dovute cautele un rinnovamento che conduca attraverso la toponomastica alla storia più recente, di cui non vi è traccia tra le vie e le piazze del paese: a parte due giardini, anzi tre, intitolati ai giudici Falcone e Borsellino nei pressi dell’ufficio postale; ai Martiri delle foibe nel quartiere Sacro Cuore (ex 167) e il più recente in ordine di tempo, nei pressi della scuola media, intitolato alla memoria di Norma Cossetto, giovane donna presunta vittima della violenza dei partigiani jugoslavi, tutta la toponomastica, o quasi, ricorda la Roma imperiale e alcuni suoi imperatori (nel centro storico Augusto e Traiano) le tre Guerre d’indipendenza che contribuirono a comporre il puzzle dell’Italia, la Prima e la Seconda guerra mondiale con i loro protagonisti: tutto o quasi il racconto si arresta al periodo post-bellico arrivando al massimo agli anni Settanta-Ottanta (piazza Aldo Moro n’è un esempio). Stesso ragionamento varrebbe per i toponimi che ricordano i letterati e i filosofi, i giornalisti e gli scrittori, i poeti e gli artisti e ancora gli uomini di scienza e dell’accademia: se dovessi dare un nome su due piedi, senza dubbio penserei ad una via intitolata a Pier Paolo Pasolini (uno dei grandi pensatori del secondo Novecento) o magari a Maria Montessori (del cui metodo pedagogico oggi si fa largo uso) o ancora a Nilde Iotti, componente dei 75 della Costituente e prima donna a ricoprire l'incarico di presidente della Camera dei deputati dal 1979 al 1992, ben 12 anni.
Ma soprattutto aggiornare significherebbe bilanciare i toponimi a favore delle donne, su questo punto credo che sia una battaglia di civiltà che attraverso la memoria porti a un riequilibro della bilancia dell’apporto dei due sessi nella storia del Paese: l’Italia di oggi, anno 2022 alle soglie del 2023, anche se funestata da mali atavici, non è, e mai più sarà, quella dei decenni passati (e figuriamoci dei secoli passati), quindi anche le strade dovrebbero raccontare storie diverse. Questa è una pratica già adottata altrove, che nulla toglie al passato ma che arricchisce il presente marcando un passaggio storico: la consapevolezza del presente deve necessariamente fare i conti con i lasciti del passato per renderli calzanti, dove possibile, con un pensiero progressista che guarda già al domani.
venerdì 16 dicembre 2022
Zona industriale: la minoranza propone una variazione tecnica al PRG. La maggioranza boccia e rilancia sul PUG
Casa di comunità: la Asl avrà in comodato l'ex Casa bianca per quarant'anni
giovedì 17 novembre 2022
Il popolo è mio e per lui grido io: report mal fatto di un Consiglio comunale
di Vito Stano
Il popolo è mio e per lui grido io. No, non è l’ennesimo brindisi di una tarda serata finita ad alzare il gomito. È la sintesi di tanta democrazia che ieri si è consumata in Consiglio comunale. Le altre cose dette e replicate (fissità e dizionari, orgoglio e pregiudiziali) sono di certo importanti, ma quando al risveglio ti risuonano queste poche parole autoprodotte e messe insieme dal mio (mediamente dotato) cervello, qualcosa vorrà dire, perlomeno per chi scrive.
Poi che anche ieri a presenziare eravamo al massimo dieci, comodamente stravaccati sulle rosse sedute della sala consigliare, vorrà dire qualcos’altro o no? Non uno di meno (e neanche di più). Un via vai che neppure allo studio medico in periodo covid. Questo dettaglio, sempre uguale da anni, mi fa da sempre riflettere sulla quantità (e qualità) di interesse di quel popolo tanto declamato e, a tratti, urlato.
Del resto la politica è tanto, non soltanto provvedimenti e numeri. È anche spettacolo e il Consiglio è da sempre un palcoscenico sul quale dare il meglio si sé (come alla seduta di laurea: puoi dare il meglio di te, ma se agli esami sei andato maluccio, il voto finale sarà bassino).
Ebbene che sia chiaro, ci sono stati a fasi alterne anche toni concilianti, richieste di «collaBBBorare!». Per carità come non accogliere quello sfrenato desiderio di collaborazione quando affiora sulle labbra e si fa parola, quasi una richiesta di aiuto e accoglienza, che ci fa sperare che qualcosa può davvero cambiare.
Ma si sa anche che ci vuole stomaco e memoria in Consiglio comunale, perché se ne sentono di cose. Tra le tante: la trasparenza, il reperimento degli atti, le prerogative delle minoranze e i numeri della maggioranza eletta ad amministrare un Ente in sofferenza di organico, quotidianamente impegnato nel far fronte ai mille problemi che la comunità vive. Mettiamoci pure queste cose, belle e brutte. Del resto non mi pare che gli ultimi cinque anni a guida Di Medio-Giustino-Caprio abbiano lasciato alcun segno degno di nota: hanno amministrato con la forza dei numeri, come fanno tutte le maggioranze a tutti i livelli, chiedetelo a Giorgia, sono convinto che non vi deluderà.
Le minoranze fanno il loro lavoro e le maggioranze fanno il loro lavoro. I numeri contano sempre. Questa volta è andata così. L’augurio mio, che parteggio per la maggioranza eletta, è che si possa svolgere sempre meglio l’azione di controllo amministrativo, diritto sacro delle minoranze, e nel mismo tiempo (perdonatemi la vena poetico-linguistica) la maggioranza possa proseguire con la determinazione che sta dimostrando dal momento dell’insediamento.








