Questo Speciale Taranto è uno
spazio dedicato alla questione delle questioni: l'inquinamento della città
jonica e le malattie ad esso correlate; oltre che il lavoro e il ricatto
occupazionale che ad esso afferisce. Ho cercato di capire e ho deciso di farlo
parlando con i protagonisti: operai, sindacalisti, giornalisti, scrittori,
cantautori, attivisti, politici, ministri. La strada non è stata semplice da
percorrere, ma ad ogni intervista ho capito qualcosa in più e ho cercato di
trasmetterla a voi lettori.
Di seguito i link delle
interviste e degli articoli realizzati fin ora:
"C'è un meschino disegno: tenerci le fabbriche inquinanti e difendere i posti di lavoro": parla Cataldo Ranieri operaio tarantino Ilva
Taranto non molla: domani Corte Costituzionale sulla legge "Salva Ilva"
Taranto: il mostro deve morire. Reportage dalla città in pacifica rivolta
Legge "salva Ilva": la Corte Costituzionale dà l'ok, ma non salva l'Ilva
Recensione del libro
"Invisibili - Vivere e morire all'Ilva di Taranto" di Fulvio Colucci
e Giuse Alemanno
di Vito Stano (16.10.2012)
“Sulle rotaie interne
all’Ilva scorrono treni che portano enormi chiocciole d’acciaio: la produzione.
E tutti noi sappiamo che chissà in quale modo abbiamo contribuito a creare
quelle lamiere lucenti. Abbiamo orgoglio di questo. Chissà se è giusto, però.
Ne parlerò ad Antonio, lui queste cose le sa di certo”.
Mi piace iniziare con
queste parole il racconto di “Invisibili - Vivere e morire all'Ilva di
Taranto”, un libro snello di 111 pagine in tutto, scritto a due mani
da Fulvio Colucci e Giuse Alemanno. Il primo,
giornalista dell’edizione tarantina de La Gazzetta del Mezzogiorno e il
secondo scrittore e operaio metalmeccanico presso lo stabilimento
tarantino del gruppo Riva. La particolarità di questo racconto è che a tratti
in forma squisitamente di cronaca e in altri in forma più narrativa si parla
dei lavoratori e non dell’inquinamento, come siamo abituati a sentire o a
leggere. Gli invisibili sono appunto i lavoratori, ma invisibili agli occhi di
chi? Di Taranto, dei cittadini della città magno greca, presenti soltanto ai
funerali di qualche operaio conosciuto in vita.
La forza di questo libro
l’ho scovata nelle testimonianze di un vecchio metalmezzadro (termine degli
anni Settanta coniato da Walter Tobagi per individuare la caratteristica dei
metalmeccanici tarantini: la dualità fabbrica e campagna), il quale con la
semplicità che è propria di un uomo che ha lavorato la terra predice a Fulvio
Colucci quale sarà il futuro degli operai: tornare alla campagna. Quest'ultima,
appunto, come luogo fisico della fuga verso la sicurezza economica offerta
dalla fabbrica e sempre la campagna come luogo della fuga dalla fabbrica questa
volta, dai suoi assordanti rumori, dai pericoli del lavoro, dall'alienazione. Gli
operai però sono cambiati e negli anni anche gli argomenti di discussione tra
di loro sono mutati: le lotte operaie, per ottenere migliori condizioni sul
posto di lavoro ma anche fuori dalla fabbrica, hanno lasciato terreno a sogni meno
ideali e più materiali. Il calcio e la tv con i loro protagonisti riempiono i
dialoghi tra operai e anche il tempo libero rubato alla discussione politica o
sindacale, tanto cara ai vecchi metalmezzadri.
“Quella classe operaia
si è spenta. E in paradiso (come recitava il titolo del film con Gian Maria
Volentè La classe operaia va in paradiso, Ndr) non ci è arrivata
mai. Figuriamoci. È stata soppiantata da questi ragazzi, ora qui intorno a me.
E io tra loro, in un gioco di specchi che sarebbe piaciuto ad Arthur
Schnitzler. Tutti insieme in attesa di smontare il turno”. Così scrive Alemanno
di sé e dei suoi colleghi. Andare in fabbrica contando le ore, i minuti per
tornare a casa. Vivi. Perché dalla fabbrica tanti sono usciti morti, a causa di
incidenti sul lavoro. “Ma - continua Alemanno nel suo racconto –
noi che lavoriamo qua dentro sappiamo bene che la colpa non è solo della
fabbrica. Tutti (anch’io) ci comportiamo in modo poco rispettoso delle regole
di sicurezza. Questi comportamenti sono frutto di superficialità, di una
maledetta ingiustificata fretta indotta, di scarsa concentrazione dovuta al
poco riposo e alla sicurezza sciocca data dal fatto che certe azioni si sono
ripetute mille e mille volte.” E poi “ci sono i problemi che vengono da una fabbrica
vetusta che ai record di produzione non fa conseguire un rapido rinnovo di
mezzi e strutture. (…) Ma lo strazio di un morto sul lavoro è difficilmente
spiegabile (…) passato il momento della commozione tutto torna come prima, o
almeno così sembrerebbe. Invece così non è perché manca uno di noi. Uno che non
tornerà più. Un lavoratore”.
E Alemanno, lo
scrittore-operaio, insiste sulla quotidianità del lavoratori dell’Ilva, quando
dice che i ragazzi non si impegnano per la gloria dell’azienda o per la soddisfazione
dei capi, “ma lo fanno esclusivamente per loro stessi. Per un lavoro sicuro e
affidabile che permetterà loro di vivere dignitosamente pur nella
consapevolezza di essere tutti i giorni a rischio.”
E tra la fabbrica e
l’indifferenza della città ci sono “i bimbi di Taranto che – come scrive
Colucci – non hanno fucili, né elmetti (…). Le uniche armi sono i
disegni e le parole di un’ingenua, possente, vitalità”.
“Invisibili – Vivere e
morire all’Ilva di Taranto” di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno
- Edizioni Kurumuny (euro 10,00)








