lunedì 26 novembre 2012

Un concorso in rete per il nuovo calendario del parco


Foto Parcoaltamurgia.gov.it
Tredici specie della fauna selvatica del Parco Nazionale dell'Alta Murgia; tredici simboli della straordinaria biodiversità dell'area protetta: dal falco grillaio alla volpe, dal lupo alla cicala. Saranno loro i protagonisti del calendario duemilatredici del Parco ripresi in altrettanti scatti realizzati dal fotografo Giorgio Muscetta e selezionati da una giuria costituita dagli esperti del Parco e dal fotografo Vincenzo 'Monzino' Marroccoli.

Per promuovere il calendario, richiestissimo dai collezionisti fin dalla sua prima edizione, è stata lanciata una singolare iniziativa sulla rete: fino a lunedi 26 novembre è stato possibile visionare le tredici immagini scelte sul profilo Facebook del Parco www.facebook.com/altamurgiaofficial ed eleggere la foto che sarà utilizzata come copertina. Il sondaggio ha suscitato un record di contatti per il profilo dell’Ente, coinvolgendo complessivamente oltre 6.500 utenti e determinando un incremento della portata del profilo del 956% rispetto alle settimane precedenti.

La fotografia che ha totalizzato il maggior numero di “mi piace” è quella che immortala una talpa (Talpa europaea) e sarà l’immagine-simbolo per il 2013. Secondo classificato il ramarro (Lacerta viridis), terzo classificato il falco pellegrino (Falco peregrinus).

Il concorso non prevedeva premi in palio ma ha offerto a tutti gli utenti della rete l'occasione di ammirare – in anteprima rispetto alla stampa del calendario - alcune delle specie più straordinarie presenti nel Parco Nazionale dell'Alta Murgia e di eleggere la propria preferita.

(fonte Parcoaltamurgia.gov.it)

Masserie e prodotti tipici la cornice per una giornata speciale: anche Cassano delle Murge dice No alla violenza sulle donne



"È fondamentale meditare su questo problema", con questa frase la sindaco di Cassano delle Murge Maria Pia Di Medio ha aperto la serata di ieri sera presso la sala conferenze del palazzo Miani-Perotti sede della civica biblioteca e della neonata pinacoteca. Cinque ragazze delle classi quarte del liceo Leonardo-Platone di Cassano delle Murge, accompagnate dalla professoressa Cavalli, hanno realizzato una performance narrativo-teatrale sul tema della violenza sulle donne. Violenza, silenzio, sporcizia, paura, istinto, provocazione alcune delle parole che sono echeggiate sotto la volta di pietre che è stata anche a cornice ideale per la presentazione di un romanzo, "La masseria delle cinquanta lune" di Piero Fabris. I ricordi d'infanzia in chiave vendoliana dell'assessore alla Cultura di Cassano delle Murge Pierpaola Sapienza hanno introdotto gli interventi dell'agronomo Vitangelo Magnifico e dell'autore. Ha presenziato al tavolo dei relatori, coordinati egregiamente dalla giornalista di Antenna Sud Annamaria Minunno, anche l'eurodeputato Sergio Silvestris, in forza Pdl originario di Bisceglie, componente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo. 

La Sindaco, fatto il saluto istituzionale, ha lasciato i presenti alle appassionate parole dell'assessore Sapienza e ha inaugurato il farmers market, ovvero il mercato dei produttori agricoli locali, nelle vicinanze di una piazza Aldo Moro che non conosce serate di silenzio, grazie alle tante sagre che animano la cittadina votata tradizionalmente all'agricoltura e idealmente al turismo. 

Piazza Aldo Moro gennaio 2011 - Foto Archivio Vito Stano
L'idea del mercato dei produttori agricoli è una idea interessante, che ha riscosso visibilmente successo, considerando quante persone hanno fatto acquisti. Del resto era evidente anche la convenienza economica, oltre che la genuinità dei prodotti della terra: i prezzi erano più bassi di quelli praticati dai banchi frutta e verdura nei supermercati, invece erano assimilabili a quelli praticati dai venditori ambulanti del mercato. Dunque la premessa sembra buona, ora staremo a vedere quanto e come l'appuntamento sarà apprezzato dalla cittadinanza e soprattutto come reagiranno i commercianti, che sicuramente accuseranno il colpo, a fronte di un vantaggio, garantito dai numeri e dall'esperienza indiretta di altri farmers market, per i clienti e soprattutto e finalmente per coloro che verdura e frutta li producono con il lavoro nei campi. 

Volge dunque al termine il mese di novembre in una Cassano delle  Murge che pare non volersi arrendere all'autunno, ormai in pesante ritardo, e al meritato letargo invernale. Con Girolio d'italia, la manifestazione che sponsorizza le qualità locali di pane e di olio d'oliva che ha movimentato ieri sera la piazza principale e alcune parti del centro storico, si chiude (forse) il ciclo di sagre, che hanno caratterizzato l'estate e ancor più l'autunno richiamando persone dai paesi limitrofi e dal caldo e caotico capoluogo regionale.

26.11.2012
Vito Stano  

domenica 25 novembre 2012

Decisa la tregua tra Israele e l'Autorità Palestinese - Cadono teste in casa nostra: Piergiorgio Odifreddi censurato da Repubblica.it lascia


La tregua tra Israele e Gaza, frutto della mediazione separata svolta dal presidente egiziano Mohammed Morsi, coadiuvato dal segretario di stato americano Hillary Clinton, ha bloccato i missili ma non le parole. In casa nostra, in Italia, il conflitto israelo-palestinese ha fatto qualche vittima, non fisicamente s'intende: Piergiorgio Odifreddi, matematico di fama internazionale e  scrittore aveva scritto su Repubblica.it parole dure sul conflitto in Medio Oriente accusando lo Stato ebraico di "logica nazista", ma il suo intervento è scomparso dopo 24 ore.

La rimozione del suo intervento dal sito di Repubblica.it ha sorpreso lo stesso Piergiorgio Odifreddi; riportiamo di seguito parte del suo intervento nel suo post di commiato. 

V.S.

Piergiorgio Odifreddi - Foto google.com
Cancellare un post non è, di per sè, un grande problema: soprattutto nell'era dell'informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà. 


Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d'ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso, e dunque scrivo, può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare. Dovrei, cioè, diventare "passivamente responsabile", per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento "attivamente irresponsabile", nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui. 

Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l'hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato. La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino.


Di seguito il post di Odifreddi censurato: 


Dieci volte peggio dei nazisti 

Uno dei crimini più efferati dell'occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi "giustiziarono", secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l'attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della "legge del taglione", che sostituiva la proporzione uno a uno del motto "occhio per occhio, dente per dente" con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona. 

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l'ordine a Herbert Kappler, l'ufficiale delle SS che si era già messo in luce l'anno prima, nell'ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest'ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. 

Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l'eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per "motivi di salute" (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all'ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario. 

In questi giorni si sta compiendo in Israele l'ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli "atti terroristici" della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. 

Il che d'altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l'Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l'invasione, è facilmente prevedibile. Durante l'operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l'eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall'esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi. 

Ma a far condannare all'ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali? 

Piergiorgio Odifreddi 

sabato 24 novembre 2012

"È stato un lavoro duro, che ha comportato una grande soddisfazione dal punto di vista umano": parla Andrea Prandstraller, regista di Polvere, documentario sul processo all'amianto

Il 27 novembre prossimo è una giornata importante: presso l'ex Palazzo delle Poste di Bari, si svolgerà un convegno diviso due sessioni, mattutina e pomeridiana: i temi, al centro del dibattito, saranno quelli del "Mesotelelioma pleurico... una battaglia da vincere" e "Inquinamento da amianto... una battaglia da vincere". 

Il convegno di carattere medico scientifico offrirà la possibilità di ascoltare le esperienze, tra gli altri, di Bruno Pesce e Nicola Pondrano. Rispettivamente coordinatore dell'Associazione Famigliari Vittime Amianto di Casale Monferrato (Alessandria) e Nicola Pondrano presidente del Fondo Vittime Amianto.

Trailer del documentario.

Di seguito pubblichiamo l'intervista a Andrea Prandstraller, uno dei due registi del documentario "Polvere - Il grande processo dell'Amianto", già pubblicata su www.vglobale.it.

Sguardi tristi e arrabbiati ma pieni di voglia di giustizia costituiscono il panorama umano contenuto in "Polvere - Il grande processo dell'amianto", documentario di Andrea Prandstraller e Nicolò Bruna. L'epicentro del lavoro è Casale Monferrato e il processo celebrato presso il Tribunale di Torino giunto alla sentenza di primo grado il 13 febbraio 2012. In occasione di Eternit(à), evento organizzato a Bari dal Comitato Fibronit Cittadino e dall’Associazione Famigliari Vittime Amianto, abbiamo incontrato uno dei due registi.

A cura di Vito Stano

Questo documentario ha raccontato un processo che è stato un spartiacque, cosa ha comportato per lei realizzare questo lavoro?
È stato un lavoro molto lungo ci abbiamo messo (assieme all’altro regista Nicolò Bruna, ndr) circa quattro anni e mezzo da quando abbiamo preso i primi contatti con il comitato vittime di Casale Monferrato; un anno di riprese e cinque mesi di montaggio. Insomma è stato un lavoro duro che ha comportato una grande soddisfazione dal punto di vista umano, perché quando si entra in contatto con persone che hanno una straordinaria dignità nel vivere il proprio dolore e l’ingiustizia che hanno subito per un documentarista diciamo che è la ricompensa più grande che si possa avere.

Come è stato accolto questo documentario nel mondo cinematografico?
Questo documentario, che è stato prodotto da tre televisioni europee che sono la televisione belga di lingua francese la Rtbf, la Tsi che è la televisione svizzera di lingua italiana e Artè che è la televisione culturale franco-tedesca, non ha trovato nessuno sbocco televisivo in Italia, nel senso che nessuna rete pubblica o privata l’ha voluto acquistare e mandare in onda. “Polvere” ha partecipato ha moltissimi festival di documentari all’estero vincendone parecchi, da Rio de Janeiro a Bagdad; abbiamo fatto proiezioni negli Stati Uniti d’America, in Irlanda, in Francia e in purtroppo in Italia non siamo riusciti a farlo arrivare al grande pubblico.

Questo denota la chiusura di un certo sistema italiano?
Sì, secondo me denota una scandalosa chiusura, non perché sia il mio film, e oltre alla chiusura di tipo culturale, cioè la convinzione che alla gente non interessi niente di queste cose, c’è anche una cecità di economico secondo me, nel senso che quando il 3 febbraio 2012 c’è stata la sentenza Eternit (sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Torino, ndr) tutti i grandi giornali italiani hanno titolato in prima pagina “Sentenza eternit" o "Sentenza storica”; quindi presumo che se la Rai l’avesse acquistato e l’avesse mandato in onda anche alle undici di sera mezzo milione di telespettatori lo tirava su lo stesso.

Se paradossalmente la Rai lo avesse per denaro…
Paradossalmente se l’avesse fatto semplicemente per denaro secondo me sarebbe stato un buon investimento, che tra l’altro costava poco. Ma non fanno neanche quello, sono totalmente avulsi dalla realtà, sono autocensurati. Non conoscono la realtà del Paese se non quella filtrata attraverso i loro occhi distorti, per cui bisogna proporre solo programmi di intrattenimento più o meno idioti . È una cosa sconfortante.      


24.11.2012
Vito Stano

Comitato pugliese: "rischio privatizzazione dell'Aqp"


I cittadini continuano a pagare il profitto sulle tariffe e l’Acquedotto Pugliese è ancora una società per azioni. Ma non basta! Si sta preparando il terreno alla provatizzazione totale http://www.youtube.com/watch?v=JNGL-uTstpc.

E mo basta! 

Fai ricorso contro Aqp spa e partecipa all’asta pubblica sabato 1 dicembre, ore 10.00 davanti all’Acquedotto Pugliese, in Via Cognetti, 36 a Bari e gira il VIDEO (1 minuto e mezzo) ai tuoi contatti http://www.youtube.com/watch?v=JNGL-uTstpc

(fonte Comitato Referendario Pugliese "2 SI per l'Acqua Bene Comune")

venerdì 23 novembre 2012

"Non può una città essere monopolizzata dalla produzione dell’acciaio, anche perché credo che ogni città, ogni territorio deve produrre in base alle proprie caratteristiche naturali. Taranto di naturale ha il mare": parla Vincenzo De Palmis, attivista di Taranto Respira


Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è stato nominato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini commissario alla bonifica dell'area di Taranto. Questa notizia non è stata presa bene da molti attivisti, che già sui social network hanno commentato aspramente la decisione, esprimendo rammarico e sdegno “per colui (Vendola,ndr) il quale ha detto tutto e il contrario di tutto e che inaugurò all'ombra del camino E 312 l'impianto Urea mano nella mano con la Prestigiacomo” (gruppo Aria pulita per Taranto). Questa decisione è stata accompagnata, a livello temporale, dalla decisione della Procura di Taranto, che ha espresso parere negativo sull’istanza di dissequestro avanzata dall’Ilva per gli impianti dell’area a caldo, sottoposti ai sigilli da luglio. Su questo punto il giudice delle indagini preliminari Patrizia Todisco dovrà esprimersi definitivamente forse in settimana. Intanto il viaggio tra i protagonisti della città jonica continua con l’intervista a Vincenzo De Palmis, tecnico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Taranto; De Palmis si occupa in particolare di monitoraggio in ambito marino-costiero.

A cura di Vito Stano

Vincenzo De Palmis - Foto Archivio Vito Stano
Fai parte di un’associazione ambientalista? Faccio parte di un’associazione ambientalista che si chiama “Taranto Respira”, ma da sempre mi occupo di ambiente per passione, avendo tra l’altro svolto in passato attività di speleologo ed essendo stato membro del Soccorso alpino; quindi sono molto legato agli ambienti naturali.  Una settimana fa all’incirca è stato deciso lo sblocco di una delle navi ferme nel porto a causa del fermo giudiziario ed è stata autorizzata a scaricare il minerale che portava e quindi praticamente a rinnovare il ciclo produttivo, continuando a venir meno alla decisione dei giudici della Procura di Taranto, i quali avevano sequestrato l’area a caldo. Il mondo ambientalista tarantino come sta reagendo alle novità che giorno dopo giorno arricchiscono e confondono il quadro secondo te? Ci sono vari stati di umore, se così possiamo dire. Da una parte c’è una sorta di entusiasmo iniziale che ripone nella magistratura la speranza che si possa giungere finalmente alla chiusura e nello stesso tempo un certo sconforto quando si apprendono quelle decisioni, come l’ultima, che seppur trattandosi di una semplice deroga permette lo sbarco delle materie prime, credo si tratti di materiali ferrosi atti alla fabbricazione dell’acciaio, e quindi la riattivazione del ciclo produttivo soprattutto dell’area a caldo. Quindi c’è questo dualismo: una sorta di fiducia incondizionata nell’operato della magistratura e sconforto per la deroga alla produzione decisa dalla stessa, perché la nostra aspirazione, il nostro desiderio è quello di vedere questa fabbrica chiudere i battenti e che Taranto possa andare oltre la monocultura dell’acciaio e la monocultura della diossina. Qual è il disegno che avete in mente? Il discorso è molto semplice, alcuni dicono che si tratta di un disegno utopistico: a mio avviso è così utopistico, cioè così avanti, da poter essere realizzato. Innanzitutto facciamo una piccola distinzione, la chiusura che tutti auspicano è quella dell’area a caldo, è chiaro che senza l’area a caldo l’area cosiddetta a freddo (laminatori, tubifici, eccetera) difficilmente potrà avere un futuro, perché il tutto dipende dalla grossa produzione dell’area a caldo. Per quel che riguarda la produzione a freddo, ci sono altri stabilimenti tra cui Genova, che possono tranquillamente lavorare a freddo. Tanto è vero che l’area a caldo di Taranto esporta a Genova i prodotti già fusi, già finiti insomma: a Genova si produce a freddo quello che a Taranto si produce a caldo. Il quinto altoforno serve proprio per le esigenze dello stabilimenti genovese.

L’altoforno cinque è quello che si vuole spegnere? Esattamente. Quindi qual è il vostro progetto? Il progetto è molto semplice, esiste ormai un diffuso inquinamento che investe le falde, il mare, investe l’atmosfera. Questi elementi naturali dovranno essere bonificati, a bonificare potranno essere gli stessi operai che attualmente lavorano nello stabilimento, ovviamente dovranno essere formati. Questa attività non produttiva la si rende produttiva attraverso l’applicazione di una semplice regola, che è una legge: chi ha inquinato deve pagare. In questo caso i soggetti sono due: uno è lo Stato, allorquando deteneva l’Italsider, e l’altro soggetto è il gruppo Riva. Chi ha inquinato paga e con i risarcimenti saranno messe in moto queste gigantesche operazioni di bonifica e a lavorare saranno gli stessi operai che attualmente lavorano all’Ilva. Questo è il nostro progetto. Quanto potrebbe durare la bonifica? Le stime parlano di un minimo di vent’anni. Quindi si darebbe lavoro per vent’anni, se non di più, alle maestranze che lavorano all’Ilva. Non parliamo di opere di ambientalizzazione degli impianti, cioè rendere gli impianti ecocompatibili, ma di mettere in atto una imponente opera di bonifica dell’intera città. Ho ben capito? Esattamente, parliamo di tutto il territorio. Ricordiamoci che al rione Tamburi vige un divieto di accesso in aree non pavimentate, pertanto i bambini non possono giocare in quei terreni perché sono contaminati da sostanze altamente tossico-nocive. A questo proposito c’è una ordinanza del Sindaco di Taranto che vieta l’accesso alle aree non pavimentate, cioè ai giardini pubblici perché nel terreno sono stati riscontrati valori altissimi di inquinamento. Dunque il progetto si dipana su una linea che prevede risarcimenti, bonifiche, lavoro. D’altronde Porto Marghera ha ricevuto ben 5 miliardi di euro per le opere di bonifica, 3 miliardi da privato e 2 miliardi dallo Stato. Partendo dal principio che una ecocompatibilità non potrà mai esserci, semplicemente perché questa fabbrica è stata costruita all’interno di Taranto cioè tra la città e il borgo di Statte (divenuto poi Comune autonomo, ndr), si può benissimo dire che questa gigantesca industria, la più grande industria siderurgica d’Europa, è stata costruita dentro la città di Taranto. A proposito ci sono delle leggi europee che vietano la costruzione delle cokerie  a meno di mille e settecento metri dalle abitazioni; questa distanza ovviamente a Taranto non è stata rispettata. In soldoni questa fabbrica non potrà mai essere ecocompatibile con una città che conta circa 220mila abitanti, città che in virtù di questa tipologia di fabbrica che prevede un ciclo integrato, praticamente la materia prima arriva, viene sciolta e poi trasformata, e quindi viene impiegata moltissima energia che a sua volta viene prodotta anche dalle centrali elettriche che funzionano ad olio combustibile.

Queste fabbriche di energia sono presenti a Taranto? Queste centrali sono presenti nell’area industriale. Area industriale che annovera al suo interno delle discariche per smaltire i rifiuti che lì vengono prodotti. Ci sono le cokerie che trasformano il carbon-fossile in carbon-coke. È vero che ci sono dei depolverizzatori che abbattono la quantità di polvere emessa nell’atmosfera, però non si può assolutamente concepire un impianto che brucia e che tra l’altro possiede un parco minerali a cielo aperto grande 74 ettari, pari a 94 campi di calcio a undici. È chiaro che queste sostanze con il vento si disperdono e quindi vengono inalate dagli abitanti di questa città che è attaccata alla città anzi, è l’industria che è attaccata alla città, in quanto gli stabilimenti dell’allora Italsidere furono edificati vicino al quartiere Tamburi e non il contrario, come sostiene erroneamente il ministro dell’Ambiente Corrado Clini alimentando un falso storico. Questo è il progetto alternativo che voi serbate per Taranto, ma avete credito presso le istituzioni? E poi c’è un dialogo aperto con gli altri protagonisti della vicenda? Innanzitutto il primo a parlare in termini di risarcimento e poi di bonifica, che per inciso non si può fare se la fonte inquinante continua ad inquinare, è stato Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi, che si è presentato alle ultima elezioni amministrative a Taranto come candidato sindaco. A questo proposito ricordo che Bonelli ha preso ben 12mila voti e abbiamo fatto (Vincenzo De Palmis era candidato nella lista che sosteneva Bonelli, ndr) una campagna elettorale all’insegna dell’economia, spendendo pochissimo. Ciò nonostante 12mila persone hanno votato per questo estraneo, che ha scontato la mancanza di fiducia dei tarantini più conservatori, premiando così le solite forze politiche al governo della città per la seconda volta consecutiva, che secondo me sono assolutamente incapaci di fronteggiare quelle che sono le difficoltà non solo ambientali ma anche sanitarie. Adesso stiamo notando una sorta di conversione, cioè tanti partiti politici adesso parlano di bonifiche riempiendosi la bocca. In definitiva non ci voleva Bonelli per parlare di bonifica, lui ha aperto un discorso e ha tracciato una linea semplice e chiara, adesso molti partiti hanno fatto propria questa intuizione e anche oro ne parlano.

Con i sindacati invece, qual è il rapporto? I sindacati hanno sempre difeso il diritto del lavoro, senza pensare che anche la salute fosse un diritto paritetico. Tra l’altro se non c’è la salute non vedo come si possa parlare di lavoro; anche perché i primi ad ammalarsi, checché ne dicano i sindacati o meglio la vecchia concezione del sindacato, sono stati proprio i lavoratori dell’Ilva: è avvenuto in questi anni un vero e proprio sterminio di lavoratori che una volta smessa la tuta da lavoro si sono poi trovati a fare i conti con malattie gravissime. Quindi il sindacato che si batte per il lavoro non ha molto senso, è una logica un pò perversa. Difendere il diritto al lavoro senza difendere il diritto alla salute non ha alcun senso. Una città, una comunità deve reggersi su un insieme di diritti, primo su tutti quello della salute, che non è mai stata presa in considerazione dal sindacato. Adesso vedo una certa tendenza ad invertire  concetti. Questo non può che farmi piacere, però io credo che il sindacato deve fare uno sforzo in più: deve veramente schierarsi dalla parte del lavoratore e non dalla parte del padrone prima di tutto. E secondo deve comprendere che una fabbrica non è costruita per produrre in eterno; una fabbrica viene costruita per dare posti di lavoro che a sua volta deve garantire il diritto affinché lo stesso lavoratore non si debba poi ammalare. Dopo le evoluzioni di questi ultimi mesi avete avuto modo di confrontarvi direttamente con i lavoratori? Credo che la sensibilizzazione stia aumentando anche tra i lavoratori, i quali stanno comprendendo non possono mirare soltanto al mantenimento del posto di lavoro, ma stanno comprendendo che va salvaguardata la loro integrità e non mi riferisco solo alle malattie ma anche ai tanti e tanti infortuni che avvengono nella fabbrica, da ultimo quello in cui è morto un ragazzo di ventinove anni, Claudio Marsella. Quindi molti lavoratori hanno fatto probabilmente una giusta riflessione, anche perché molti di loro sono padri di famiglia e hanno figli e per nessuna ragione al mondo vorrebbero vedere i loro figli ammalati dal prodotto del loro lavoro. Esistono quelle frange che continuano a raccontare durante le interviste che preferiscono morire di cancro piuttosto che morire di fame; questo concetto lo ritengo stupido e offensivo, perché offende l’intelligenza dell’esser umano. Tutto ciò è inconcepibile anche perché Taranto è una città straordinaria, è una città ricchissima di risorse maturali, che se ben gestite può offrire tanto.

Cosa offrirebbe Taranto secondo te ai lavoratori attualmente impiegati nella fabbrica? Penso ai due mari di Taranto e in particolare al mar Piccolo che oggi è un ecosistema inquinato in cui si sono persi moltissimi posti di lavoro nella mitilicoltura. Questa situazione se paragonata alla città di Vigo, in Spagna nella regione della Galizia, dove nelle attività di itticoltura e mitilicoltura sono impiegate ben 20mila persone, quindi molto di più di quello che garantisce oggi l’Ilva, che sono 11mila 792 lavoratori. Di cui solo una parte sono residenti a Taranto, la maggior parte dei lavoratori vengono dalle province di Brindisi, Bari, Lecce, Matera e dalla stessa provincia di Taranto, anche dai quei centri, e lo dico con una leggera vena polemica, che con il riordino delle province vogliono andare con la provincia di Lecce. Il problema è che questa grande industria fu creata, sacrificando un intero territorio, per dare lavoro a migliaia di persone che non esitarono a lasciare attività legate al mare, all’artigianato e all’agricoltura. Quindi adesso si tenta, con un investimento anche culturale, di giustiziare quella fabbrica per restituire a Taranto il futuro rubato e di restituire una speranza ai suoi figli, i quali attualmente sono gravemente ammalati a causa dell’inquinamento. Ricordiamoci che la neoplasie infantili a Taranto sono in fortissimo e costante aumento, quindi dismettere quella fabbrica significa restituire quel futuro fatto anche di turismo, il museo di Taranto dopo quello di Napoli è il più importante del Meridione. In sintesi di restituire la dignità a questa città che ha 2mila e settecento anni di storia e checché ne dica il presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido questa non è una città a vocazione industriale, non si può etichettare una città sulla base degli ultimi cinquant’anni. Questa è una città che ha fortissimi legami con il mare, ha un grande porto oggi completamente asservito agli interessi dell’industria e questo non è un bene, perché l’asservimento univoco ad una fabbrica non permette alle altre attività di espandersi. E tra l’altro non è vero che questa fabbrica ha creato posti di lavoro, questa fabbrica ha bruciato posti di lavoro e ha fatto attorno a sé terra bruciata. Ricordiamo anche lo sterminio degli ovo-caprini, circa 3mila esemplari abbattuti e assieme a questi la perdita dei posti di lavoro perduti in questo settore. Ricordiamoci dei posti di lavoro persi nella mitilicoltura e teniamo presente tutte quelle attività che non possono decollare: un turista esigente potrebbe venire a Taranto nello stato attuale? Non credo, per vedere cosa? Le ciminiere? Non può svilupparsi in queste condizioni un turismo. È una città marchiata dall’industria e dall’inquinamento. Per capirci io non sono contrario all’industria, sono contrario a quelle industrie che per produrre e garantire dei profitti che non vanno alle popolazioni locali ma prendono vie molto più a nord di Taranto. Qui rimangono solamente le briciole, lo sporco e rimane la tristezza di vedere una città bella ma violentata dalla grande industria che di certo non attira turismo, benessere e ricchezza. Quello che a Taranto serve non sono i posti di lavoro, a Taranto serve ricchezza: creando ricchezza si crea un indotto di benessere diffuso.
Come si crea questa ricchezza di cui parli? Alla ricchezza si arriva attivando tutte quelle attività compatibili con l’ambiente. Secondo te si ritornerebbe di nuovo alla miticoltura? Perché no? 

E quanto ci vorrebbe prima che queste attività possano dare risultati positivi? È chiaro che tutto parte dall’individuazione delle fonti inquinanti, la soppressione, la bonifica per poi poter ripartire con le attività compatibili con l’ambiente. Per fare le cozze c’è bisogno solo di mare, sole e aria; non c’è bisogno di altoforni o cokerie. La mitilicoltura peraltro favorirebbe anche lo sviluppo turistico, abbinato la grande risorsa rappresentata dalla storia di questa città. Non può una città essere monopolizzata dalla produzione dell’acciaio, anche perché credo che ogni città, ogni territorio deve produrre in base alle proprie caratteristiche naturali: Taranto di naturale ha il mare e in particolare il mar Piccolo, dove si potrebbe realizzare un immenso allevamento di pesci, fatto quindi in mare e non in vasche o in gabbie, in un ecosistema naturale piccolo e controllabile. Questa sarebbe la grande scommessa. Io credo che questa città una volta ritornata alla originaria vocazione riuscirà a ricompattarsi anche dal punto di vista sociale. Quando parli di bonifica a cosa ti riferisci concretamente? Basti pensare che a Taranto la quantità di diossina che è stata emessa è almeno due o tre volte di più di quella di Seveso e se li hanno asportato circa 70 centimetri di terreno per un raggio di diversi chilometri, a Taranto dovrebbe praticarsi almeno lo stesso trattamento, se non addirittura più incisivo perché, come detto, le percentuali di inquinamento sono molto più elevate.  Che fine farebbe quel terreno inquinato? Questo terreno dovrebbe essere stoccato e inviato certamente in Germania per essere neutralizzato per evitare che le sostanze tossiche continuino a disperdersi nell’ambiente.  

Profumo d'autunno - Visita guidata al giardino botanico Lama degli Ulivi


Vista la grande affluenza registrata domenica 4 novembre, l'Associazione Polyxena e il giardino botanico Lama degli Ulivi replicano l'appuntamento domenica 25 novembre.

Polyxena e Lama degli Ulivi vi invitano ad una visita guidata per scoprire i piccoli abitanti del giardino botanico e per cogliere colori e profumi delle piante in questo periodo dell’anno. Prima di entrare in dicembre e lasciar spazio al freddo invernale, approfittiamo dell'ultima domenica di novembre per assaporare insieme, ancora una volta, i tiepidi profumi dell'autunno.

Dove: la passeggiata e tutte le attività avranno luogo, a partire dalle 10,00, presso il Giardino Botanico Lama degli Ulivi, c/da Conghia 298, 70043 Monopoli (Ba). La passeggiata si snoda su facili sentieri adatti a tutti. Si consiglia l’uso di scarpe comode. 

Costo: 7 euro a persona (gratuità per bambini al di sotto dei 4 anni). Info prenotazioni: 3286598638 – info@polyxena.eu (prenotazione obbligatoria). Come arrivare: s.s. 16, u
scita Monopoli – S. Francesco da Paola, seguire le indicazioni

(fonte Polyxena)

giovedì 22 novembre 2012

Eternit(à) eventi a Bari - Polvere di amianto a processo

Sguardi tristi e arrabbiati ma pieni di voglia di giustizia costituiscono il panorama umano contenuto in "Polvere - Il grande processo dell'amianto", documentario di Andrea Prandstraller e Nicolò Bruna. L'epicentro del lavoro è Casale Monferrato e il processo celebrato presso il Tribunale di Torino giunto alla sentenza di primo grado il 13 febbraio 2012. 

Sentenza che ha condannato Jean Louis de Cartier Stephan Schmidheiny, proprietari della Eternit, sono stati condannati a 16 anni di reclusione per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. La condanna, pronunciata dal presidente Casalbore, si riferisce ai reati commessi a Cavagnolo e Casale Monferrato. Prescritte invece le condotte relative agli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Lunghissimo l’elenco del risarcimento danni e delle provvisionali per le parti civili: tra questi 4 milioni al Comune di Cavagnolo e 25 milioni per il Comune di Casale, 100 mila euro a Cgil nazionale, Associazione familiari e vittime dell’amianto e Legambiente onlus. Settantacinquemila a Wwf Italia. Undici milioni a Inail. E poi risarcimenti per cifre dai 30 ai 35 mila euro per gli eredi delle vittime. La sentenza riguarda la morte per amianto di 2.191 persone ed è stata accolta in aula da lacrime liberatorie. Hanno pianto, stringendosi l’uno a l’altro, i parenti delle vittime italiane, ma anche gli esponenti delle delegazioni straniere (ilfattoquotidiano.it).  


di Vito Stano

Il paesaggio agrario degli olivi millenari di Puglia tra storia, natura e sostenibilità sabato 24 e domenica 25 novembre 2012


Presso la masseria Brancati e frantoio Sololio ad Ostuni in provincia di Brindisi si svolgeranno delle giornate di educazione ambientale sull'agricoltura sostenibile, il paesaggio agrario, la biodiversità, il giusto impiego delle risorse idriche e la corretta alimentazione. Questa iniziativa è realizzata per la Settimana Unesco di Educazione allo Sviluppo Sostenibile 2012.

Sabato 24 novembre dall'oliveto monumentale al frantoioore 10,00 partecipazione alle fasi di raccolta delle olive e al loro conferimento in frantoio in Ostuni. A seguire escursione alla scoperta della biodiversità presente nelle lame tra gli oliveti monumentali con visita a frantoi ipogei romani e medievali, chiese rurali e insediamenti rupestri presenti lungo la via Traiana. Rientro in frantoio per conoscere l'olio novello appena franto attraverso un corso di educazione all'assaggio degli olii ottenuti dalle antiche varietà pugliesi che si identificano con gli olivi monumentali. Domenica 25 novembre prove dimostrative per la gestione sostenibile dell'oliveto: ore 10,00 accompagnati dagli agronomi del Consorzio Salentino Olivicoltori (Cso) si terranno prove dimostrative nell'oliveto monumentale condotto con metodi biologici finalizzate: alla diffusione e conoscenza di tecniche conservative del suolo e al mantenimento della biodiversità floristica con l'inerbimento controllato ossia il controllo meccanico della vegetazione erbacea spontanea e con il mantenimento di siepi perimetrali lungo i muretti a secco; alla difesa fitosanitara mediante il monitoraggio in campo e controllo preventivo con l'uso di esche proteiche; al censimento degli olivi secolari ai sensi della L.r. 14/07 sulla tutela del paesaggio agrario.

Nell’ambito della Settimana dell’Educazione allo Sviluppo Sostenibile promossa dall’Unesco, il Cea Il Ginepro del Comune di Ostuni, il Parco Naturale Regionale delle Dune Costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo, il Cso (Consorzio Salentino Olivicoltori), in collaborazione con la condotta Slow Food Piana degli Ulivi, la Cooperativa Serapia e l’Associazione Passoditerra con il patrocinio del Crea (Centro Regionale di Educazione Ambientale) della Regione Puglia, organizzano per sabato 24 e domenica 25 novembre, due giornate dedicate alla conoscenza dell’agro-ecosistema dell’oliveto monumentale. L’occasione sarà utile per esplorare il patrimonio storico-culturale (masserie storiche, frantoi ipogei, antiche vie romane e insediamenti rupestri medievali) e la biodiversità naturale ed agraria del paesaggio degli olivi monumentali del Parco.

Il programma prevede visita guidata in una masseria del Parco con prove dimostrative su pratiche agronomiche sostenibili e tecniche di aridocoltura per contenere i consumi idrici; corsi di educazione all’assaggio degli olii bio ottenuti da oliveti millenari censiti ai sensi della L.r. 14/2007 sulla tutela e valorizzazione del paesaggio degli olivi monumentali pugliesi.

L’iniziativa si svolge nel contesto degli oliveti millenari di Ostuni della masseria Brancati e nel frantoio Sololio entrambi condotti con metodi biologici e aderenti al Consorzio Salentino Olivicoltori Cso con lo scopo di conoscere il patrimonio storico culturale, naturalistico e produttivo presente nella piana degli olivi millenari da candidare all’Unesco come patrimonio dell’Umanità.

(fonte Parco Dune Costiere)

Flash mob di docenti e studenti ad Acquaviva delle Fonti oggi alle 16,30


Protesta studentesca - Foto google.com 
Da Cassano delle Murge, Acquaviva delle Fonti, Gioia del Colle docenti e discenti  convoglieranno insieme per il flash mob  di un'ora oggi dalle 16,30 vicino alla cassa armonica ad Acquaviva delle Fonti

I professori e gli studenti dei licei Leonardo-Platone di Cassano delle Murge, dei licei Canudo-Marone di Gioia del Colle e dell’Itc Colamonico di Acquaviva delle Fonti daranno vita alla pacifica e singolare dimostrazione per dire No alle politiche del Ministero dell'Istruzione che continuano a colpire la scuolaAttraverso il flash mob la scuola esce dai luoghi istituzionali per informare e sensibilizzare i cittadini alle politiche sulla scuola che nulla hanno a che fare con crescita, formazione, merito,  ricerca, democrazia e cultura.

Le ragioni del No sono tante, si va dal blocco del pagamento degli scatti di anzianità, alla cancellazione di circa 30mila cattedre tra spezzoni orario e posti di sostegno, dopo la già pesante cancellazione di 87mila posti in organico di diritto su tutto il territorio nazionale. Tale scelta del ministro Profumo determinerà non solo il venir meno di decine di migliaia di contratti per i docenti precari altamente formati, ma anche la perdita di docenti di ruolo che saranno in probabile esubero. Lo scenario palesato nella scuola comporterà un’inevitabile dequalificazione della didattica. Le scuole dicono No anche  alla ex legge Aprea il D.d.l. 953, che cancella la scuola della Costituzione. Il disegno di legge che apre alla privatizzazione della scuola, è un vero e proprio progetto di riforma degli organi collegiali che ha lo scopo di inserire nella scuola finanziatori privati con un’inevitabilmente contaminazione del piano dell’offerta formativa.

Il flash mob, alla vigilia dello sciopero generale della scuola di sabato prossimo, è anche per dissentire alle scelte del ministro Francesco Profumo di riconvertire sul sostegno quei docenti in esubero e la “deportazione” di quegli insegnanti inidonei in ruoli amministrativi, come dettato dalla spending review. Col provvedimento del governo Monti si lede la dignità dei lavoratori e si affossa il tanto evocato merito. Spazio anche al concorso previsto per quasi 12mila posti vacanti, cattedre che già annualmente vengono occupate da docenti precari nominati dagli uffici scolastici di provenienza.

Il concorso di Profumo appare al mondo della scuola come una vera e propria manovra propagandistica che ha il solo intento di affossare il diritto al ruolo dei docenti precari ingabbiati nelle graduatorie ad esaurimento dopo anni e anni di supplenze, lauree abilitanti e concorsi, master e corsi di perfezionamento costosissimi.

In ultimo, i docenti e gli studenti rivendicano una scuola più sicura e senza classi pollaio. Proprio l’affollamento delle aule, provvedimento già attuato dalla riforma Gelmini, serve a fare risparmiare lo Stato sulle nuove assunzioni del personale docente, pur violando ogni più elementare norma sulla sicurezza sui luoghi di lavoro.

(fonte portavoce protesta dott.ssa Francesca Marsico)