Visualizzazione post con etichetta diritti umani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti umani. Mostra tutti i post

giovedì 20 febbraio 2014

Boscimani. Survival International denuncia: in Botswana apartheid come Sudafrica

Alcune delle pitture rupestri delle colline Tsodilo del Bostwana potrebbero avere 20.000 anni, o forse più, e sono opera degli antenati dei Boscimani contemporanei, che possono quindi affermare a pieno titolo di essere uno dei popoli più indigeni del mondo. Nonostante questo, il governo del Botswana non desiste dall’obiettivo di mettere fine all’esistenza degli ultimi cacciatori-raccoglitori del Kalahari. Alla minaccia posta dai diamanti, recentemente si è aggiunta anche quella del fracking. Il governo ha infatti deciso di aprire la Central Kalahari Game Reserve (CKGR) allo sfruttamento del gas attraverso questa tecnica controversa, che comporta enormi consumi di acqua e genera sottoprodotti chimici tossici. In quanto membro di Conservation International, il presidente Khama dovrebbe sapere bene che gli ambientalisti criticano aspramente il fracking. Eppure, ha scelto di ignorarlo, così come continua a ignorare la Corte suprema del suo paese, che nel 2006 ha chiuso il lungo processo giudiziario intentato dai Boscimani con una sentenza storica che riconosce loro il diritto di vivere e cacciare liberamente nella terra ancestrale. Da quando sono stati rinvenuti giacimenti di diamanti nella riserva, molti anni fa, i Boscimani hanno cominciato a essere perseguitati dalle autorità in modo sistematico e senza sosta. Sono stati sfrattati dalle loro case e costretti a vivere in squallidi campi di reinsediamento; sono stati privati dell’acqua,intimiditiarrestati e persino torturati con l’accusa di cacciare

Con un provvedimento che ricorda le Pass Laws dell’Apartheid sudafricano, oggi le autorità costringono i Boscimani anche a chiedere un permesso temporaneo per visitare le loro famiglie. Fermarsi nella CKGR oltre il limite comporta l’arresto. E l’avvocato britannico che li ha sempre difesi con successo, nel luglio scorso è stato bandito dal paese. Personaggi autorevoli parlano di pulizia etnica e di trattamento sub-umano, tra cui Michael Dingake, l’attivista dell’African National Congress sudafricano (ANC) imprigionato a Robben Island insieme a Nelson Mandela. Condanne sono venute, tra gli altri, anche dal Relatore Speciale ONU e dalla Commissione Africana dei Diritti Umani e dei Popoli. 

Ma se da un lato il governo fa tutto quello che può per portare questo popolo sull’orlo dell’estinzione, dall’altro non esita a sfruttarlo come attrazione turisticaSui depliant appaiono immagini patinate e costruite di Boscimani nell’atto di praticare la caccia e altre attività tradizionali che, di fatto, gli sono proibite. Impedire ai Boscimani di cacciare, così come hanno sempre fatto per millenni in perfetto equilibrio con la fauna e la flora del Botswana, significa togliergli letteralmente la possibilità di sopravvivere. 

«I Boscimani meritano di essere trattati con dignità e rispetto» ha dichiarato Francesca Casella, direttrice di Survival Italia, rivolgendosi ai sostenitori. «Dopo anni di sofferenze e vessazioni, è tempo di giustizia. Non possiamo permettere che la crudele politica di Khama cancelli un’umanità che è parte irrinunciabile del nostro futuro. E poiché l’informazione e la pressione dell’opinione pubblica sono gli unici strumenti che abbiamo per fermarlo, allora, per favore, aiutateci a far giungere la protesta lontano, fino a lui e in tutto il mondo». Survival ha quindi invitato tutti a scendere in campo «perché – continua Francesca Casella – se i Boscimani saranno costretti a lasciare per sempre la loro terra, di loro non resterà più traccia». Tra le varie iniziative prese da Survival c'è anche una campagna pubblicitaria destinata alla stampa. 

(fonte Survival International)  

venerdì 14 febbraio 2014

Survival alla Bit di Milano per chiedere il boicottaggio del turismo in Botswana

Il Boscimane Mogolodi Moeti è la vittima più recente delle
persecuzioni del governo del Botswana nei confronti dei Boscimani.
È stato trascinato fuori dalla sua casa ed è stato picchiato dalla
 polizia paramilitare per 'dissuadere altri a tornare nella CKGR'.

© Survival
I sostenitori di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, hanno chiesto ieri ai visitatori del Bit, la Borsa Internazionale del Turismo che si tiene a Milano, di boicottare il turismo in Botswana. Le autorità del paese, infatti, continuano a perseguitare gli ultimi cacciatori Boscimani dell’Africa. I manifestanti hanno distribuito volantini alle migliaia di professionisti del turismo per sollecitarli a non recarsi nè proporre viaggi in Botswana fino a quando non sarà rispettato il diritto dei Boscimani a vivere liberamente nel proprio territorio ancestrale, nella Central Kalahari Game Reserve (CKGR). Per tutta la durata della fiera, il Botswana promuoverà il turismo, la sua seconda industria per importanza. Mentre utilizza immagini patinate dei Boscimani per pubblicizzare i viaggi nel paese, però, il governo vuole sfrattare la tribù dalla sua terra proibendogli, illegalmente, di cacciare e imponendo a molti di loro di richiedere permessi per visitare le famiglie secondo modalità che ricordano le terribili Pass Laws del Sud Africa dell’apartheid. Mogolodi Moeti, la vittima più recente di questi abusi, è stato minacciato e picchiato dalla polizia paramilitare del paese (SSG) solo perché sospettato di essere in possesso di carne di selvaggina.

«Mentre (le SSG, ndr) mi aggredivano, mi hanno detto che persino il Presidente era a conoscenza di quello che stava accadendo, che mi stavano picchiando» ha raccontato Moeti al giornale botswano Sunday Standard. «Mi hanno detto che se anche mi avessero ucciso, non sarebbero stati incriminati perché stavano eseguendo un ordine del governo».

Survival ha lanciato il boicottaggio del turismo in Botswana nel settembre 2013, e da allora oltre 7.000 persone si sono impegnate a non visitare il paese fino a quando ai Boscimani non sarà permesso vivere liberamente nella loro terra. Al boicottaggio si sono unite anche tre compagnie di viaggio. Quella al BIT non è la prima azione di protesta in difesa dei Boscimani: negli scorsi mesi i sostenitori di Survival hanno manifestato anche alla Fiera Mondiale del Turismo e all’Adventure Travel Show di Londra, e al Fitur, la Fiera del Turismo di Madrid. Il trattamento che il Botswana riserva ai Boscimani è stato ampiamente condannato, tra gli altri, anche dal Relatore Speciale alle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni, dalla Commissione Africana per i Diritti Umani dei Popoli e dal Consiglio per i Diritti Umani di Inghilterra e Galles.

«Il Botswana continua a promuovere tour di lusso nella CKGR utilizzando l’immagine esotica dei Boscimani vestiti di pelli e promettendo di dare ai turisti l’opportunità di ‘sperimentare lo stile di vita tradizionale dei cacciatori-raccoglitori del Kalahari’. Ma la realtà è ben diversa: per costringerli ad andarsene dalla loro terra, gli ultimi cacciatori Boscimani vengono ridotti alla fame, torturati, picchiati e minacciati» ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. «Il governo sta facendo tutto quanto in suo potere per cancellare proprio quello stile di vita che utilizza per pubblicizzare i viaggi esclusivi nel paese. Evidentemente, il permesso di dormire nelle capanne di paglia viene concesso solo a quei Boscimani che aumentano i profitti degli investimenti che il Presidente Khama ha fatto nell’industria turistica».


Nota ai redattori:
- Il celebre giornalista della BBC John Simpson ha definito pulizia etnica la persecuzione di cui sono vittima i Boscimani. Di recente, inoltre, l’attivista dell’African National Congress sudafricano (ANC) ed ex prigioniero di Robben Island, Michael Dingake, ha definito sub-umano il trattamento riservato alla tribù.
- Leggi l’intervista al Direttore generale di Survival, Stephen Corry, sulla campagna in difesa dei Boscimani.
Scarica il volantino distribuito ai professionisti del turismo presenti alla Borsa Internazionale del Turismo di Milano.
Leggi la lettera consegnata ai tour operator presenti al Bit.
Scarica alcune prime immagini del volantinaggio.

lunedì 13 gennaio 2014

Violenza e diritti negati. Stupra sedicenne e la sposa, lei si suicida. Firma su Avaaz

Su questo blog più volte in questi ultimi mesi mi sono occupato di violenza sulle donne e diritti umani, così come mi sono impegnato a diffondere alcune petizioni on line di fondamentale valore. Sulla piattaforma di Avaaz.org è presente la petizione che riguarda la 16enne Amina Filali, la quale dopo essere stata stuprata, picchiata e poi costretta a sposare il suo aguzzino, si è suicidata: questo per lei era l'unico modo per sfuggire all'inferno in cui il suo stupratore e la legge del Marocco l'avevano rinchiusa. Gli attivisti internazionali hanno lottato per anni assieme agli attivisti marocchini per far abolire questa norma assurda e ora la vittoria è a portata di mano. Questa settimana un ultimo voto può permettere di afferrare questa vittoria.

L'articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. È il peggiore incubo di qualsiasi donna sopravvissuta a uno stupro e per Amina è diventato realtà. Ma ora, dopo che in centinaia di migliaia hanno contribuito a fare pressione sul Parlamento, tra pochi giorni potrebbero prendere la storica decisione di abolire questa norma. Se si arriverà al voto, gli addetti ai lavori dicono che la riforma passerà. Dobbiamo solo dare la spinta finale affinché la proposta sia discussa. 

In questo momento, i giornali quasi non parlano della questione e non c'è alcuna pressione sui politici locali affinché facciano la cosa giusta. Per questo, non appena verranno raggiunte 1 milione di firme, saranno pubblicate intere pagine sui giornali più letti dai parlamentari e saranno indette manifestazioni con gli attivisti marocchini fuori dal Parlamento con un mare di palloncini rosa a rappresentare questa enorme mobilitazione globale. La memoria di Amina si può onorare firmando la petizione: 


Dopo che Amina è stata violentata, la sua famiglia ha sporto denuncia nella città di Larache. Ma invece di processare lo stupratore, il giudice gli ha offerto la possibilità di sposare la sua vittima e la famiglia di Amina ha accettato. Dopo il suo suicidio, i membri di Avaaz.org si sono mobilitati dalla parte dei genitori ormai disperati e degli attivisti marocchini, consegnando quasi 800mila firme a favore della riforma, guadagnando le prime pagine dei giornali. Il governo ha promesso una riforma ma da allora non è accaduto più niente. Fino ad ora. 

L'articolo 475 non è l'unico problema per i diritti delle donne in Marocco, ma è diventato un gigantesco simbolo di un sistema sbagliato. È dal 2006 che il governo promette di mettere fine a questo orrore e di adottare una legge che vieti la violenza contro le donne, ma finora sono state solo parole al vento mentre la vita di giovani donne continuava ad essere stroncata. Finalmente sembra che le cose si stiano muovendo nella giusta direzione, e la Commissione Giustizia ha finalmente stralciato la parte più problematica della norma passando la legge alla Camera bassa affinché prenda una decisione: se si arriverà al voto, è molto probabile che il Marocco avrà una nuova legge e Amina potrà finalmente in qualche modo avere giustizia. Il voto è il primo passo fondamentale per quella vera riforma per cui i gruppi di donne in Marocco hanno lottato a lungo. Facciamo in modo che si arrivi a una decisione sulla legge 475 affinché questa cominci a proteggere le donne e smetta di calpestarle.

Dall'Afghanistan all'India fino al Giappone e al Kenya, Avaaz.org usa la forza collettiva per sostenere i popoli in tutto il mondo nella lotta per i diritti delle donne. Oggi la mobilitazione è dalla parte di Amina Filali.

13.01.2014
V.S.

Marocco, proposta abolizione di "matrimonio riparatore" dopo stupri (La Presse)

Marocco: annullare le leggi contro le donne (Amnesty International)

Marocco, costretta a sposare il suo stupratore (La Stampa)

Marocco: suicida dopo nozze con stupratore, proteste a Rabat (Ansa)

Il report di Global Rights sulla violenza contro le donne in Marocco - in inglese

martedì 3 dicembre 2013

Brasile. Survival International denuncia l'assassinio del leader del popolo Guarani

Nel 2008 Ambrosio aveva partecipato alla prima 
del film “La terra degli uomini rossi”, in concorso 
al Festival del Cinema di Venezia © Survival
Assassinato leader Guarani, protagonista deLa terra degli uomini rossi’ Ambrósio Vilhalva, leader Guarani e star del film ‘Birdwatchers - La terra degli uomini rossi’, è stato ucciso sabato notte. Da decenni lottava per garantire al suo popolo il diritto di vivere nella terra ancestrale. Sembra che sia stato accoltellato all’ingresso della sua comunità, nota come Guyra Roká, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. È stato trovato morto nella sua capanna, con ferite multiple da accoltellamento. Nei mesi scorsi aveva ricevuto diverse minacce. Ambrósio aveva recitato il ruolo di protagonista nel pluripremiato film Birdwatchers – La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, in cui si racconta la lotta disperata dei Guarani per la terra. Aveva viaggiato in diversi paesi del mondo per raccontare la difficile situazione del suo popolo e spingere il governo brasiliano a proteggere la sua terra così come imposto dalla legge.

«Ecco cosa vorrei più di ogni altra cosa: terra e giustizia… Vivremo nella nostra terra ancestrale; non ci arrenderemo mai», aveva detto. I Guarani di Guyra Roká furono sfrattati dalla loro terra alcuni decenni fa, per mano degli allevatori. Per anni hanno vissuto senza niente, sul ciglio di una strada. Nel 2007 hanno rioccupato una parte della terra ancestrale, e ora vivono in un piccolo lembo di quello che prima era il loro territorio. La maggior parte della loro terra è stata spianata per far spazio a enormi piantagioni di canna da zucchero. Tra i principali proprietari terrieri coinvolti c’è anche il potente politico locale José Teixeira. Oggi, ai Guarani non è rimasto quasi niente. Ambrósio si era schierato con forza contro le piantagioni di canna da zucchero che occupano la terra della sua comunità e contro Raízen, una joint venture tra la Shell e Cosan che utilizzava la canna da zucchero per produrre biocarburanti. La campagna che la sua comunità aveva condotto insieme a Survival International aveva costretto la Raízen a rinunciare ad approvvigionarsi della canna da zucchero coltivata nelle terre guarani. «Ambrósio ha combattuto con forza contro le piantagioni di canna da zucchero» ha detto oggi un portavoce Guarani a Survival. «Era uno dei nostri leader più importanti, sempre in prima linea nella nostra lotta. Per questo era minacciato. Era una figura davvero molto importante per la campagna dei Guarani per la loro terra, ma ora l’abbiamo perso».

«Sono costernato» ha commentato l’attore Claudio Santamaria, che ha recitato al suo fianco nel film Birdwatchers ed era legato ad Ambrosio da profondo affetto. «Il tempo che ho trascorso con lui mi ha fatto capire quanto sia forte il legame che i Guarani mantengono con la loro terra – e con quanta dolorosa determinazione continueranno a combattere per riaverla. Ho scolpita nella mente l’immagine delle distese infinite di canna da zucchero e soia che oggi ricoprono il Mato Grosso do Sul: un tempo erano tutte foreste guarani. Ambrosio lottava per recuperare solo un piccolissimo pezzo della terra del suo popolo, ma gli è stato negato anche questo sogno». La polizia sta indagando sull’omicidio e sembra che siano stati fermati due sospetti, di cui non si conosce ancora l’identità.


«I Guarani soffrono uno dei tassi di omicidio più alti del mondo e il furto di terra è alla radice di tutte le violenze» ha detto oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International, che aveva collaborato con Marco Bechis alla realizzazione del film. «Nonostante questo, il processo di demarcazione della terra è in una fase di stallo – le autorità stanno facendo troppo poco per contrastare gli allevatori che hanno occupato il territorio ancestrale della tribù. Quanti altri omicidi terribili dovranno subire i Guarani prima che la loro terra sia mappata e protetta?».
(fonte Survival International)

martedì 26 novembre 2013

Violenza sessuale e diritti delle donne: dal Kenya un caso comune in molti Paesi

La bambina ritratta non è la protagonista della storia.
Questa foto è stata utilizzata da Avaaz.org per la campagna
L'ottimismo nel mondo dell'informazione è un ingrediente raro. Ma, come in questo caso, un pizzico di positività è utile per raccontare una storia, che è l'eco di tante altre storie, di violenza e sopraffazione dei più deboli. La storia che merita di essere raccontata è quella di Kaia (nome di fantasia per garantirne la sicurezza), bambina kenyota di undici anni. Kaia, così si legge sul sito di Avaaz.org, è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un'insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia. La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo. In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato. Kaia e altre dieci giovani sopravvissute hanno deciso di agire. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevute e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan «haki yangu», che in Kiswahili significa «voglio i miei diritti». Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto la propria battaglia.

Dalla petizione on line promossa da Avaaz.org si legge che le attiviste e avvocatesse per i diritti umani che hanno lavorato con Kaia sono pronte a portare processi simili contro le forze dell'ordine dentro e fuori dai confini del continente africano, ma hanno bisogno di fondi per farlo. Per questo Avaaz.org, organizzazione no profit, ha lanciato una raccolta fondi: le promesse di donazioni che gli internauti faranno non saranno addebitate finché non sarà raggiunto l'obiettivo prefisso: https://secure.avaaz.org/it/take_kaia_win_global_loc_nd_rb/?btysIdb&v=31568.

Quando la storia di Kaia è iniziata, sembrava destinata a diventare una delle innumerevoli giovanissime vittime di violenza ignorate dalla polizia. Ma l’attivista kenyota per i diritti dei bambini Mercy Chidi e l’avvocato per i diritti umani Fiona Sampson hanno unito le forze per sfidare questa ingiustizia nei tribunali. Il piano è stato messo in piedi in Kenya da un gruppo di colleghi di Canada, Kenya, Malawi e Ghana: sembrava davvero ambizioso denunciare la polizia per non essere entrata in azione, ma hanno insistito e assunto molti rischi e hanno costruito un pezzo della storia dei diritti umani. Ma il lavoro è appena iniziato. Come qualsiasi vittoria, c’e’ bisogno di tempo, sforzi e denaro per fare in modo che la sentenza sia applicata, e sia un precedente utile per combattere la violenza contro le donne.


Se verranno raccolti abbastanza fondi, si potrà trasformare un'enorme vittoria per il Kenya in una vittoria per i paesi in tutta l’Africa e nel resto del mondo contribuendo a sostenere le spese di ulteriori casi come questo, nel resto dell’Africa e in tutto il mondo, facendo in modo che queste sentenze storiche siano attuate per mezzo di campagne pubbliche con strategie mirate; spingendo per realizzare campagne educative di massa che colpiscano alla radice la cultura alla base della violenza sessuale contribuendo a cancellarla una volta per tutte; rispondendo a nuove opportunità di campagne come questa con strategie che permettano di mettere fine alla guerra contro le donne.

Quindi qualora vogliate sostenere questa battaglia contro la violenza, è possibile fare una promessa di donazione. Io l'ho fatta. Come spiegano sul sito di Avaaz.org, facendo la promessa di donazione non sarà da subito addebitato alcun costo. Soltanto al momento del raggiungimento della somma prevista il contributo promesso sarà addebitato: https://secure.avaaz.org/it/take_kaia_win_global_loc_nd_rb/?btysIdb&v=31568.

Avaaz.org è una piattaforma che, come ha detto la giornalista di Al Jazeera English Juliana Rufhus durante i seminari sul web-documentary svoltisi a Bari soltanto due settimane, realizza veramente quella partecipazione di cui oggi tanti soggetti parlano, ma che difficilmente si realizza davvero.

Poiché, ritornando a leggere sul sito si Avaaz.org, «in quanto cittadini, spesso ci rivolgiamo ai leader politici e altri rappresentanti delle istituzioni affinché facciano sul serio per proteggere i diritti delle donne. È importante continuare a farlo, ma ogni volta che non riusciranno ad ascoltare le loro coscienze, dovremo avere il coraggio di toccare nel profondo i loro interessi portandoli nei tribunali. Questo manderà un messaggio potentissimo: non solo ci sono nuove conseguenze per questi crimini, ma l’epoca in cui la cultura delle nostre società ammetteva si disprezzassero le donne senza ripercussioni sta per finire».

Per approfondire l'argomento è possibile seguire i link qui sotto.

26.11.2013
Vito Stano












venerdì 11 ottobre 2013

Unione Africana contro il Tribunale Penale dell'Aia. Petizione su Avaaz.org

Tra soli due giorni i leader di tutta l'Africa potrebbero fare a pezzi una delle più importanti istituzioni internazionali, rendendo il mondo un luogo molto più pericoloso. La Corte Penale Internazionale è il primo e solo tribunale a livello globale a giudicare crimini contro l'umanità. Ma i capi di stati come Sudan e Kenya, colpevoli di spargere terrore nei loro stessi paesi, stanno cercando di convincere l'Africa a lasciare questo tribunale internazionale, e avere così la libertà di uccidere, stuprare, e istigare odio senza poi doverne subire conseguenze. Sono sicuro che assieme possiamo impedire che questo succeda. E lo possiamo fare lanciando un appello alle voci più ragionevoli nell'Unione Africana – Nigeria e Sud Africa – affinché si facciano sentire e facciano in modo che si assicuri giustizia ai perseguitati tramite la Corte Penale Internazionale. Unisciti a me aggiungendo ora il tuo nome alla petizione e poi condividila con tutti: non appena raggiungeremo 1 milione di persone, consegneremo la nostra petizione nel bel mezzo della sala conferenze dove si stanno riunendo i leader dell'Unione Africana ad Addis Abeba: https://secure.avaaz.org/it/justice_for_africa_icc/?btysIdb&v=30070 

Nei miei anni di lavoro, viaggi, vita vissuta, la lotta per la giustizia è stata lunga e difficile. Ho visto davvero il peggio in Darfur e Rwanda, ma anche il meglio nella riconciliazione in Sud Africa. Durante questo viaggio, ho visto grandi passi in avanti per proteggere i deboli dai forti. La Corte Penale Internazionale è uno dei nostri fari di speranza.https://mail.google.com/mail/u/0/images/cleardot.gif Questa minaccia alla Corte Penale Internazionale è iniziata precisamente perché quel tribunale stava facendo il suo lavoro. Ha accusato il vice-presidente del Kenya di aver ucciso uomini che manifestavano contro di lui durante le elezioni e il presidente del Sudan per aver ucciso donne e bambini in Darfur. Ora il Kenya e il Sudan stanno facendo pressione sul resto dell'Africa affinché si abbandoni questo tribunale distruggendo le sue possibilità di successo. 

Ma in Darfur, Congo, Costa d'Avorio e Kenya la Corte Penale Internazionale ha giocato un ruolo chiave nel portare speranza a tutti quelli che erano stati terrorizzati da eserciti, milizie e folli che facevano stragi di innocenti. È stata una luce che illuminato il buio e non possiamo permettere che la spengano. Il principale argomento di alcuni di questi leader con la coscienza sporca è che la Corte Penale Internazionale è un tribunale dell'inquisizione occidentale visto che molte delle indagini sono avvenute in Africa. Ma non potrebbero avere più torto. Si tratta di una istituzione creata tra gli altri da 20 paesi africani, 5 dei 18 giudici della corte sono africani e addirittura il capo dell'accusa è africano. 

Questo fine settimana sarà il giorno del giudizio. I leader africani decideranno di stare dalla parte della giustizia o dell'ingiustizia? Con i sopravvissuti e le vittime cadute delle guerra o con i tiranni e gli oppressori? È il momento di fare una scelta. Unisciti a noi nel chiedere ai leader africani di stare dalla parte della giustizia e sostenere la Corte Penale Internazionale: https://secure.avaaz.org/it/justice_for_africa_icc/?btysIdb&v=30070 

Ho visto alcuni dei più luminosi momenti nella storia dell'umanità, in cui abbiamo portato speranza davvero a moltissime persone. Questa è una possibilità unica di farlo di nuovo, assieme.

Unione Africana: a ottobre riunione sullo Statuto di Roma (Atlas Web)

Kenya, dopo Nairobi riparte il processo ai vertici (Il Fatto Quotidiano)

Biografia di Desmond Tutu (HumanRights.com)

«Abbandono della Corte Penale Internazionale un'onta per l'Africa», Kofi Annan (L'Antidiplomatico)

Kenya ai ferri corti con la Corte Penale Internazionale (L'Indro)

(Desmond Tutu per Avaaz.org)

venerdì 27 settembre 2013

Survival International: boicottate il Botswana che perseguita i Boscimani

I Boscimani chiedono solo di essere lasciati in pace nella
Central Kalahari Game Reserve. © Survival InternationalTuristi
Oggi, in occasione della Giornata mondiale del Turismo, Survival International lancerà il boicottaggio del turismo in Botswana. Mentre la Central Kalahari Game Reserve (CKGR) viene pubblicizzata come destinazione turistica, infatti, il paese persevera nell’intento di sfrattare i Boscimani dalla riserva, che è la loro terra ancestrale. Survival ha scritto a decine di tour operator in Africa, Europa, Asia e Stati Uniti sollecitandoli a sospendere i loro viaggi in Botswana a causa del vergognoso trattamento riservato agli ultimi cacciatori Boscimani dell’Africa. L’organizzazione lancerà anche una nuova campagna pubblicitaria sulle riviste turistiche di tutto il mondo.

Survival chiederà inoltre a più di centomila sostenitori di unirsi al boicottaggio e di inviare al Ministro del Turismo del paese una lettera con scritto ‘Non verrò in Botswana’ fino a quando non saranno cessate le persecuzioni nei confronti dei Boscimani.

Il sito ufficiale del turismo in Botswana descrive il viaggio nella CKGR come «un’esperienza di viaggio in una natura davvero inviolata», e mostra l’immagine idilliaca di alcuni Boscimani nei loro abiti tradizionali. Non c’è da stupirsi che non sia fatto alcun cenno ai tentativi del governo di espellerli dalla loro terra nel nome della conservazione. Ian Khama, Presidente del Botswana, è un membro del Consiglio dell’organizzazione americana Conservation International ed è membro onorario dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN). I Boscimani subiscono le persecuzioni del governo da decenni, e sono stati cacciati dalla CKGR in tre diverse ondate di sfratti nel 1997, nel 2002 e nel 2005. Ma, nel 2006, una storica sentenza ha riconfermato il loro diritto a vivere e a cacciare nella riserva.

Nonostante la vittoria giudiziaria, il governo del Botswana continua a violare la sentenza della Corte Suprema imponendo ai Boscimani di richiedere un permesso per entrare nella terra ancestrale e rifiutandosi di rilasciare loro i permessi di caccia. Diversi Boscimani sono stati arrestati e maltrattati per aver cacciato (la caccia è un’attività essenziale per il loro sostentamento), e recentemente il governo ha vietato l’ingresso nel paese all’avvocato storico dei Boscimani, che avrebbe dovuto rappresentare ancora i suoi clienti in tribunale. Inoltre, il paese sta cercando di reprimere le voci critiche nei media: ultimamente ha ritirato una pubblicità dalla rivista britannica Geographical dopo che questa aveva pubblicato un articolo che criticava il modo in cui il Botswana tratta i Boscimani.

«Per i sostenitori dei Boscimani è davvero irritante sapere che il presidente del Botswana viene elogiato dall’industria del turismo quando il trattamento che riserva alla tribù è stato definito in sede giudiziaria illegale, disumano e degradante» ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. «La campagna crudele e vendicativa di Khama sta spingendo gli ultimi cacciatori Boscimani ai limiti della sopravvivenza. Qual è il nostro messaggio ai viaggiatori responsabili? Fino a quando questi terribili abusi non saranno cessati, andate in vacanza altrove!».

Nota agli editori
Leggi la lettera che Survival ha inviato alle agenzie turistiche sollecitandole a sospendere i loro viaggi in Botswana. Scaricala in italiano (PDF, 303 KB) oppure in inglese (PDF, 450 BK).
Per leggere la storia online: http://www.survival.it/notizie/9591.


(fonte Survival International) 

mercoledì 25 settembre 2013

Carne destinata all’UE minaccia la sopravvivenza degli Indiani incontattati

Parojnai è uno dei tanti Ayoreo morti di malattia dopo il contatto forzato 
con gli esterni. © Survival
La Yaguarete Pora aderisce al Global Compact, un’iniziativa lanciata dalle Nazioni Unite per incoraggiare le compagnie ad agire in conformità con i principi che «sostengono e rispettano la protezioni dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale». Tuttavia, il suo lavoro mette in grave pericolo le vite degli Ayoreo incontattati che, oltretutto, non hanno difese immunitarie verso le malattie importate dall’esterno e rischiano di essere sterminati in caso di contatto con gli operai. In un recente rapporto consegnato all’ONU, la Yaguarete ha rivelato di aver già avviato allevamenti di bestiame nelle terre degli Ayoreo e di aver iniziato a esportare parte della carne in Europa. Il rapporto, però, non fa alcun riferimento alla presenza di gruppi incontattati nell’area. Per far spazio ad allevamenti di bestiame che producono carne per il mercato europeo, vengono abbattute le foreste in cui abitano gli ultimi gruppi di Indiani incontattati sopravvissuti in Paraguay. A confermarlo sono nuove immagini satellitari, che accusano la compagnia brasiliana Yaguarete Pora di abbattere la casa ancestrale degli Indiani Ayoreo, nel nord del paese. Alcuni Ayoreo sono tutt’oggi incontattati e sono costretti alla fuga continua davanti all’incalzare degli allevatori di bestiame che occupano gran parte della loro terra.

Survival International ha scritto alla Commissione Europea sollecitando un’indagine sulle importazioni di carne prodotte dalla compagnia. Nel tentativo di rinverdire il suo lavoro e la sua immagine, la compagnia ha dichiarato «riserva naturale privata» alcune aree della sua terra. Tuttavia, quel territorio è proprietà ancestrale degli Ayoreo, che da più di vent’anni chiedono di vedere riconosciuti i propri diritti territoriali. Negli ultimi anni, molti degli Ayoreo che sono stati costretti ad uscire dalla foresta sono morti, e molti altri sono in fase terminale. In generale, le foreste del Paraguay vengono abbattute molto rapidamente per soddisfare le richieste di carne provenienti anche dai mercati africani, nordamericani e russi.

«La Yaguarete Pora sta scandalosamente ignorando i nobili principi che si era impegnata a rispettare, e le Nazioni Unite sembrano incapaci di intervenire» ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. «Non è la prima volta che la compagnia viene sorpresa a compiere questi atti: quand’è che il Paraguay smetterà di mettere in pericolo le vite degli Indiani?».

Nota ai redattori:

giovedì 19 settembre 2013

Diritti umani: Amnesty Internationl presenta bilancio e prossime iniziative

‘Ricordati che devi rispondere’: l’agenda in 10 punti per i diritti umani in italia di Amnesty International.  Un primo bilancio e le prossime iniziative. Mercoledì 25 settembre alle ore 11,30, presso la nuova sede di Amnesty International Italia a Roma in via Magenta 5 (1° piano).



A sei mesi dall’inizio della XVII Legislatura, Amnesty International Italia presenta un primo bilancio sulle attività svolte da parlamento e governo rispetto all’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia e annuncia le prossime iniziative. 



Interverranno Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia; Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia; Giusy D’Alconzo, direttrice campagne e ricerca di Amnesty International Italia. 



Nel corso della conferenza stampa saranno descritti i passi avanti concreti registrati e le immediate e positive manifestazioni di attenzione su alcuni dei punti dell’Agenda, così come la reiterazione delle stesse argomentazioni che negli anni scorsi hanno impedito di fare progressi per adeguare la legislazione italiana alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani. 



L’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia, lanciata il 23 gennaio e alla quale hanno aderito tutti i leader delle formazioni che compongono l’attuale governo e 117 parlamentari, contiene le seguenti richieste: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate); fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati; garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale. 



Amnesty International Italia - Ufficio stampa 
Tel. (+39) 06 4490224 - cell. (+39) 348 6974361 E-mail: press@amnesty.it 

sabato 14 settembre 2013

Botswana: la Corte Suprema nega l'ingresso all'avvocato dei Boscimani

I Boscimani giurano che continueranno a lottare per i loro
diritti territoriali nonostante gli ostacoli legali.
Foto Survival International 
Accesso negato! Segnerà la fine dei cacciatori Boscimani?La Corte Suprema del Botswana ha respinto l’ultima richiesta dei Boscimani del Kalahari di avere libero accesso alla terra ancestrale. Ora si teme che questa decisione possa segnare la fine degli ultimi cacciatori Boscimani.
I Boscimani della Central Kalahari Game Reserve (CKGR) erano ricorsi al tribunale per contestare una pratica del governo che gli impone di richiedere un permesso per entrare nella riserva nonostante una storica sentenza della Corte Suprema del 2006, che garantiva a tutti loro il libero accesso.
Il permesso d’ingresso dura un mese e viene rilasciato solo ai Boscimani che hanno parenti all’interno della riserva: una decisione che ha il chiaro obiettivo di ridurre gradualmente il numero di coloro che possono restare nella propria terra. I Boscimani vivono nella paura costante della scadenza del permesso, tra le violenze perpetrate dalla polizia paramilitare e dai guardaparchi. Il governo è riuscito a far chiudere il caso appellandosi a un vizio di forma e affermando che nessuno dei richiedenti risiedeva nella CKGR durante gli sfratti del 2002. Il giudice ha stabilito che i Boscimani richiedenti dovranno quindi tornare in tribunale per provare il fatto. Quest’ultimo caso giudiziario è stato costellato di problemi. Poco prima dell’udienza, infatti, le autorità hanno arbitrariamente tolto all’avvocato dei Boscimani Gordon Bennet il permesso di entrare nel paese per rappresentarli in tribunale.
«La decisione della Corte Suprema non tiene conto di quanto i Boscimani amano la loro terra. Al contrario, fornisce un quadro ben chiaro del governo del Botswana e dell’oppressione che usa», ha dichiarato il Boscimane Jumanda Gakelebone a Survival International. «Non ci sorprende, e non è la prima volta. Lotteremo per i nostri diritti fino a quando non otterremo quello che vogliamo». Di recente, diversi Boscimani sono anche stati arrestati e torturati per aver cacciato. La caccia è un’attività fondamentale per la loro sopravvivenza nella CKGR.
Survival International ha condannato le manovre messe in atto dal governo del Botswana per impedire ai Boscimani di cacciare ed entrare liberamente nella terra ancestale, distruggendo il loro stile di vita. Per questo Survival riprenderà e intensificherà la sua campagna per difendere il diritto dei Boscimani di vivere in pace nella loro casa.
«La Corte Suprema ha assestato un duro colpo ai Boscimani, ma la lotta per la terra non si fermerà qui» ha dichiarato oggi il Direttore generale di Survival International, Stephen Corry. «Survival continuerà fino a quando i diritti della tribù non saranno stati ristabiliti: stiamo lavorando per rimettere in moto un’altra grande campagna internazionale».
Nota ai redattori:

- I Boscimani del Botswana sono gli ultimi Boscimani cacciatori sopravvissuti nell’Africa meridionale. Tra il 1997 e il 2002 il governo li ha sfrattati con la forza dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR ), loro terra ancestrale. Nel 2006, con una sentenza storica, la Corte Suprema del Botswana confermò il diritto dei Boscimani a ritornare a casa, definendo gli sfratti “illegittimi e incostituzionali”. Ma oggi il governo sostiene che il libero accesso allaCKGR è riconosciuto solo alle 189 persone registrate formalmente nel processo, e ai loro figli fino all’età di 16 anni. All’inizio del processo, tuttavia, il governo riconobbe che la sentenza sarebbe stata applicata a tutti i 700 Boscimani sfrattati. 


Per leggere la storia online: http://www.survival.it/notizie/9554

(fonte Survival International)