sabato 22 dicembre 2012

Feste natalizie impattanti sull'ambiente. Greenpeace suggerisce


Le feste natalizie non significano soltanto spirito religioso e fratellanza, ma anche consumi sfrenati. Le tavole imbandite saranno, come sempre, il simbolo delle feste natalizie e di quelle di fine anno. Altresì sappiamo che delle tante bontà che vengono messe sulle tavole una grande quantità finisce nel cassonetto dei rifiuti. Pertanto Greenpeace ha messo a punto un piccolo vademecum per evitare che tra sprechi e eccessi le feste natalizie diventino per l'ambiente e per gli altri abitanti del pianeta una tragedia.

Per questo Greenpeace suggerisce di evitare «pesce spada, merluzzo, gamberi e tonno, preferendo il pesce azzurro». Per avere maggiori dettagli Greenpeace consiglia di consultare la guida ai consumi ittici disponibile sul sito. «Attenzione anche al tonno in scatola, troppo spesso nelle scatolette finiscono specie in declino, pescate con metodi ben poco sostenibili». Anche per questo alimento consulta il sito Tonno in trappola.

Poi «usa solo alimenti liberi da Ogm e privilegia cibi prodotti nelle vicinanze delle zone dove saranno consumati e provenienti da agricoltura biologica. Non esagerare con le quantità, per evitare di dover buttare il cibo in eccesso. Per imbandire la tua tavola, se proprio non puoi evitare i prodotti di carta usa e getta, compra solo quelli che non distruggono le foreste (anche per questa azione Greenpeace ha approntato una guida Foreste a rotoli)». Per quanto riguarda i generi alimentari Greenpeace suggerisce di mangiare meno carne, poiché è riconosciuto il forte impatto sul clima che la produzione di questo alimento provoca

Per gli addobbi invece Greenpeace consiglia di non comprare un albero vero, ma di utilizzare «i rami di potatura dei boschi, che danno un identico effetto e costano meno a te e all’ambientePer creare l’atmosfera natalizia, utilizza solo luci a basso consumo».

E arriviamo ai regali, Greenpeace consiglia di regalare «un libro stampato in carta amica delle foreste», individuate gli editori più sostenibili; «attenti ai regali hi-tech, consulta l’eco-guida per evitare quelli tossici. Regala ai tuoi amici una bella bicicletta per muoversi in città e fai qualcosa di originale: regala il sostegno a Greenpeace ad amici e parenti tramite una donazione».


22.12.2012
V.S.

giovedì 20 dicembre 2012

Elettromagnetismo e servizi primari. Il compromesso è d'obbligo

Telefonini, internet e illuminazione: ecco la torre faro a frà Diavolo

Necessità di risultare reperibili telefonicamente e garanzia di accesso alla rete Web cozzano con il paventato rischio per la salute. Non fa eccezione Cassano delle Murge, dove la presenza di molti cittadini tutto l'anno nei residence che in passato erano abitati soltanto pochi mesi l'anno, ha posto all'amministrazione la questione. Nei pressi della contrada Frà Diavolo dovrebbe sorgere (i lavori sono già iniziati) un ripetitore per rafforzare il segnale dei telefoni cellulari e della rete internet. Molti residenti però sono scontenti della decisione e si appellano affinché l'amministrazione comunale interrompa i lavori di installazione dell'antenna nella rotonda attorno alla quale ci sono l'ex discoteca-piscina Sole Blu (da anni una bomba ecologica), la casa di riposo Club del Nonno, il residence Frà Diavolo, impauriti dagli eventuali rischi per la salute che le onde elettromagnetiche potrebbero provocare.

Questa però non è una storia di oggi; tutto inizia nel lontano 2005, quando a tirare il carretto amministrativo c'era Giuseppe Gentile e Teodoro Santorsola e nei banchi dell'opposizione sedevano Ignazio Zullo, Maria Pia Di Medio, Pasquale Maselli (parente dell'attuale assessore Angela Contursi), Michele Ruggero e Raffaele Liuzzi (assessore all'Ambiente e ai servizi cimiteriali dimissionato) dall'attuale sindaco Di Medio.

Consiglio comunale del 24 gennaio 2006
Dal verbale della delibera di Consiglio comunale del 17 gennaio 2006, che aveva per oggetto l'approvazione del piano di localizzazione di antenne per la telefonia mobile e radiotelevisiva, emerge la posizione evidentemente favorevole della maggioranza (Idea Domani) e la posizione contraria di alcuni consiglieri di opposizione. A relazionare sul punto è l'assessore all'Urbanistica Francesco Giannelli, il quale, fatte le premesse e indicati i riferimenti normativi (Legge quadro n.36/2001 e Dpcm dell'8.7.2003), precisa che la competenza igienico-sanitaria compete allo Stato e quella della pianificazione del territorio spetta agli enti locali (Regione, Provincia, Comune). Il decreto citato «ha definito – dice Giannelli nella sua relazione – una triplice casistica di limiti da rispettare, che sono i limiti di esposizione, il valore di attenzione e gli obiettivi di qualità; questi limiti devono essere rispettati in determinate condizioni». Dopo il decreto dell'8.7.2003 «è entrato in vigore il codice delle telecomunicazioni con il D.lgvo n.259/2003 che è andato in soccorso anche del Decreto Gasparri n.198/2002, che aveva introdotto una liberalizzazione totale alla installazione delle stazioni radiobase e non solo». Il codice delle telecomunicazioni «ha introdotto una deregolamentazione e a dimostrazione di questo ho voluto – dice l'assessore Giannelli – allegare agli atti il protocollo d'intesa che fu sottoscritto nel 2003 far l'Anci, il Ministero delle Comunicazioni, i gestori e i Comuni. Tale protocollo (...) tende ad avviare una politica di concertazione con l'obiettivo di tutelare, da una parte l'interesse dei gestori, per garantire una rete tecnologica di interesse pubblico, e nello stesso tempo a salvaguardare l'interesse dei Comuni che devono garantire, sul proprio territorio, una corretta pianificazione e programmazione. (...) bisogna consentire che venga realizzata una rete di telefonia, perché è un servizio utile per la comunità, nello stesso tempo – continua l'assessore Giannelli – ci invitano i gestori, in maniera esplicita a definire prioritariamente quali sono i siti ritenuti utili allo sviluppo delle rete preferendo quelli pubblici per ovvi motivi. Se questa impostazione è efficace si hanno due risultati ovvero concordare e individuare una serie di siti che sono compatibili con le esigenze dei gestori e diffusione della rete e del servizio pubblico e nello stesso tempo quella di sottrarre alla speculazione privata la diffusione della ricerca dei siti. Infine – conclude l'assessore Giannelli – tutti siamo coscienti circa i problemi della salute che sono salvaguardati quando i limiti sono accertati da apparati pubblici. Anzi se installati su proprietà comunale, si potranno installare delle centraline che in continuo possono registrare i dati relativi all'emissione di queste sorgenti». 


La discussione in aula 
Dunque alla relazione dell'assessore Francesco Giannelli, com'è ovvio, non si fanno attendere le repliche e il primo a chiedere la parola è il consigliere Michele Ruggero, attuale vice sindaco e assessore alle Attività produttive. Ruggero, oltre a lamentare disguidi burocratici (di cui oggi lamentano le opposizioni), dà parere sfavorevole al piano presentato «in quanto ritiene che, specie i siti del centro storico (Biblioteca e Polizia municipale) vadano delocalizzati (cioè non inseriti nell'elenco dei siti utili, ndr)». L'attuale vice sindaco Ruggero ha lamentato la scarsa trasparenza da parte dei gestori circa «la potenza delle emissioni». Inoltre Ruggero ha chiesto «di mascherare le antenne del centro storico, con metodi idonei, per limitarne le radiazioni nelle zone adiacenti». Ruggero chiude il suo intervento chiedendo che i due siti nel centro storico siano depennati e ne siano individuati altri due, ma questa proposta «è stata rigettata in commissione». 
Si dice contrario anche i consiglieri Ezio Tunzi, il quale dichiara di condividere l'idea di mettere le due antenne sopra la biblioteca civica e sullo stabile che ospita la Polizia municipale «perché confliggono con i piani di tutela e valorizzazione» del centro storico. 
Poi è la volta della consigliera della Margherita Maria Pia Di Medio (attuale sindaco della maggioranza Pdl), la quale afferma che «è chiaro che dei telefoni cellulari non si può fare a meno, ma invita ad individuare i siti delle antenne in zone fuori del centro abitato per la salvaguardia della salute». 
L'intervento di Ignazio Zullo, all'epoca capogruppo di minoranza e attualmente presidente del Consiglio comunale, critica l'approccio tenuto dalla maggioranza «per quanto attiene al forum e la trasparenza è vero che sono state invitate 50 associazioni, ma non legate al territorio e ovviamente tutte assenti. Dal verbale (di riunione del forum, ndr) risulta una persona chiamata Sante, probabilmente Nuzzaco Sante (marito della presidente del Consiglio comunale Maria Quatraro, ndr) che propone di mascherare le antenne nel centro storico sia per l'impatto ambientale sia per evitare che i cittadini possano ribellarsi, cioè il problema non è di dare informazioni, ma di non far sapere ai cittadini (...). Sostiene che questa è la forza dei numeri che si fanno forti con i deboli. Purtroppo ci sono casi di neoplasie di gente che abita vicino alle antenne e se queste persone fossero familiari di amministratori – conclude il consigliere Zullo – come reagirebbero?».

Per la maggioranza è il sindaco Giuseppe Gentile a replicare alle diverse voci delle opposizioni: «Il Tar del Lazio, in una sentenza che è ormai acquisizione del patrimonio giurisprudenziale di tutti, ha detto che (...) l'ente non può dire che le zone individuate dai gestori di telefonia non sono idenee perché è gradito all'amministrazione, se si ha dimostrazione, che senza quegli interventi, non si ha copertura sufficiente di un servizio che la Corte Costituzionale e tutti i Tar hanno ritenuto di interesse pubblico. È lo stato che protegge e tutela, nel momento in cui individua i limiti, e dà al comune non solo la facoltà, ma il dovere, che quei limiti non vengano superati a danno della salute pubblica. (...) Disattendendo quel principio – continua l'allora sindaco Gentile – accade che la copertura del servizio, individuata dai gestori anche attraverso l'apposizione di antenne nel centro storico, porterà i gestori a contrattare e negoziare la materia in maniera privatistica con il doppio risultato che il comune non avrà nessuna possibilità di controllare il selvaggio infittirsi di antenne sul territorio, ma il privato si arrichirà;», le minoranze invece secondo Gentile «hanno avuto a cuore sempre l'interesse dei privati. In Italia ci sono 40 milioni di telefoni cellulari, e chiunque andrà a legiferare nel futuro non potrà prescindere dal dato della necessità di coprire il servizio della telecomunicazione, inteso come servizio pubblico, al tempo stesso l'amministrazione ha a cuore il problema della salute dei cittadini». E conclude il suo intervento affermando che «dalle Dia si desume che il centro storico è uno spazio indispensabile per la copertura a norma del servizio, altrimenti ci sono zone d'ombra». Del resto Gentile fa notare che ci sono «delle antenne nel cento storico che svolgono un determinato servizio e di cui nessuno si  mai preoccupato di sollevare il problema».

Dichiarazioni di voto dei gruppi
Il voto del gruppo rappresentato da Ignazio Zullo è contrario, «poiché non si è dato seguito a quelle che sono le norme regolamentari che questo consiglio si è dato. La mancanza di uno studio di motivazioni scientifiche condotte per dare quella tranquillità in scienza e coscienza di operare per tutta la collettività da una parte e dall'altra una mancata partecipazione e informazione ai cittadini che è importante perché nell'ambito dei cittadini ci possono essere anche delle persone il cui stato di salute non è compatibile rispetto a una vicinanza delle stazioni emittenti campi elettromagnetici».
In soldoni Ignazio Zullo esprime contrarietà rispetto alla forma adottata per approdare al provvedimento e alla sostanza dello stesso, cioè la potenziale pericolosità delle antenne sulla salute dei cittadini.

La consigliera della Margherita Maria Pia Di Medio dichiara che il gruppo che rappresenta «pur essendo in pieno accordo con il principio ispiratore il regolamento non concorda per quanto esposto circa le localizzazioni individuate dalla maggioranza». 
Astensione dell'attuale sindaco.

Chiude il giro delle dichiarazioni di voto il sindaco dell'epoca Giuseppe Gentile, il quale dichiara: «Oggi questa maggioranza sta mettendo sotto il dominio pubblico questa materia per cui tutti i gestori dovranno rapportarsi con l'ente, nella consapevolezza che prima e dopo avranno i controlli serrati sui i limiti di esposizione».
Dunque la maggioranza approva il provvedimento. Si astengono i consiglieri Maria Pia Di Medio e Ezio Tunzi. Esprimono voto contrario Ignazio Zullo, Michele Ruggero, Pasquale Maselli e Raffaele Liuzzi.  


Dopo questo tuffo nel passato, ritorniamo al presente. L'amministrazione Di Medio in data 27 aprile 2012 ha stipulato un contratto di locazione con la Sites Srl, con sede legale in Bari, «per l'installazione di una torre faro – come si legge nel contratto  – per la illuminazione pubblica e ripetizione del segnale telefonico e per impianti per telecomunicazioni per i vari Gestori concessionari dello Stato per il servizio pubblico». Dove sarà installata la torre faro-ripetitore? Il Comune di Cassano delle Murge concede alla Sites Srl «circa mq. 60 del relitto di strada comunale, ubicata entro l'esistente rondò di Frà Diavolo».

Quanto durerà il contratto di locazione? «Nove (9) anni, con decorrenza dal giorno in cui la Murgia Sviluppo Spa rilascerà il Provvedimento Autorizzativo Unico per la costruzione della torre faro e da tale data decorrerà l'obbligo di pagamento dei canoni». Quanto corrisponderà la società Sites Srl al Comune di Cassano delle Murge? «Per il primo anno di durata della locazione, a partire dalla data di decorrenza effettiva della presente locazione, il canone è determinato in euro 7.700,00 e sarà corrisposto con rate semestrali anticipate di euro 3.850,00, oltre Iva nella misura vigente (...) Il canone sarà aggiornato annualmente in misura percentuale pari al 75% delle variazioni Istat dell'indice dei prezzi al consumo». E ancora nel contratto è specificato che «il contratto si intende tacitamente rinnovato per i primi sei (6) anni, e così di seguito salvo che una delle parti al secondo rinnovo dia all'altra disdetta con preavviso di almeno dodici (12) mesi».
Per quanto riguarda i gestori che la società Sites deciderà di ospitare sulla torre faro, il contratto prevede che «dal secondo gestore in poi il canone sarà aumentato di 1.000,00 (mille) euro, oltre Iva».

Oneri: il Comune di Cassano delle Murge «si farà carico degli oneri di allaccio, fornitura alimentazione elettrica e manutenzione dei fari convenendo, comunque, che il conduttore (Sites Srl, ndr) effettuerà a propria cura e spese un intervento annuo di manutenzione alla torre faro e lampade se richiesto dal Comune».

La società Sites Srl, invece, è «responsabile dell'uso e della porzione di immobile e dell'impianto» e – come specifica il contratto – la Sites Srl «apporrà sui luoghi apposita segnaletica di sicurezza». Inoltre la Sites Srl «nelle restanti parti di suolo del rondò, s'impegna a tenerlo pulito da erbacce per evitare eventuali danni da incendi alle strutture oggetto della locazione e, nel caso di realizzo di aiule/verde di decoro, sarà tenuto alla relativa cura».

«Al termine della locazione» la Sites Srl «provvederà a propria cura e spese, nei tempi tecnici strettamente necessari e non oltre tre mesi dalla cessazione del rapporto, alla rimozione delle strutture/impianti/accessori e di di quant'altro installato o posizionato».

«Allo scadere del periodo di validità contattato dei 9 anni+6 del presente atto, se il conduttore dovesse intendere di cessare la locazione, la torre faro con le sole strutture relative alla pubblica illuminazione, e tutti gli accessori per il suo funzionamento, resteranno di proprietà del Comune di Cassano delle Murge senza pretesa alcuna, salva la facoltà della Sites Srl di richiederne lo smantellamento con ripristino dei luoghi entro il termine di tre mesi dalla locazione».


La Sites Srl sarà responsabile «per gli eventuali danni che a chiunque possano derivare dell'uso della porzione di immobile e dalla realizzazione e gestione/utilizzo dell'impianto».

VantaggiAlla Sites Srl è data facoltà «di sublocare, in tutto o in parte, la porzione immobiliare oggetto del presente contratto solo a gestori di telecomunicazioni concessionari dello Stato per pubblico servizio».

E mentre l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, esprime parere positivo l'iter di realizzazione della torre faro rischia di incappare in uno stop a causa della richiesta di alcune decine di residenti dei residence adiacenti il rondò di Frà Diavolo, i quali hanno depositato presso il palazzo comunale una richiesta per interrompere i lavori ovviando così al rischio che potrebbe derivare dall'installazione di fonti elettromagnetiche. È interessante sapere che sempre alcune decine di residenti di alcuni residence nel 2010 depositarono alla sindaco Maria Pia Di Medio una richiesta di «adoperarsi con i gestori di tali reti per il potenziamento di tali servizi, ormai indispensabili e di carattere primario quale la telefonia mobile, fissa e internet, per motivi di studio, lavoro e non da trascurare la sicurezza». 

Dunque c'è chi chiede all'amministrazione comunale di intervenire affinché le reti telefoniche e internet vengano potenziate e c'è chi chiede di interrompere i lavori di installazione affinché non venga messa a rischio la salute. La ricostruzione fatta potrà, forse, aiutare a comprendere che la decisione di installare una torre faro per l'illuminazione e diversi ripetitori di segnale di telefonia viene da lontano e non può essere ascritta all'arbitrarietà degli amministratori locali, ma, essendo oramai considerati un servizio di pubblica utilità, gli impianti di ripetizione del segnale devono essere installati in quei siti individuati all'uopo affinché servano a migliorare la ricezione dei telefoni cellulari e di internet (per esempio i due nel centro storico)  e, contestualmente, a tutelare la salute dei cittadini, così come praticamente gli amministratori avvicendatisi in questi ultimi sette anni hanno dichiarato. Il compromesso tra innovazione tecnologica e tutela della salute pubblica è il paletto oltre il quale non è dato muoversi. Nessuno vorrebbe mettere a rischio la propria e altrui salute, ma allo stesso modo nessuno pare sia disposto a dismettere quegli apparecchi tecnologici che tanto fanno già discutere.

20.12.2012
Vito Stano

La libertà di non aderire alla massa. La democrazia da stadio

La democrazia, si sa, prevede che ci sia qualcuno che a fronte di una competizione elettorale esca vincitore. Senza dubbio dopo tanti sforzi e tante risorse impegnate è fisiologico che la felicità dei "vincitori" esploda. Ma a volte, forse troppe volte, l'entusiasmo dei "vincitori" travalica e sconfina nella indecenza. Il video linkato qui sotto è la dimostrazione di come e in che modo la competizione elettorale universitaria non sia affatto diversa da quella politica "vera". Cori da stadio e bottiglie di spumante si sprecano negli spazi universitari affollati dai "vincitori" in barba al decoro dei luoghi e al rispetto delle attività che ospitano (la "festa" si consuma nell'atrio tra la cappella universitaria e la scalinata che conduce al salone degli Affreschi). 

https://www.facebook.com/photo.php?v=10200090043244182

Se poi mi sforzo di pensare che questi soggetti (i "capi" di costoro, chiaramente) sederanno nei consessi decisionali (Senato accademico, Consiglio di Amministrazione), per rappresentare la comunità studentesca, un brivido mi percorre la schiena. La comunità universitaria tutta sarà nelle mani e nelle intenzioni di persone cresciute (politicamente) nell'idea della contrapposizione non ideologica, ma nella contrapposizione di interessi pressapoco personali o di auletta.

Sono felicissimo di non aver votato nessuno a questa tornata elettorale, non l'ho mai fatto per scelta dall'inizio, perché l'esperienza della rappresentanza l'ho fatta negli anni della scuola superiore e dopo alcuni anni e altre esperienze di militanza in un partito ho maturato l'idea di occuparmi soltanto dello studio e non della cosa pubblica della comunità universitaria. 

A volte, però, mi è capitato di pensare d'aver sbagliato, altre invece (come adesso) penso che non avrei potuto fare scelta migliore, perché le mie energie, se proprio devo impiegarle (come del resto faccio da anni), le impiego in una causa in cui credo fortemente. 

Di fronte a queste immagini tristi mi sento libero. Confesso che non ho mai sopportato i megafoni, così come non sopporto gli applausi degli spettatori illusi di partecipare alla vita con un battito di mani.

20.12.2012
Vito Stano

mercoledì 19 dicembre 2012

Seicento ettolitri di brunello nelle fogne. Sotto accusa un ex dipendente


Vendetta da 600mila euro. Sarebbero cadute su un ex dipendente le accuse di sabotaggio. Reo di aver fatto finire 600 ettolitri di Brunello di Montalcino nelle fogne aprendo i rubinetti durante la notte. L'uomo avrebbe agito per vendetta nei confronti del suo ex titolare che aveva assegnato un alloggio di pertinenza all'azienda ad un altro dipendente. Questo atto vandalico ha messo in una situazione alquanto scomoda un pò tutti i produttori di Brunello, in quanto si vocifera che fosse dovuto a gelosia da parte di un altro produttore. Un atto vile e inqualificabile, condannato dal sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli e dal presidente del Consorzio Fabrizio Bindocci, entrambi sollevati per l'esito dell'indagine.

Un gesto criminale che colpisce il produttore Gianfranco Soldera, ma non solo. Tutti i produttori, grandi e piccoli, i consumatori e gli appassionati della bell'Italia sono indignati e vicini al produttore. In un momento così difficile un gesto così cattivo non ci voleva proprio; piuttosto sono altre le gesta di cui vorremmo parlare in questo periodo, ad esempio che si acquistasse e consumasse il maggior numero di doni made in Italy.

19.12.2012
Giulio Stano

martedì 18 dicembre 2012

Tra sogno e realtà: Beppe Labianca scalda il palazzo Miani-Perotti


Il vernissage  l'ho mancato ahimè, ma il sogno di Beppe Labianca mi ha catturato comunque, stamane. Ho fatto qualche scatto alle opere del maestro, perché molti non andranno a vederla di persona, ma anche e soprattutto perché mi hanno emozionato. Poi devo confessare anche una curiosità. Ho avuto l'opportunità di leggere con la calma dovuta i segni delle opere, i dettagli nelle opere. E poi ho anche avuto l'occasione di sentire il parere di alcune persone non addette ai lavori, le cui osservazioni ho trovato molto interessanti e che mi piace riportare: «la mostra è bella - mi dicono con grande umiltà -, però... quelli al piano di sopra sono un pò volgari». 

Beppe Labianca, opera in mostra - Foto Archivio Vito Stano
Interessante osservazione, mi incuriosisce. Concludo il giro al piano terra e prendo le scale. Gli occhi sono rapiti, le sculture su «ferro arruginito» sono incredibili, il barbiere che taglia i capelli... sono senza parole. Proseguo. Il blu del mare, l'azzurro dell'acqua che scorre e di colpo il buio: i ritratti di famiglia sono inquietanti, è un incubo. Sono senza fiato. Il viaggio è ancora lungo, aspetto con crescente curiosità la pietra dello scandalo, l'opera «volgare». Non aspetto altro, penso a Margherita Ragno e alle sue donne e sorrido. Ci sono, a destra i quadri di carattere religioso-votivo tesoro della pinacoteca civica e a sinistra l'arte contemporanea, il sogno realizzato di Beppe Labianca. Intravedo qualcosa. Non distinguo, ah sì, adesso sì. Corpi nudi. Organi genitali femminili. Sorrido e penso alla volgarità. Di queste opere rubo solo alcuni particolari, di una (quella qui sopra) ne rapisco la totalità, la trovo così naturale e, ripensando al concetto di volgarità, penso alla tv, ai programmi del pomeriggio e del pre-serata che guarda annoiata mia nonna e tante altre mamme e nonne italiane. Scendendo mi imbatto di nuovo nel mio interlocutore e commento: «un amico artista (un tale Massimo Nardi) mi disse un giorno 'davanti a un'opera se senti qualcosa non farti altre domande, sai già se ti piace o no'». Come dargli torto. Non posso che condividere appieno questa massima e sentitomi appagato, lascio il silenzio del sogno per imbattermi di nuovo nella realtà. Quella quotidiana 'sta volta. 

Beppe Labianca, opera in mostra - Foto Archivio Vito Stano
Già dimenticavo, il centauro. Bellissimo e imponente, ma anche ironico. I tratti del viso, come in altre opere, rammentano l'autore e questo lo trovo geniale, come il regista che si ritaglia una particina piccola piccola nel film che dirige. Questa è indubbiamente la mostra più bella di sempre. Resto dell'idea che bisogna guardare in modo bilanciato tanto alle sagre quanto all'arte e la cultura in senso stretto e classico. Senza retorica penso che come non tutti visiteranno questa o altre interessantissime mostre, allo stesso modo non tutti scenderanno in piazza per la sagra tal dei tali. Nell'alveo del giusto compromesso tra arte e cultura e sagre popolari-marketing territoriale personalmente parteggio convintamente per la cultura e l'arte intese senza cibi nei dintorni. Poi festeggio la presenza di Beppe Labianca nella ancora in fasce pinacoteca di Cassano delle Murge, specialmente se penso che l'artista non ha percepito nessun tipo di compenso (stante all'Albo pretorio comunale), così come il curatore del resto. Potrebbe sembrare un'altra storia, ma invece sono convinto che sia sempre la stessa storia. Mi piacerebbe leggere in una delibera di giunta impegni di spesa per la pubblicazione di un libro da distribuire gratuitamente o di altre forme di investimento in cultura allo stesso modo (e quantità) delle sagre tradizional-mangerecce. 

Ma tantè. Credo che per l'arte, così come per il cibo, sia soltanto una questione di gusti.  

18.12.2012
Vito Stano



(video canale Massimo Nardi youtube.com )

«C’è un meschino disegno, ovvero tenerci le fabbriche inquinanti e difenderle in quanto unica fonte di reddito»: parla Cataldo Ranieri, operaio tarantino dell'Ilva


La spaccatura nel mondo del lavoro è profonda: da una parte coloro che sono scesi in piazza con la gente a gridare le ragioni di una città intera e dall’altra coloro che, forse perché subiscono in maniera forte il ricatto del lavoro oppure perché neanche sfiorati dai problemi della città e dei suoi abitanti, magari perché abitano altrove. Il 26 luglio è stato sicuramente il momento della frattura con la rappresentanza sindacale, difatti la manifestazione del 15 dicembre ha registrato l’assenza del mondo sindacale, che, come precisa Cataldo Ranieri, operaio dell’Ilva incontrato durante la lunga marcia per le vie della città jonica, «hanno fatto bene a non venire, perché probabilmente sarebbero stati cacciati dagli stessi lavoratori».

a cura di Vito Stano

Da destra: Cataldo Ranieri - Foto Vincenzo De Palmis
Spicca la scarsa presenza delle sigle che rappresentano il mondo operaio, com’è possibile?
No, invece ci sono molti lavoratori dell’Ilva, io li ho visti. I sindacati invece hanno fatto bene a non venire, perché probabilmente sarebbero stati cacciati dagli stessi lavoratori, così come in occasione dell’ultimo sciopero organizzato dai sindacati non sono venuti davanti alle portinerie non so perché; evidentemente sanno di aver perso anzi, non hanno perso niente, dato che si può perdere soltanto ciò che si ha e  loro i lavoratori non li hanno mai effettivamente rappresentati. I malati e i morti non vanno a lavorare, in questa nazione che vanta di avere un governo civile è stato scelto di lasciarci nella nostra disperazione, nella nostra divisione, ovvero di dover scegliere tra salute e lavoro e questa è una vergogna per qualsiasi stato civile. Pensavamo che si sarebbe risolta la situazione, che ci avrebbe consentito di non litigare più tra fratelli.

È ancora possibile secondo te risolvere questo dilemma?
Noi crediamo che se vogliono davvero continuare a fare l’acciaio a Taranto è bene che escano le risorse, perché in tanti paesi l’acciaio si produce e non uccide nessuno. A Taranto evidentemente le vite valgono di meno dei profitti e quindi non si investono le risorse che ci vogliono per mettere a norma la fabbrica. Noi abbiamo capito che intenzioni vere non ce ne sono, hanno intenzione di recuperare i crediti che le banche vantano nei confronti dell’Ilva ed è solo per questo che, a nostro avviso, viene concesso altro tempo: non per salvare il lavoro, non per salvare le vite, ma per salvare il profitto.

Quindi si fa solo l’interesse dell’azienda?
Questa fabbrica ha un’esposizione di 2 miliardi e settecento milioni di euro nei confronti delle banche, che non intendono perdere e se pensiamo che attualmente il governo è composto da ex finanzieri delle stesse banche che vantano crediti dall’Ilva… Il cerchio si chiude nel momento in cui noi lavoratori dell’Ilva non abbiamo più un finanziamento neanche di mille euro, perché quelle stesse banche, che dovrebbero prestarci i soldi, sanno che sarebbero finanziamenti a fondo perduto, che non rientreranno, perché una volta risanato il debito, che Ilva ha nei confronti delle banche, non credo che Riva, qualora fosse condannato, farà il suo dovere, cioè bonificare il territorio e ambientalizzare gli impianti. Una persona sana di mente non può pensare questo.

Quindi per cosa lottate voi lavoratori?
Qui ci sono i lavoratori coerenti con quello che si è sempre detto, noi soltanto nell’era Riva abbiamo perso 46 colleghi morti sul lavoro e altre centinaia che si sono ammalati per fare l’acciaio. Noi non siamo più disposti ad accettare, questa città vuole i diritti che le sono stati negati. Non se ne può riappropriare perché non li ha mai avuti. Taranto vuole la salute, vuole il lavoro, vuole l’ambiente, vuole la cultura; questa città ha avuto negli anni soltanto disoccupazione: il 40% di disoccupati nella terza città più industrializzata del mezzogiorno è inconcepibile. Abbiamo capito che c’è un meschino disegno, ovvero tenerci le fabbriche inquinanti e difenderle in quanto unica fonte di reddito, pur avendo una città che offre risorse importanti non ci sono alternative.

Un disegno, spiegati meglio.
C’è qualcuno che dice che ci dobbiamo tenere solo questo, perché il 70% del traffico marittimo di Taranto è controllato dalle navi dei veleni, è controllato da Riva; per cui chiunque si avvicina con l’intento di valorizzare questo porto, che è l’unico affaccio sul Canale di Suez e quindi farebbe gola a molti imprenditori, non può far niente, perché ci dobbiamo quello che abbiamo, ci dobbiamo tenere i veleni.   

lunedì 17 dicembre 2012

«Il futuro di Taranto deve diventare di nuovo la pesca e l’allevamento, per fare questo bisogna assolutamente smettere di inquinare il territorio»: parla Vincenzo Fornaro, allevatore tarantino


«La punta dell'iceberg del disastro da diossina provocato dal centro siderurgico più grande d'Europa è la masseria di Angelo Fornaro e figli, Vincenzo e Vittorio, in contrada Carmine. Una masseria dell'Ottocento in un posto bellissimo, dove l'estate dura quattro mesi e la primavera sei. E dove le pecore sono felici, perché l'erba è verde e abbondante. Ma quelle pecore, 500, l'intero allevamento dei Fornaro, sono contaminate e verranno abbattute». Così scriveva all’epoca dei fatti, il 10 ottobre del 2008, il giornalista Carlo Vulpio sul Corriere della Sera. Una storia amara, che oggi, e dopo il 26 luglio in particolare, è stata assurta a simbolo di una tragedia non dimenticata, ma occultata.
La regione Puglia con delibera di giunta ordinò l’abbattimento di 1.200 animali, colpevoli d’aver brucato erba alla diossina. Quella diossina che è presente nell'aria di Taranto tre volte in più rispetto a quanta ne sprigionò la nube tossica di Seveso nel 1976, perché la diossina si accumula.
«L'acciaieria l'ho vista nascere - disse Vincenzo Fornaro a Carlo Vulpio -, ero un ragazzino. Ci portò via cento ettari di terra, oliveti e vigneti, e la odiai subito. Ma oggi la odio con tutte le mie forze perché ha avvelenato la mia terra, i miei animali, la mia anima».
La manifestazione di sabato è stata l’occasione per incontrare Vincenzo Fornaro e fargli alcune domande.

a cura di Vito Stano

Da sinistra: Vincenzo Fornaro - Foto Vincenzo De Pamis
La città di Taranto può guardare al futuro puntando all’allevamento e alla pesca?
Il futuro di Taranto deve diventare di nuovo la pesca e l’allevamento, per fare questo bisogna assolutamente smettere di inquinare il territorio. Quindi prima di avviare le bonifiche, di cui in questi giorni tanto si parla, occorre far chiudere tutte le fonti inquinanti, altrimenti non avrebbe senso, sarebbe un ennesimo spreco di soldi pubblici.

Dunque cosa fare?
La magistratura sta agendo nel migliore dei modi, purtroppo non si può dire altrettanto del governo; dall’inizio di questa storia la classe politica, dal livello locale ai palazzi romani, è stata completamente assente e adesso che è intervenuta sta facendo solo danni. Il ministro dell’Ambiente Clini non ha speso una parola per chi è stato danneggiato.

Adesso che lavoro fa?
Pensi che da l’azienda di famiglia, con sessanta ettari di terreno, è completamente inutilizzata perché c’è il divieto di pascolo nel raggio di venti chilometri; oggi non avrebbe senso rimettere altri animali da pascolo perché si contaminerebbero e sarebbero abbattuti.

E quindi da dove traete reddito?
Andiamo a fare giornate lavorative presso altre aziende agricole. Siamo passati dall’essere imprenditori e offrire noi reddito ad altre famiglie, a doverci cercare a nostra volta una fonte di reddito.

I vostri diritti sono stati repressi per difendere quelli dei lavoratori della fabbrica, che ne pensa?
Parlano di diritto all’impresa, anche noi avevamo il diritto all’impresa, che è stato completamente calpestato. Davamo lavoro a quindici persone, che, da quattro anni come noi, cercano di tirare avanti facendo altri lavori. Non capisco perché si deve privilegiare un’unica classe lavorativa a discapito delle altre.  

«L’Ilva così com’è non può continuare a inquinarci»: Alessandro Marescotti parla a margine della manifestazione di sabato


I movimenti pro-salute e pro-ambiente di Taranto negli ultimi mesi si sono fatti sentire come non mai. Tra questi Peacelink e il suo presidente Alessandro Marescotti, noto da tempo per le sue battaglie (finito anche, come si legge sul suo diario di facebook.com, nelle intercettazioni telefoniche tra il faccendiere Archinà, il quale, conversando con uno dei tantissimi suoi interlocutori, prende doverosamente atto che «nonostante l'intento dell'Ilva sia osteggiare e sconfessare gli ambientalisti, Marescotti e Matacchiera in testa, non si può non convenire che «gli ambientalisti non è che le cose se le inventano»). 
Marescotti dal 2005 ha iniziato ad occuparsi dell'inquinamento da diossina della mia città di Taranto e con i suoi studenti ha proposto nel 2011 un legge per la certificazione degli alimenti dioxin free (http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/amarescotti/). Lo abbiamo intervistato a margine della manifestazione di sabato 15 dicembre.

a cura di Vito Stano

Alessandro Marescotti - Foto Archivio Vito Stano
Il decreto legge del governo Monti invade i poteri della magistratura, la Costituzione è rispettata o no?
Questa è una manifestazione che ha un rilievo nazionale, perché è la bocciatura popolare del decreto legge anticostituzionale che sottrae alla magistratura i propri compiti specifici, che sono quelli di poter sequestrare impianti pericolosi. Il decreto legge che invade la sfera d’azione della magistratura e dà al governo e al parlamento poteri che sconfinano in una vera e propria manipolazione della Costituzione, questo decreto è chiaramente bocciato dalla gente. Noi a Taranto ci sentiamo accerchiati da un potere politico che vuole continuare a far inquinare degli impianti considerati pericolosi dalla magistratura.

Finalmente la gente è scesa per le strade.
Quello di oggi non è l’unico corteo, è l’ultimo di tanti cortei: per citare un esempio, c’è stata in passato una grande fiaccolata a cui hanno partecipato 10mila persone.

Cosa vi aspettate dalla magistratura? E quale sostegno pensate di poter dare?
C’è da aspettarsi una forte reazione dignitosa e non violenta della città; il nostro è e sarà un sostegno alla magistratura a cui noi chiediamo cha vada avanti e che un’azienda di questo tipo (Ilva, ndr), che continua ad inquinare e cha ha inquinato in passato con la complicità di una rete di politici, non continui più la sua attività.

L’Ilva deve chiudere?
L’Ilva così com’è non può continuare a inquinarci e anche l’Aia (l’autorizzazione rilasciata dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini, ndr) non è idonea: il caso macroscopico è che vengono dati trentasei mesi per coprire i parchi minerali. Recentemente è passato un tornado e ha sfiorato i parchi minerali, se fosse passato sui parchi minerali tutti questi palazzi che abbiamo intorno sarebbero neri e non sappiamo come starebbero i nostri polmoni.

«Quanto vale una tonnellata di acciaio prodotto a Taranto in termini di vite umane?»: parla Angelo Bonelli presidente nazionale dei Verdi


Il decreto “Salva Taranto” imposto dal governo per soverchiare l’azione della magistratura tarantina non è passato sotto silenzio e la manifestazione del 15 dicembre ha dimostrato che la città è stanca di subire: dai veleni della fabbrica, all’imposizione della politica la gente è scesa per strada quasi in 30mila per gridare le ragioni della vita e ribaltare la prospettiva ordinata dai palazzi del potere. La partecipazione è stata popolare e trasversale: la presenza dei politici è stata praticamente nulla, tranne alcuni volti noti ai tarantini e non solo. Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi e consigliere comunale a Taranto, è stato tra la gente di Taranto, anche tra coloro che non hanno creduto nella sua candidatura a sindaco della città, ma che a fronte dell’impegno profuso oggi ne dimostrano la stima. Gli abbiamo rivolto alcune domande a margine della manifestazione.

a cura di Vito Stano

Angelo Bonelli - Foto Archivio Vito Stano
Dopo il decreto “Salva Taranto” cosa hanno fatto i Verdi e cosa intendono fare?
Noi da sempre siamo qua, penso che siamo gli unici che, con grande coerenza e in tempi non sospetti, stiamo sostenendo questa battaglia per la legalità e per il diritto alla vita. Quello che è accaduto con questo decreto è qualcosa di inaccettabile dal punto di vista della nostra democrazia, perché qui a Taranto per decreto si sospende la legge, si calpesta la Costituzione e si sospende il diritto alla vita. È un fatto gravissimo, noi abbiamo già presentato un ricorso presso la Corte dei diritti dell’uomo e alla Commissione Europea, perché questo non può accadere: la sospensione della legge, come a Taranto, è qualcosa che accade solo nei regimi autoritari dove il monarca sospende le libertà e i diritti fondamentali di una persona.

Quindi siete a fianco della magistratura.
Questa mobilitazione è importante, perché la magistratura non va lasciata da sola, va sostenuta e va assolutamente respinto questo tentativo diabolico che, anche a livello nazionale, stanno facendo a partire dal governo di contrapporre salute e lavoratori. Ed è importante che qui oggi ci siano anche tanti lavoratori, che hanno capito che prima di tutto c’è la salute, ma c’è anche il diritto di un lavoro pulito; quindi il lavoro essenzialmente non deve mettere l’operaio nella condizione di mettere a rischio la propria salute, ma anche la salute dei propri cari e dei propri concittadini.

Dunque cosa proponete?      
Noi abbiamo proposto una serie di alternative. Le alterative di una conversione industriale di quest’area, dichiarare Taranto area no tax, sequestrare e confiscare i beni della famiglia Riva e utilizzarli per fare le bonifiche, impiegare i lavoratori per fare le bonifiche e con un’area no tax rilanciare un’economia diversa, che non sia basata sulla diossina e sulla morte.

Su queste proposte avete trovato alleati a livello politico?
Nella città si, ma nel governo no.

E a livello nazionale?
No, non abbiamo trovato alleanze; anche perché il governo si è speso per riaprire l’Ilva. 

E all’opposizione?
No, assolutamente no; anche da parte di quegli ecologisti che si trovano in Parlamento eletti nelle file del Partito Democratico non c’è un atteggiamento favorevole. Sono tutti attenti a dimostrare quanto sono più realisti del re. Invece bisognerebbe mettersi in gioco e dire che questa battaglia di Taranto è una battaglia per la democrazia e anche una battaglia per un diverso modello di sviluppo. Uno sviluppo che non può essere fatto in modo tale che più inquini, più hai lavoro. No, questo non va bene, altrimenti la domanda drammatica che sorge spontanea è quanto vale una tonnellata di acciaio prodotto a Taranto in termini di vite umane? 

«Taranto libera»: in 30mila percorrono le vie della città jonica

Taranto libera 2012 - Foto Archivio Vito Stano
Il decreto Salva Ilva, con cui il governo Monti ha inteso superare a destra l'ordinanza di sequestro emessa dalla magistratura tarantina, ha causato l'indignazione e la mobilitazione di quasi 30mila persone, che hanno sfilato per le vie di Taranto sabato 15 dicembre per confluire in una piazza del centro cittadino per ascoltare il contributo degli artisti tarantini. Alla manifestazione hanno partecipato anche delegazioni di altre città e di movimenti come i No Tav che difendono al Val di Susa dalla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Tante le donne e i bambini presenti. Ad aprire il corteo c'erano proprio i piccoli cittadini di Taranto accompagnati dai genitori

Nel lungo serpentone umano abbiamo incontrato anche alcuni personaggi noti del mondo della politica (Angelo Bonelli, consigliere comunale di Taranto e presidente nazionale dei Verdi), dei comitati ambientalisti (Alessandro Marescotti, storico ambientalista tarantino), alcuni operai Ilva dissidenti (Cataldo Ranieri, operaio Ilva, tra i dipendenti del siderurgico più attivi) e alcuni imprenditori agricoli (Vincenzo Fornari, allevatore tarantino al quale furono abbattuti 1.600 esemplari tra pecore e capre, bestie colpevoli di aver brucato in terreni contaminati dalla diossina emessa dall'Ilva). Degli amministratori locali, provinciali e regionali neanche l'ombra s'è vista, qualcuno vociferava che il sindaco di Taranto Ippazio Stèfano avrebbe voluto partecipare alla manifestazione, ma evidentemente il disappunto della gente comune è approdato all'orecchio, scegliendo di restare a casa. 


«Taranto libera» è stato lo slogan scandito durante la lunga camminata: libertà, s'intende, non solo dai veleni ma anche dalle ipocrisie di coloro che, macchiatisi di responsabilità nel recente passato, oggi cerca di cavalcare l'onda della protesta. Mamme e bambini disegneranno il nuovo futuro di Taranto assieme alle donne e agli uomini che rappresentano il potere giudiziario italiano e tarantino in particolare, visto che della classe politica (tranne alcuni elementi ben individuati) i tarantini non possono più fidarsi.

17.12.2012
Vito Stano