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martedì 24 dicembre 2013

Commercio illegale. Ritrovati resti di animali protetti presso la Curia di Foggia

Nell'Africa nera se dici Big Five chiunque intenderà compiaciuto, altri vorranno vendere statuette in legno o batik nei quali sono ritratte le giornate o le pose dei grandi elefanti africani, dei velocissimi leopardi, dei pladici leoni, dei pesanti bufali o dei massicci rinoceronti. Invece in Italia, così come in molti altri Paesi del mondo, quando dici leopardo viene in mente un tessuto leopardato e non il runner della savana. Se dici elefante, immediatamente vien da pensare all'avorio e alle zanne strappate dalla viva carne del grande mammifero. Averli visti in più occasioni, crea di fronte ad una insolita notizia, come quella che vado a raccontare di seguito, una rabbia soffocata, inspiegabile ai meno sensibili.    

Durante dei lavori di rifacimento, affidato alle cure del Corpo Forestale dello Stato, di alcuni locali adibiti a magazzini di proprietà della Curia provinciale di Foggia, sono stati rinvenuti in alcuni scatoloni numerose parti di esemplari di animali protetti. Dopo la stupefacente scoperta il caso è passato nelle mani degli agenti della CITES di Bari, i quali hanno riconosciuto zanne d’avorio di elefante africano, statuette di piccole dimensioni anch’esse in avorio, una zampa d’elefante africano svuotata internamente e decorata, carapaci di tartarughe di mare di grosse dimensioni, pelli di boa, pelle di ghepardo, scorpioni e ragni in vetro. Tutti i resti animali, del valore commerciale di circa 50mila euro, risalenti probabilmente agli anni Sessanta, in passato sono stati addirittura esposti a San Giovanni Rotondo in una mostra dedicata alle missioni in Ciad.

Gli uomini della CITES di Bari hanno ovviamente identificato gli esemplari, che sono risultati essere tutti protetti dalla normativa Internazionale CITES che regola il commercio e la detenzione di esemplari protetti in via di estinzione vivi o morti o parti di essi. Secondo tale normativa la detenzione di quanto ritrovato deve essere autorizzata da certificazioni rilasciate dal Corpo Forestale dello Stato sulla base di documentazione che ne attesti la legale acquisizione.


La vicenda si è conclusa con il sequestro da parte degli agenti del CITES di Bari, e l'affidamento temporaneo ad una struttura della Forestale di Martina Franca al fine di essere utilizzati a scopo didattico, in attesa della destinazione definitiva del giudice. 

24.12.2013
Vito Stano

martedì 26 novembre 2013

Violenza sessuale e diritti delle donne: dal Kenya un caso comune in molti Paesi

La bambina ritratta non è la protagonista della storia.
Questa foto è stata utilizzata da Avaaz.org per la campagna
L'ottimismo nel mondo dell'informazione è un ingrediente raro. Ma, come in questo caso, un pizzico di positività è utile per raccontare una storia, che è l'eco di tante altre storie, di violenza e sopraffazione dei più deboli. La storia che merita di essere raccontata è quella di Kaia (nome di fantasia per garantirne la sicurezza), bambina kenyota di undici anni. Kaia, così si legge sul sito di Avaaz.org, è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un'insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia. La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo. In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato. Kaia e altre dieci giovani sopravvissute hanno deciso di agire. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevute e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan «haki yangu», che in Kiswahili significa «voglio i miei diritti». Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto la propria battaglia.

Dalla petizione on line promossa da Avaaz.org si legge che le attiviste e avvocatesse per i diritti umani che hanno lavorato con Kaia sono pronte a portare processi simili contro le forze dell'ordine dentro e fuori dai confini del continente africano, ma hanno bisogno di fondi per farlo. Per questo Avaaz.org, organizzazione no profit, ha lanciato una raccolta fondi: le promesse di donazioni che gli internauti faranno non saranno addebitate finché non sarà raggiunto l'obiettivo prefisso: https://secure.avaaz.org/it/take_kaia_win_global_loc_nd_rb/?btysIdb&v=31568.

Quando la storia di Kaia è iniziata, sembrava destinata a diventare una delle innumerevoli giovanissime vittime di violenza ignorate dalla polizia. Ma l’attivista kenyota per i diritti dei bambini Mercy Chidi e l’avvocato per i diritti umani Fiona Sampson hanno unito le forze per sfidare questa ingiustizia nei tribunali. Il piano è stato messo in piedi in Kenya da un gruppo di colleghi di Canada, Kenya, Malawi e Ghana: sembrava davvero ambizioso denunciare la polizia per non essere entrata in azione, ma hanno insistito e assunto molti rischi e hanno costruito un pezzo della storia dei diritti umani. Ma il lavoro è appena iniziato. Come qualsiasi vittoria, c’e’ bisogno di tempo, sforzi e denaro per fare in modo che la sentenza sia applicata, e sia un precedente utile per combattere la violenza contro le donne.


Se verranno raccolti abbastanza fondi, si potrà trasformare un'enorme vittoria per il Kenya in una vittoria per i paesi in tutta l’Africa e nel resto del mondo contribuendo a sostenere le spese di ulteriori casi come questo, nel resto dell’Africa e in tutto il mondo, facendo in modo che queste sentenze storiche siano attuate per mezzo di campagne pubbliche con strategie mirate; spingendo per realizzare campagne educative di massa che colpiscano alla radice la cultura alla base della violenza sessuale contribuendo a cancellarla una volta per tutte; rispondendo a nuove opportunità di campagne come questa con strategie che permettano di mettere fine alla guerra contro le donne.

Quindi qualora vogliate sostenere questa battaglia contro la violenza, è possibile fare una promessa di donazione. Io l'ho fatta. Come spiegano sul sito di Avaaz.org, facendo la promessa di donazione non sarà da subito addebitato alcun costo. Soltanto al momento del raggiungimento della somma prevista il contributo promesso sarà addebitato: https://secure.avaaz.org/it/take_kaia_win_global_loc_nd_rb/?btysIdb&v=31568.

Avaaz.org è una piattaforma che, come ha detto la giornalista di Al Jazeera English Juliana Rufhus durante i seminari sul web-documentary svoltisi a Bari soltanto due settimane, realizza veramente quella partecipazione di cui oggi tanti soggetti parlano, ma che difficilmente si realizza davvero.

Poiché, ritornando a leggere sul sito si Avaaz.org, «in quanto cittadini, spesso ci rivolgiamo ai leader politici e altri rappresentanti delle istituzioni affinché facciano sul serio per proteggere i diritti delle donne. È importante continuare a farlo, ma ogni volta che non riusciranno ad ascoltare le loro coscienze, dovremo avere il coraggio di toccare nel profondo i loro interessi portandoli nei tribunali. Questo manderà un messaggio potentissimo: non solo ci sono nuove conseguenze per questi crimini, ma l’epoca in cui la cultura delle nostre società ammetteva si disprezzassero le donne senza ripercussioni sta per finire».

Per approfondire l'argomento è possibile seguire i link qui sotto.

26.11.2013
Vito Stano