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martedì 15 aprile 2014

Sebastião Salgado e Vanity Fair insieme per la tribù più minacciata del mondo

Il celebre fotografo brasiliano Sebastião Salgado e la rivista Vanity Fair hanno unito le loro forze per dare visibilità alla tragica situazione in cui versano gli Awá, definiti la tribù più minacciata del mondo da Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Il servizio, lungo 13 pagine, è stato pubblicato nel numero di dicembre della rivista, in distribuzione già dal primo novembre.

Il giornalista e scrittore Alex Shoumatoff e Salgado hanno passato diverse settimane con gli Awá, nella foresta amazzonica, per raccontare le responsabilità del governo brasiliano che negli ultimi decenni non ha protetto il territorio della tribù dall’invasione massiccia di taglialegna e allevatori.

Le terre degli Awá vengono distrutte a una velocità superiore a quella di qualunque altro territorio indiano dell’Amazzonia. Il governo ha ignorato diversi ordini del tribunale che gli imponevano di espellere i taglialegna. Oggi sopravvivono solo 450 Awá, di cui un centinaio sono incontattati e si nascondono in un’area di foresta pluviale sempre più ristretta per sfuggire ai sicari che gli danno la caccia.

«I taglialegna stanno distruggendo tutto; ormai è rimasta davvero poca foresta buona» ha detto a Survival un uomo awá. «Prima cacciavo molto, ma ora gli animali stanno scomparendo. La polizia deve espellere i taglialegna adesso!».

Grazie alla campagna di Survival International,capitanata dal premio Oscar Colin Firth, il Ministro della Giustizia brasiliano ha ricevutooltre 54.000 lettere di protesta. Numerose celebrità, dalla stilista britannica Vivienne Westwood al ciclista Andy Schleck all’attoreClaudio Santamaria, si sono fotografati con la awáIcon, il logo della campagna, su cui si legge ‘Brasile: salva gli Awá’.

«Speriamo che questo servizio ci aiuti a dare la spinta finale alla campagna per salvare gli Awá, che è ormai diventata disperatamente urgente» ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. «Mentre una delle ultime tribù nomadi del Brasile viene stretta in un’area di foresta in continua diminuzione, gli esperti parlano di pericolo di ‘estinzione’ e ‘genocidio’. Il Ministro della Giustizia brasiliano ha il potere di salvare gli Awá, e noi speriamo che questa esposizione pubblica lo convinca finalmente ad agire. Diversamente, i tifosi che l’anno prossimo si riverseranno nel paese per la Coppa del Mondo faranno appena in tempo a veder bruciare quel poco che sarà rimasto della foresta e di questo popolo».
(fonte Survival International)

martedì 3 dicembre 2013

Brasile. Survival International denuncia l'assassinio del leader del popolo Guarani

Nel 2008 Ambrosio aveva partecipato alla prima 
del film “La terra degli uomini rossi”, in concorso 
al Festival del Cinema di Venezia © Survival
Assassinato leader Guarani, protagonista deLa terra degli uomini rossi’ Ambrósio Vilhalva, leader Guarani e star del film ‘Birdwatchers - La terra degli uomini rossi’, è stato ucciso sabato notte. Da decenni lottava per garantire al suo popolo il diritto di vivere nella terra ancestrale. Sembra che sia stato accoltellato all’ingresso della sua comunità, nota come Guyra Roká, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. È stato trovato morto nella sua capanna, con ferite multiple da accoltellamento. Nei mesi scorsi aveva ricevuto diverse minacce. Ambrósio aveva recitato il ruolo di protagonista nel pluripremiato film Birdwatchers – La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, in cui si racconta la lotta disperata dei Guarani per la terra. Aveva viaggiato in diversi paesi del mondo per raccontare la difficile situazione del suo popolo e spingere il governo brasiliano a proteggere la sua terra così come imposto dalla legge.

«Ecco cosa vorrei più di ogni altra cosa: terra e giustizia… Vivremo nella nostra terra ancestrale; non ci arrenderemo mai», aveva detto. I Guarani di Guyra Roká furono sfrattati dalla loro terra alcuni decenni fa, per mano degli allevatori. Per anni hanno vissuto senza niente, sul ciglio di una strada. Nel 2007 hanno rioccupato una parte della terra ancestrale, e ora vivono in un piccolo lembo di quello che prima era il loro territorio. La maggior parte della loro terra è stata spianata per far spazio a enormi piantagioni di canna da zucchero. Tra i principali proprietari terrieri coinvolti c’è anche il potente politico locale José Teixeira. Oggi, ai Guarani non è rimasto quasi niente. Ambrósio si era schierato con forza contro le piantagioni di canna da zucchero che occupano la terra della sua comunità e contro Raízen, una joint venture tra la Shell e Cosan che utilizzava la canna da zucchero per produrre biocarburanti. La campagna che la sua comunità aveva condotto insieme a Survival International aveva costretto la Raízen a rinunciare ad approvvigionarsi della canna da zucchero coltivata nelle terre guarani. «Ambrósio ha combattuto con forza contro le piantagioni di canna da zucchero» ha detto oggi un portavoce Guarani a Survival. «Era uno dei nostri leader più importanti, sempre in prima linea nella nostra lotta. Per questo era minacciato. Era una figura davvero molto importante per la campagna dei Guarani per la loro terra, ma ora l’abbiamo perso».

«Sono costernato» ha commentato l’attore Claudio Santamaria, che ha recitato al suo fianco nel film Birdwatchers ed era legato ad Ambrosio da profondo affetto. «Il tempo che ho trascorso con lui mi ha fatto capire quanto sia forte il legame che i Guarani mantengono con la loro terra – e con quanta dolorosa determinazione continueranno a combattere per riaverla. Ho scolpita nella mente l’immagine delle distese infinite di canna da zucchero e soia che oggi ricoprono il Mato Grosso do Sul: un tempo erano tutte foreste guarani. Ambrosio lottava per recuperare solo un piccolissimo pezzo della terra del suo popolo, ma gli è stato negato anche questo sogno». La polizia sta indagando sull’omicidio e sembra che siano stati fermati due sospetti, di cui non si conosce ancora l’identità.


«I Guarani soffrono uno dei tassi di omicidio più alti del mondo e il furto di terra è alla radice di tutte le violenze» ha detto oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International, che aveva collaborato con Marco Bechis alla realizzazione del film. «Nonostante questo, il processo di demarcazione della terra è in una fase di stallo – le autorità stanno facendo troppo poco per contrastare gli allevatori che hanno occupato il territorio ancestrale della tribù. Quanti altri omicidi terribili dovranno subire i Guarani prima che la loro terra sia mappata e protetta?».
(fonte Survival International)

martedì 15 ottobre 2013

Giornata Mondiale della Salute Mentale: epidemia di suicidi tra i Guarani

Foto Survival International
Il 10 ottobre è stata celebrata la Giornata Mondiale della Salute Mentale e Survival International per fronteggiare questa quotidiana tragedia, divulga nuove cifre allarmanti sui suicidi che affliggono i Guarani del Brasile. Il tasso di suicidi della tribù, infatti, è almeno 34 volte superiore alla media nazionale, ed è dovuto alla perdita delle terre ancestrali e ai continui attacchi dei sicari armati. I numeri rivelano che, dall’inizio di questo secolo, si è suicidato in media almeno un Guarani alla settimana. 

Secondo il Ministero della Salute brasiliano, nel 2012 si sono suicidati 56 Guarani (le cifre reali sono probabilmente più alte perché non tutti i suicidi vengono denunciati). La maggior parte delle vittime ha un’età compresa tra i 15 e i 29 anni, ma la più giovane di cui si ha notizia aveva solo 9 anni.

«I Guarani ci suicidano perché non hanno più terra», ha detto Rosalino Ortiz, un uomo Guarani. «Un tempo eravamo liberi. Ora non lo siamo più. I nostri giovani pensano che non sia rimasto più nulla. Si siedono e pensano, si perdono, si lasciano vivere per un po’ e poi decidono di togliersi la vita».
I Guarani hanno perso gran parte della loro terra ancestrale – con cui hanno un fortissimo legame spirituale – a causa di piantagioni di canna da zucchero e allevamenti di bestiame. Sono costretti a vivere in condizioni squallide e pericolose sul ciglio della strada o in riserve sovraffollate, dove soffrono di malnutrizione, malattie e alcolismo. Le comunità che cercano di tornare alla loro terra devono affrontare violenze terribili: gli allevatori, infatti, assoldano sicari per attaccare, e spesso uccidere, i Guarani. La demarcazione della terra Guarani avrebbe dovuto essere completata molti anni fa, ma il processo è in perenne fase di stallo. Per di più, oggi i politici brasiliani stanno discutendo di un emendamento costituzionale che dovrebbe dare al Congresso, influenzato dalla lobby agricola anti-indigeni, un certo potere sul processo di demarcazione. Se approvato, per i Guarani e per la loro campagna territoriale sarebbe una catastrofe. Survival International ha sollecitato il governo brasiliano a demarcare al più presto le terre guarani e ha chiesto a società come la statunitense Bunge di smettere di comprare canna da zucchero proveniente dalla terra dei guarani.
«Queste cifre ci ricordano in modo crudo e straziante della devastazione che i popoli indigeni soffrono a causa del furto della loro terra» ha commentato il Direttore generale di Survival International. «Sfortunatamente i Guarani non sono l’unico caso: in tutto il mondo i popoli indigeni soffrono di tassi di suicidi molto più alti della maggioranza della popolazione. Il cosiddetto ‘progresso’ spesso distrugge i popoli indigeni, ma in questo caso la soluzione è chiara: demarcare la terra guarani prima di perdere altre vite innocenti».

Scarica il rapporto di Survival sui Guarani (solo in inglese, pdf, 2.5 MB, 2010)

Per leggere la storia online: 
http://www.survival.it/notizie/9646
(fonte Survival International)

giovedì 29 agosto 2013

Incendio devasta i Guarani, condannati a vivere e morire sulla strada

Un incendio ha divorato un accampamento dei Guarani allestito sul ciglio della strada: gli Indiani sono stati costretti a scappare mentre le loro tende venivano rase al suolo, le riserve di cibo distrutte e i loro averi persi nelle fiamme. Sembra che l’incendio sia divampato nella piantagione di canna da zucchero di São Fernando, che occupa la terra ancestrale della comunità Apy Ka’y. Secondo la polizia ambientale brasiliana, le fiamme hanno distrutto un’area di circa 1.000 ettari, comprendente anche l’accampamento indigeno. Le cause sono ancora da accertare. Il fatto è accaduto giovedì scorso nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, ma i dettagli dell’evento sono emersi soltanto ora.

«Le fiamme hanno bruciato per un giorno interno» ha riferito a Survival International un portavoce Guarani. «Ovunque c’erano fumo e cenere. I nostri parenti sono stati costretti a fuggire dalle loro case. I bambini piangevano… Siamo scioccati».
«Le tende, i vestiti, il cibo, le pentole, i materassi… è bruciato tutto!» ha detto la leader della comunità di Apy Ka’y, Damiana Cavanha. «Abbiamo perso tutto, ma non la speranza di ritornare alla nostra terra ancestrale».

I Guarani di Apy Ka’y non hanno molto materiale a disposizione per ricostruire le loro case. I bambini sono già malnutriti e questi ultimi eventi non faranno altro che aumentare la loro vulnerabilità. Una volta spento l’incendio, secondo Damiana le guardie di sicurezza degli allevatori di São Fernando avrebbero minacciato di uccidere i Guarani. «Gli uomini armati mi hanno detto che ci uccideranno tutti. Ma io continuerò a lottare per la nostra tekoha (terra ancestrale), ha dichiarato la donna».

Gli Indiani furono costretti ad abbandonare la loro terra ancestrale quasi quindici anni fa, quando fu occupata dagli imprenditori agricoli. Negli ultimi dieci anni, mentre le loro terre venivano utilizzate per sostenere il boom dell’industria brasiliana dei biocarburanti, Damiana e gli altri membri della comunità hanno vissuto a intermittenza sul ciglio della strada principale.

Vivono nel rischio costante di incidenti stradali letali, perché le macchine e i camion passano ad alta velocità sulla strada lungo cui è accampata la comunità. Il marito e i tre figli di Damiana sono stati investiti e uccisi così. Ogni volta che i Guarani hanno tentato di rioccupare la loro terra, gli imprenditori agricoli sono riusciti a sfrattarli. La comunità è stata attaccata diverse volte; nel 2009, ad esempio, degli uomini armati avevano sparato contro l’accampamento, dando fuoco alle loro tende.

Spesso, i leader Guarani sono presi di mira da sicari armati al soldo degli allevatori e imprenditori agricoli, e molti di loro sono stati uccisi proprio mentre incoraggiavano la comunità a riprendersi la propria terra. Survival chiede al governo brasiliano di rispettare i suoi doveri costituzionali, che sono quelli di demarcare tutte le terre dei Guarani e di restituirle loro, a uso esclusivo.

«I primi popoli del Brasile sono regolarmente sacrificati sull’altare dell’avarizia; le loro vite e i loro stili di vita cancellati da una corsa alla crescita economica perseguita a qualsiasi costo»”ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. «I Guarani hanno il diritto di ritornare nella propria terra, e invece vengono condannati a marcire per tutta la vita sul ciglio di una strada».


(fonte Survival International)

mercoledì 28 agosto 2013

Vent’anni dopo gli Yanomami sopravvissuti ricordano il massacro di Haximu

I sopravvissuti del massacro di Haximu, avvenuto nel 1993, con i 
cesti contenenti le ceneri dei loro morti. I cercatori d’oro uccisero 
16 Yanomami. © C Zacquini/ Survival
Vent’anni fa, un gruppo di cercatori d’oro illegali massacrò brutalmente sedici Indiani Yanomami. Oggi, nell’anniversario di quella storia raccapricciante, i sopravvissuti parlano apertamente dei loro ricordi perché i minatori continuano a invadere la loro terra. Il massacro della comunità yanomami di Haximu, nell’Amazzonia venezuelana, fu compiuto da 22 cercatori d’oro brasiliani nel 1993. I minatori uccisero donne, bambini e anziani, e mutilarono un neonato con un machete.

In una rara intervista, Marisa e Leida Yanomami, sopravvissute al massacro, hanno raccontato: «I cercatori d’oro hanno ucciso i nostri fratelli e le nostre sorelle e hanno ucciso anche nostro padre con il machete; alcuni sono stati uccisi con armi da fuoco. Parlarne è difficile, perché ci rende molto tristi. Quando raccontiamo del massacro, ci ricordiamo di nostro padre».
A vent’anni di distanza, i territori yanomami di Brasile e Venezuela continuano a essere invasi illegalmente dai cercatori d’oro che inquinano i fiumi con il mercurio e distruggono la foresta. Continuano anche gli attacchi agli Yanomami a dispetto di un’operazione condotta dalle autorità brasiliane per allontanare i minatori dalla loro terra.
In Venezuela, gli Yanomami temono un’invasione su larga scala perché la compagnia statale cinese CITIC è stata ingaggiata per esplorare, mappare e catalogare le riserve minerarie venezuelane, molte delle quali si trovano nella terra indigena.
La COIAM, una rete di organizzazioni indigene amazzoniche, ha condannato i progetti dellaCITIC e ha dichiarato: «Chiediamo al governo nazionale di rivedere con urgenza questi progetti e di non consentire che siano realizzati nei territori e nelle comunità indigeni, dato il loro potenziale impatto distruttivo a livello ambientale e socio-culturale. Le vite e la sopravvivenza fisica e culturale dei popoli indigeni dipendono da un’adeguata tutela del loro ambiente e delle loro terre».
In Brasilegli Yanomami si oppongono con forza a un progetto di legge sull’attività minerariache è in corso di dibattimento al Congresso brasiliano e che, se approvato, aprirebbe la terra degli Yanomami e altri territori indigeni allo sfruttamento minerario su larga scala e porterebbe altri invasori nelle loro terre. Con una sentenza storica e senza precedenti, cinque degli autori del massacro di Haximu furono condannati per genocidio. Ma oggi solo uno dei minatori rimane in prigione. Dopo aver scontato parte della pena, uno tornò a cercare illegalmente oro nella terra Yanomami ed è stato catturato nuovamente lo scorso anno, durante un’operazione effettuata dalle autorità per allontanare i minatori dal territorio.
«Non dimentico mai il massacro di Haximu» ha dichiarato a Survival International Davi Kopenawa, portavoce Yanomami. «I cercatori d’oro hanno ucciso sedici Yanomami e poi sono ritornati, gli stessi uomini… Siamo indignati perché i cercatori d’oro non sono mai stati puniti e non hanno sofferto come è successo a noi».
Dopo il massacro furono istituite varie commissioni bi-nazionali, compresa una per monitorare e contrastare l’attività estrattiva illegale. Tuttavia sembra che sia inattiva da anni. Survival ha scritto ad entrambi i governi sollecitandoli a mantenere gli accordi presi per controllare i minatori illegali e proteggere la terra yanomami. Gli Yanomami sono oltre 30.000, vivono lungo il confine tra Brasile e Venezuela, e costituiscono la tribù relativamente isolata più grande del Sudamerica. Negli anni ‘80, un’ondata di cercatori d’oro illegali decimò la tribù, e in Brasile uno Yanomami su cinque morì a causa dei violenti attacchi degli stranieri e delle malattie importate dall’esterno.
«Sia il Brasile sia il Venezuela continuano a permettere ai cercatori d’oro illegali di operare all’interno della terra yanomami» ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore di Survival International. “E questo a dispetto degli orrori che hanno provocato. In occasione dei Mondiali di Calcio e delle Olimpiadi, presto il Brasile accoglierà tutto il mondo – ma oggi il suo governo è davvero in grado di far applicare la legge entro i propri confini?».

Note per i redattori:
- Scarica la dichiarazione completa del COIAM in spagnolo (originale pdf, 69 KB) oppure in inglese (pdf, 66 KB).

(fonte Survival International)

mercoledì 17 luglio 2013

Awà braccati: elicotteri e carri armati per la tribù più minacciata del mondo

Anche l'attore Claudio Santamaria sostiene la campagna di 
Survival per salvare gli Awá, la tribù più minacciata del mondo. 
© Fabio Lovino/Survival
I militari brasiliani hanno cominciato ad operare attorno al territorio degli Awá, per fermare il disboscamento illegale. I militari brasiliani hanno cominciato ad operare attorno al Survival International ha appreso che le forze armate brasiliane hanno lanciato una vasta operazione militare contro il disboscamento illegale intorno al territorio degli Awá, la tribù più minacciata del mondo.

Nell’area sono arrivati centinaia di soldati, funzionari di polizia e agenti speciali del Ministero dell’ambiente con carri armati, elicotteri e un centinaio di altri veicoli. L’obiettivo è fermare la deforestazione illegale che ha già distrutto più del 30% di uno dei territori della tribù. Dall’inizio dell’operazione, che sarebbe cominciata a fine giugno, almeno otto segherie sono state chiuse e altri macchinari sono stati confiscati e distrutti.

Per proteggere la foresta degli Awá sono stati dispiegati carri armati, elicotteri e un centinaio di altri veicoli. L’intervento arriva in un momento critico per gli Awá, una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori rimaste nell’Amazzonia brasiliana: se la distruzione della loro foresta non sarà fermata subito, potrebbero estinguersi. Ma se da un lato l’operazione sta rendendo più difficile per i taglialegna entrare nell’area awá per prenderne il prezioso legname, le forze militari non sono ancora penetrate all’interno del territorio, dove il disboscamento illegale continua a un ritmo allarmante: è proprio lì che serve un’azione urgente.

«Gli invasori devono essere espulsi dalla nostra foresta» ha detto Amiri Awá a Survival. «Non vogliamo che la nostra foresta scompaia. I taglialegna hanno già distrutto molte zone».

Alla campagna internazionale di Survival hanno aderito decine di migliaia di persone in tutto il mondo, tra cui molte celebrità. Insieme a Survival, da tempo chiedono al governo brasiliano di inviare forze di sicurezza nei territori degli Awá, di sfrattare gli invasori illegali, di fermare la distruzione della foresta, di perseguire i taglialegna illegali e impedire il loro rientro nell’area.

«Il Brasile ha fatto un primo passo importante per salvare la tribù più minacciata della terra. È merito dei migliaia di sostenitori degli Awá in tutto il mondo» ha dichiarato oggi Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. «Questa è la prova che l’opinione pubblica può produrre cambiamenti. Ma la battaglia non è ancora vinta: le autorità non dovranno fermarsi fino a quando tutti gli invasori non saranno stati allontanati».

Alla campagna di Survival per salvare gli Awà hanno aderito decine di celebrità internazionali, tra cui il fotografo brasiliano Sebastião Salgado, la stilista Vivienne Westwood, l’attore Claudio Santamaria, Colin Firth e sua moglie Livia, il compositore brasiliano Heitor Pereira, il musicista Julian Lennon, e le attrici Gillian Anderson, Natalia Tena e Sinead Cusack.

(fonte Survival International)

venerdì 31 maggio 2013

L’emergenza Awá in Brasile raggiunge il più alto organo per i diritti umani

Il più importante organismo americano per i diritti umani ha
ricevuto un'istanza urgente per salvare gli Awá, la tribù più 
minacciata del mondo, dagli invasori illegali. © Survival

La Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani (IACHR), il più importante organismo per i diritti umani del continente americano, ha ricevuto un’istanza urgente per salvare la tribù più minacciata del mondo. La segnalazione è stata presentata da Survival International in collaborazione con il CIMI, una Ong brasiliana per i diritti dei popoli indigeni. L’istanza ufficiale chiede alla IACHR di riconoscere il governo brasiliano responsabile della mancata espulsione di centinaia di invasori illegali dalle terre degli Awá costringendolo a rendere conto della sua inerzia. «Gli Awá non sopravvivranno senza la loro terra», si legge nel documento, «lo Stato del Brasile non ha adottato misure efficaci e tempestive per proteggerli dai taglialegna, dagli allevatori e dai coloni che continuano ad invaderli».


Gli Awá sono una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi del Brasile e vivono in un’isola di foresta pluviale che sta scomparendo rapidamente: uno dei territori awá è già stato disboscato per oltre il 30%, e i taglialegna si stanno avvicinando sempre più alle comunità. Per vivere, i 450 membri della tribù dipendono dalla foresta. Denunciano che cacciare è diventato sempre più difficile perché la selvaggina sta scomparendo e i cacciatori temono gli attacchi dei taglialegna armati.

Cresce anche la preoccupazione per i circa 100 Awá incontattati, che gli invasori illegali costringono a un fuga perenne. Se la loro foresta sarà distrutta, rischieranno l’estinzione. «Ci sono Indiani incontattati nelle vicinanze  ha raccontato a Survival Tatu, un uomo awá  mio fratello ha visto le loro capanne abbandonate»

I taglialegna li stanno uccidendo? Lasciate vivere gli Indiani incontattati!

Da quando Survival ha lanciato la sua campagna per salvare gli Awá, un anno fa, il Ministro della Giustizia brasiliano ha già ricevuto più di 50.000 lettere. Da allora, il Governo ha dichiarato di aver messo gli Awá tra le sue priorità, ma ben poco è stato fatto. «Il governo brasiliano deve dimostrare che è davvero in grado di proteggere i suoi cittadini più vulnerabili, gli Awá, dai criminali che stanno distruggendo la foresta pluviale» ha dichiarato oggi Stephen Corry, il direttore generale di Survival International. «Se non ha la forza di farlo la nazione più grande del Sud America e una delle economie in più rapida crescita di tutto il mondo – ha concluso il diretto di Survival International – allora tutte le minoranze dovrebbero preoccuparsi. Gli Awá rischiano l’estinzione, il momento per agire è questo». 

L’ultima volta che Survival ha presentato un’istanza alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani (IACHR) è stato negli anni’80, a sostegno della sua storica campagna per gli Yanomami del Brasile, minacciati dall’invasione di cercatori d’oro. La campagna si concluse con successo, con la demarcazione e la protezione del territorio degli Yanomami.


Leggi un riassunto dei punti principali dell’istanza presentata alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani (in italiano, PDF, 291kb).

La Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani – IACHR è un organo autonomo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). La sua missione è promuovere il rispetto e la protezione dei diritti umani nel continente americano


(Survival International)

martedì 30 aprile 2013

Ritrovato rapporto perduto che svelò il genocidio degli Indiani del Brasile

Il rapporto di Figueiredo denunciò le atrocità commesse
contro i Cinta Larga. Dopo aver sparato alla testa del
suo bambino, gli assassini tagliarono la madre in due.

© Survival
Dopo essere andatodistruttoin un misterioso incendio 45 anni fa, è tornato inaspettatamente alla luce un rapporto scioccante che descrive dettagliatamente le orribili atrocità perpetrate contro gli Indiani del Brasile tra gli anni ‘40 e ‘60. Il rapporto fu commissionato nel 1967 dal Ministro dell’Interno brasiliano. Le rivelazioni dei crimini commessi contro le popolazioni indigene del Brasile dai potenti latifondisti e dal Servizio governativo per la Protezione dell’Indio (SPI) provocarono sdegno in tutto il mondo e portarono, due anni dopo, alla nascita dell’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni Survival International.

Le oltre 7.000 pagine del rapporto, scritto dal procuratore generale Jader de Figueiredo Correia, documentavano dettagliatamente assassini di massa, torture e guerre batteriologiche, casi di schiavitù, abusi sessuali, furti di terra e negligenze nei confronti delle popolazioni indigene del Brasile. Per effetto di questi crimini, decine di tribù furono completamente sterminate e molte altre furono decimate. Il rapporto è stato ritrovato recentemente presso il Museo dell’Indio, in Brasile, e si trova ora nelle mani della Comissão Nacional da Verdade, che investiga sulle violazioni dei diritti umani occorsi tra il 1947 e il 1988.

Una delle tante storie raccapriccianti contenute nel rapporto è quella conosciuta come il ‘Massacro dell’11° parallelo’, quando un piccolo aereo lanciò dinamite sul villaggio dei Cinta Larga. Trenta Indiani furono uccisi – solo due sopravvissero per raccontare l’accaduto.
Altre testimonianze includono l’avvelenamento di centinaia di Indiani con zucchero intriso di arsenico, e la descrizione di metodi di tortura terribili, come quello di schiacciare lentamente le caviglie delle vittime con uno strumento conosciuto come il “tronco”.

Le scoperte di Figueiredo scatenarono le proteste internazionali. Basandosi sul rapporto, il 23 febbraio 1969 il giornalista Normal Lewis scrisse in un articolo intitolato ‘Genocidio’: «Dal fuoco alle spade, dall’arsenico alle pallottole, la civilizzazione ha portato sei milioni di Indiani all’estinzione». Pubblicato sul Sunday Times britannico, l’articolo spinse un piccolo gruppo di cittadini preoccupati a fondare, pochi mesi dopo, Survival International. In risposta al rapporto di Figueiredo, il Brasile lanciò un’inchiesta giudiziaria che portò all’incriminazione di 134 funzionari governativi, accusati di oltre 1.000 crimini. 38 di loro furono licenziati, ma nessuno fu mai incarcerato per le atrocità commesse.

Il Servizio per la Protezione dell’Indio fu sciolto e sostituito dal FUNAI, l’odierno Dipartimento brasiliano agli Affari Indiani. Da allora ampie fasce di terra indigena sono state demarcate e protette, ma le tribù brasiliane continuano a lottare contro l’invasione e la distruzione delle loro terre da parte di taglialegna illegali, allevatori e coloni, e contro gli aggressivi programmi di crescita economica del governo, che mirano a portare dozzine di grandi dighe idroelettriche e attività estrattive su larga scala proprio nei territori indigeni.

«Il rapporto Figueiredo è una lettura raccapricciante, ma in una cosa, niente è cambiato: quando si tratta dell’uccisione degli Indiani, regna l’impunità» ha dichiarato oggi il direttore generale di Survival International, Stephen Corry. «Uomini armati uccidono regolarmente gli indigeni, nella consapevolezza che difficilmente saranno consegnati alla giustizia. Nessuno degli assassini dei leader tribali Guarani o Makuxi è mai stato incarcerato per i crimini commessi. È difficile non pensare che alla radice dell’incapacità del Brasile di difendere la vita dei suoi cittadini indigeni non ci siano il razzismo e l’avidità».

(Survival International)